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11 marzo 2018

Luci e ombre nella discesa dei tassi alle imprese

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L’orientamento della Banca d’Italia di stendere un bonario scudo protettivo sul sistema bancario si esplica in vari modi. Uno dei più recenti è la produzione di ricerche specifiche (Occasional Papers) che cercano dimostrazioni statistiche del buono stato o delle ‘buone maniere’ delle banche italiane durante questo travagliato periodo. I ricercatori della Banca Centrale sono bravissimi e usano sapientemente i modelli econometrici e statistici ma il lettore si interroga su quali siano le finalità.  Prendiamo ad esempio una delle ultime produzioni della collana Questioni di Economia e Finanza, il n.426 dal titolo “The drop in non-financial firms’ cost of credit: a cross country analysis” prodotto da Finaldi-Russo e Parlapiano.  Lo studio analizza sostanzialmente la discesa dei tassi d’interesse praticati alle imprese (non-financial firms) nel periodo dalla crisi del debito sovrano del 2011 sino a metà del 2017.

Nel paper si commenta la discesa dei tassi sui prestiti alle imprese confrontando l’andamento dei tassi italiani, rispetto a quelli dei paesi core Europe (Austria, Belgium, Germany, Finland, France, Luxembourg and the Netherlands) e dei paesi vulnerabili (Cyprus, Greece, Italy, Spain, Ireland, Slovenia and Portugal) o i nuovi entrati (Estonia, Lithuania, Latvia, Malta and Slovakia).

I grafici si spiegano da soli: si riferiscono ai tassi sulle nuove operazioni e mostrano la ‘gobba’ dei tassi italiani che dalla fine del 2011 fino alla fine del 2015 sono sostanzialmente più elevati rispetto alla media praticata dalle banche negli altri paesi EU. Se si confronta l’Italia (linea rossa) ai paesi core il rientro dei tassi (in presenza della medesima politica monetaria praticata da Draghi in BCE) si avvicina solo a metà del 2016.

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E’ possibile così sostenere che la debolezza del sistema bancario italiano nello stesso periodo esaminato si sia aggiunta alla debolezza delle imprese italiane, soprattutto quelle piccole, innescando un circolo vizioso di 1) maggiore cautela per maggiore rischiosità delle PMI italiane, 2) tassi più elevati del 2% rispetto ai paesi del Nord, 3) razionamento del credito e 4) quindi ulteriore indebolimento dei profitti delle imprese.

Naturalmente lo studio non può nascondere le differenze nei tassi praticati alle micro imprese, rispetto alle grandi, o la differenza tra imprese solide e deboli, come si vede nel grafico seguente che parte però dal 2014 e quindi da un credit-crunch già in corso:

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I tassi vicini all’8% praticati alle micro imprese o vicini al 6% per le piccole nel 2014 si sarebbero ridotti rispettivamente al 4,5% e 3,5% a metà 2016.  Stupisce non poco il grafico del panel C in cui le due curve dei tassi sono relativamente vicine nonostante la curva rossa rappresenti imprese sane e quella verde imprese deboli (leggere la definizione per capire il grado di debolezza). Ci si aspetterebbe maggiore differenza. Una gap così ridotto si spiega o con una diffusa incapacità delle banche di prezzare correttamente il rischio (non molto credibile dopo anni di modelli di Basilea), oppure purtroppo con una qualche propensione a mantenere tassi ridotti a una certa tipologia di grandi imprese, a prescindere dalle loro cattive condizioni finanziarie. Un’ipotesi non del tutto azzardata se i due ricercatori determinano dalla loro analisi che le caratteristiche (dimensione, quota export, rischio…) delle imprese spiegano solo l’11% della riduzione di 267 bp occorsa nel periodo 2012-2017, (contro il 23% della Core Europe).

Curiosamente in base al modello prodotto dallo studio sono le banche dei paesi core ad avere virato più intensamente delle banche italiane su imprese più grandi e più solide, mentre il fenomeno di calo dei tassi in Italia sembra più legato a un miglioramento delle condizioni delle imprese debitrici che è avvenuto in parte ma solo a partire dai bilanci 2016.  Quale potrebbe essere la spiegazione?  Se si lega questa osservazione alla forte riduzione di credito avvenuta in Italia, rispetto agli altri paesi, è ipotizzabile cosa sia avvenuto: uno spostamento rapido e marcato verso imprese non vulnerabili (flight to quality) ma poiché in Italia sono poche le grandi imprese e moltissime le PMI lo spostamento è avvenuto su tutte le dimensioni d’impresa (molto più forte a sfavore delle piccole e micro), e una guerra di prezzi su questo segmento di imprese tra tutte le banche che hanno contribuito notevolmente alla riduzione dei tassi medi su nuove operazioni. Questo è il fenomeno sul quale i ricercatori non hanno indagato ulteriormente all’interno dello studio.

