Postato:

30 aprile 2018

In arrivo perturbazioni: credito più caro per le PMI

shutterstock_664284994

Il breve periodo di circostanze favorevoli alle imprese sul fronte economico finanziario potrebbe essere sulla via del tramonto contrariamente alle voci che spargono ancora un incondizionato ottimismo. Le PMI in particolare devono stare in guardia e attrezzarsi nella gestione di una finanza più ostica rispetto al passato. Non mi riferisco tanto alle previsioni sul raffreddamento delle economie mondiali e del commercio, che influiranno su esportazioni e PIL, visto che su queste pagine si parla sempre di finanza per le imprese. Cos’altro può arrivare dopo 7-8 anni di riduzione del credito bancario vi domanderete giustamente. Questa volta è possibile se non probabile l‘inasprimento dei costi del credito, quantomeno per una fascia di PMI che a fatica sono riuscite a conservarlo in toto o in parte.

Su cosa si basa questa previsione negativa e di quale portata sarà?

ECB new loans ratesLe circostanze che convergono sull’ipotesi di un innalzamento dei tassi praticati alle imprese sono almeno tre. La prima è la fine imminente della politica accomodante della BCE nei confronti del sistema finanziario: il QE (Quantitative Easing) è oramai alle ultime battute grazie alla ripresa economica in Europa e al rialzo dei tassi d’inflazione. Per quanto riguarda la benzina da fornire alle imprese la BCE non fa mistero nei suoi bollettini di avere stimolato prestiti in volume e ridotto i tassi praticati dal 2012 in poi (vedi grafico).

Non è prevedibile l’immissione di ulteriore liquidità a tasso zero offerta alle banche per stimolare la voglia di fare finanziamenti all’economia. I tassi d’interesse sono pronti a risalire, il funding delle banche sarà meno conveniente. Questo secondo grafico mostra il rialzo dei tassi a termine già previsto dal mercato finanziario a partire dal 2019.

ECB to kickoff rates

La propensione a prestare a tassi sempre più bassi a imprese anche se solide è in calo (vedi grafico 3 nella linea blu tratteggiata che inverte la direzione). Diciamo che è stato toccato il limite minimo.

BLS credit spreads

Il secondo elemento è che le modifiche imposte dalle autorità di vigilanza al trattamento dei prestiti alle imprese con l’arrivo dei principi IFRS9 e le modifiche al trattamento delle posizioni deteriorate comportano non più soltanto impatti sul capitale necessario, ma anche sulla quantità di accantonamenti e quindi sul conto economico delle banche. Quasi tutte le banche hanno cominciato a fare accantonamenti da centinaia di milioni di euro nell’ultimo trimestre 2017.

Il crollo del margine da interessi

Ma la principale componente negativa arriva da una riflessione sui numeri delle banche italiane e sui probabili comportamenti futuri. Facile constatare come si sia ridotto drasticamente il margine da interessi attivi. Prendendo il campione delle prime 9 banche italiane nel periodo 2014-2017, è sceso di oltre 1/3 da 53,1 miliardi di euro a 36,9 miliardi. Impressionante contrazione di volumi e di prezzi (spread) sui finanziamenti a imprese (sono il 70-75% del totale) e famiglie. Così non può andare avanti, le banche hanno necessità assoluta di riprendere i margini sui finanziamenti, non soltanto di alzare il volume delle commissioni. (vedi grafico 4).

interessi attivi 2014-17

La confluenza di tre cause simultanee che si sono già verificate giustifica l’aspettativa di un probabile inasprimento delle condizioni applicate alle imprese. Una risalita degli spread che sarà giustificata ufficialmente dalla fine della politica monetaria accomodante della BCE ma che nasconde anche altre ragioni. Sperando poi che le attuali traversie politiche non contribuiscano ad aumentare il ‘rischio Italia’ come avvenuto in passato.
Da notare questo passaggio contenuto nel Rapporto sulla Stabilità Finanziaria della Banca d’Italia appena pubblicato:

Secondo le previsioni basate sullo scenario macroeconomico più recente, nel biennio 2018-2019 i ricavi [delle banche] aumenterebbero, beneficiando dell’incremento del margine di interesse dovuto sia alle condizioni congiunturali favorevoli sia al rialzo dei tassi di interesse; le svalutazioni su crediti registrerebbero un ulteriore calo.

Con questa cornice di tassi e di appesantimenti da regolamentazione le banche dovrebbero essere già sedute al tavolo per determinare quali politiche di repricing possono attuare nel breve termine. Le vittime designate saranno le PMI, con minore potere. Soprattutto quelle PMI con dipendenza elevata o medio alta dal sistema bancario e con evidenti fenomeni di sottocapitalizzazione che, leggendo sia il Rapporto CERVED PMI 2017, che il recente Rapporto sulla Stabilità Finanziaria della Banca d’Italia si possono stimare in una quota tra il 20 e il 30% (sulla base dei bilanci 2016). Un rilevante blocco di imprese che hanno mediamente un rapporto elevato tra oneri finanziari e Margine Lordo per le quali il peso degli interessi bancari è determinante ai fini del risultato netto.
Per questa tipologia di imprese ancora vulnerabili il rischio finanziario è un’erosione dei profitti dovuta ai maggiori interessi pagati, qualora non riuscissero ad aumentare i loro margini alla stessa velocità.

Provando a fare un paio di esempi numerici per comprendere l’entità dell’effetto rialzo tassi sulle PMI, una media impresa con fatturato di 20 milioni, margine operativo lordo del 5% e un costo medio del debito al 3% e incidenza al 25% del MOL (indicativo di una quota di indebitamento significativa) si troverebbe quasi ad azzerare i profitti se i tassi bancari passassero dal 3% al 5%.  Stessa sorte per una piccola impresa con 3 milioni di fatturato nel caso di aumento dal 5% al 7% dei tassi di finanziamento.

A giudicare dai bilanci 2017 di piccole imprese che passano sul mio tavolo i casi di bassa redditività e di elevata leva finanziaria sono piuttosto frequenti. Con un equilibrio precario dei flussi di cassa il processo di graduale ricostituzione del capitale proprio sarebbe bloccato e messo a rischio da una veloce risalita degli spread applicati alle imprese. In particolare se, come prevedo, le banche decidessero di fermare la competizione sui prezzi come hanno fatto in questi ultimi 12 mesi sui molte imprese.

Per le imprese vulnerabili, sottocapitalizzate e con margini compressi anche al di sotto del 5% la dipendenza e convivenza con il credito bancario potrebbe rivelarsi controproducente, tenendo conto della maggiore aggressività nell’addebito di commissioni per qualsiasi non conformità o mancato rispetto delle tempistiche previste dalle loro stesse segnalazioni, il cui impatto largamente sottovalutato arriva molto frequentemente alla duplicazione dei costi complessivi.

In conclusione per quasi 1/3 delle nostre PMI il rapporto con il credito bancario andrà tenuto sotto stretto controllo sul fronte dei costi nei prossimi 6-12 mesi. I primi segnali di aumento dovranno indurre le imprese a essere molto più caute nel ricorso al debito bancario, privilegiando la crescita dei margini e dei flussi di cassa alla pura crescita dei fatturati.

immagine del post da Shutterstock©

 

more

Ti potrebbe interessare anche :


TAGS: , , , ,
Pubblicato in: banche e PMI

Leave a Reply

Twitter Users
Enter your personal information in the form or sign in with your Twitter account by clicking the button below.