Di quali tassi stiamo parlando?

Dalle osservazioni empiriche della pratica quotidiana nascono due semplici osservazioni:

1. Le medie rilevate dalla BCE parlano di tassi medi tra il 3,5% e il 4,5% per le micro e piccole imprese. Sono tassi realistici? Ovviamente no, basta considerare che al tasso (pari allo spread visto l’euribor a zero) andrebbe sempre aggiunta la Commissione Disponibilità Fondi che per i piccoli scende raramente sotto il massimo del 2% annuo (sulle linee accordate, quindi ancora più pesante sull’utilizzo). Se questo costo reale venisse aggiunto si arriverebbe più vicini ai tassi del 7-8% e oltre: sono gli stessi tassi che rilevo quotidianamente esaminando i bilanci di molte PMI. Senza parlare di altre commissioni fantasiose come la Commissione di Istruttoria Veloce applicata su sconfini di pochi giorni che alza ulteriormente il costo totale. Inoltre la polarizzazione tra imprese gradite alle banche e imprese sgradite annega nella media delle differenze notevoli. Nella realtà odierna chi non gode di un buon rating può vedersi addebitato anche il 10%.

2. Consideriamo alcuni parametri di costo per le imprese sui mercati finanziari. Facile osservare come ENEL, ENI o ATLANTIA emettano debito a 10 anni con tassi vicini o inferiori all’1,5% ma che nello stesso tempo valide imprese medie raccolgono fondi sul mercato attraverso i minibond con tassi che oscillano tra il 4% e 8%, come ad esempio nel caso del recente Elite Basket Bond. (vedi grafico dell’Osservatorio Minibond del Politecnico). Se questo è il prezzo corretto (di mercato dei capitali) per il rischio a medio termine di aziende di media dimensione e di buona qualità come possono le banche coprire il costo del rischio e i loro costi variabili con tassi al 2% o inferiori? Qualcuno risponde: ‘asimmetrie informative’ puntando sul fatto che la banca abbia informazioni migliori per prezzare il rischio. I 200 e oltre miliardi di sofferenze bancarie starebbero a smentire questa tesi. Più logico riferirsi a un ricavo complessivo sul cliente-debitore, per domandarsi subito dopo se la contribuzione nascosta nelle tante commissioni accessorie che integrano lo spread possa essere sufficiente a coprire tutti i costi per erogare tutti i servizi. I dati di forte calo nel margine da interesse dai bilanci 2017 di quasi tutte le banche rivelano in quota parte un fenomeno di possibile sottovalutazione del pricing applicato sul rischio imprese.

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Fonte: 4° Report italiano sui minibond

Sintesi

I tassi medi praticati dalle banche alle imprese sono scesi nel periodo 2011-2017 di 267 bp in Italia.

Buona parte della discesa è imputabile alla politica monetaria della BCE che ha abbassato i tassi nello stesso periodo sia sulla Marginal Lending Facility che sulle aste TLTRO passando da 1,5%-2% a zero o sotto zero, proprio con l’obiettivo di incentivare i prestiti all’economia.

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Nella discesa dei tassi la gobba italiana, rispetto alle altre banche europee, mostra come le banche abbiano abbassato i tassi solo dalla fine 2014 nel tentativo di trattenere profitti a fronte delle sofferenze da rettificare.

I tassi medi mostrati nelle statistiche ufficiali non riflettono i tassi effettivi praticati alle piccole imprese perché tendono a nascondere commissioni (equiparabili a tassi d’interesse) e non descrivono adeguatamente il fenomeno di varianze molto elevate.

I livelli assoluti dei tassi praticati alle imprese piccole e medie dopo questa discesa potrebbero essere insufficienti a coprire l’effettivo rischio di credito e i costi operativi di servizio, soprattutto in presenza di imprese come le piccole e medie italiane strutturalmente più indebitate e fragili della media europea.

Conclusione del titolare di questo blog: i tassi sono sicuramente scesi grazie al denaro facile della BCE ma non è tutto oro quello che luccica. I tassi alle PMI oggi variano dall’1% al 10% e non sempre per validi motivi. Molto spesso, come spesso accade, i piccoli sussidiano quanto offerto dalle banche alle grandi imprese.

Immagine del Post da Shutterstock©

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  1. Grazie a te, commento meraviglioso!

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