Postato:

3 febbraio 2018

Le imprese UTP: business ricco o trovata pubblicitaria?

The-Hurt-Locker-the-hurt-locker-12026186-1200-675

La quotazione record di SPAX, il veicolo SPAC lanciato da Corrado Passera per rientrare da protagonista nel settore dei servizi bancari è lo spunto utile per tornare a discutere di gestione delle imprese ‘incagliate’ o zombie come sono chiamate all’estero.  SPAX, secondo le dichiarazioni dello stesso ex-AD di Intesa ed ex-ministro camminerà nel business dei servizi finanziari con 3 gambe: una per gettarsi nell’ormai affollato mercato delle sofferenze (o NPL), una per trovare soluzioni a imprese (PMI?) alcune delle quali sono:

‘ancora performing ma in crisi più o meno forte (i cosiddetti crediti Unlikely-To-Pay)…. Per molte di queste può esserci una soluzione” (intervista a Sole 24 Ore 16/1).

La terza gamba, non poteva mancare in questi tempi di fintech, è basata su una finanza ‘digitalizzata’ che appare rivolta alle famiglie.

Dopo avere definito cos’è un’azienda UTP e chiarito che per le banche italiane ha una probabilità di almeno il 20-30% di non riuscire a ripagare i debiti, a seguito di ritardi e difficoltà nel generare sufficiente cassa e liquidità, occorre vedere a) quanto vasto e come è composto questo mercato in Italia e b) se sia o meno fattibile ed economicamente interessante.

In passato ho indicato in più di un’occasione (vedi il post Ora la sfida delle banche è disincagliare o La sinergia migliore? Come sminare gli incagli) che le banche avrebbero dovuto concentrarsi e specializzarsi nel salvataggio delle imprese UTP, molto più che nei confronti delle sofferenze. Con le prime un recupero avrebbe evitato ulteriori accantonamenti e comunque si trattava di imprese ancora vive (anche se zoppe), con le seconde si trattava per lo più di recuperi sul piano legale e nei tribunali fallimentari. I fatti e i numeri mi hanno dato ragione ma ora sembra troppo tardi per provarci.

1.Per dimensionare il mercato UTP ci viene in aiuto lo studio Pwc del dicembre 2017 (“The Italian NPL Market”) e con il primo grafico tratto dallo studio vediamo che a metà del 2017 la dimensione degli UTP era di ben 104 miliardi, scesi dal picco di 127 del 2015 più per effetto del passaggio a sofferenza (Bad Loans il 21%) che per il rientro in Bonis 5% o il recupero 12%. Questi 107 miliardi sono per il 73% derivanti da crediti verso imprese, se si trasla la percentuale delle sofferenze anche sugli UTP.  Quindi 75 miliardi concentrati fortemente nei bilanci delle prime 9 banche (vedi secondo grafico). Quindi un mercato enorme e potenzialmente attraente.

Pwc 2018 NPL

Pwc UTP by banks 2

2. Quanto vale effettivamente questo mercato di crediti zoppi?
Se seguiamo le scelte operate dal sistema bancario il valore potrebbe variare da 42 a 66 miliardi netti, se si applicassero gli accantonamenti (rettifiche) fatte da Credem (15%) oppure da Unicredit (45%). Tra questi due valori un investitore potrebbe comprare portafogli di UTP per rimettere in sesto le imprese e ricavare un ritorno molto interessante.  In realtà la questione delle rettifiche sta prendendo una piega molto scomoda per le banche innanzitutto perché c’è stata e c’è ancora un tendenza a sottostimare il decadimento effettivo delle imprese e in secondo luogo perché l’applicazione dei nuovi criteri di classificazione (IFRS9) impone alle banche dal 2018 di valutare le perdite attese con un ‘forward-looking approach’ determinando per ogni posizione l’effettiva probabilità di recupero. Quindi anche secondo Pwc un’alta probabilità che molti UTP debbano passare nella categoria Bad Loans. Questo effetto potrebbe quindi fare scendere il prezzo di mercato a cui vendere le posizioni UTP senza subire grosse minusvalenze sul bilancio. Probabilmente si tenderà a valori più vicini a quelli praticati da Unicredit non casualmente.

Pwc UTP by banks and coverage ratio

3. si tratta di un mercato interessante per le stesse banche? 
A quanto dicono le statistiche non sembra, più per mancanza di determinazione e di competenze che per potenzialità. I dati mostrati dallo studio Pwc, presi da Banca d’Italia, segnalano che il 62,5% degli accordi di ristrutturazione concessi e firmati dalle banche sono ancora in alto mare dopo 3 anni e che dopo 4 anni il 40% è finito peggio con il fallimento o la liquidazione del debitore. Colpe da suddividere equamente tra chi ha presentato il Piano del debitore (spesso società di consulenza di grande notorietà per i grandi e medi debitori) e le banche che li hanno accettati con scarsa comprensione ma soprattutto badando a non agevolarli con una sola goccia di nuova finanza.

4. Se non è un mercato valido per le banche può esserlo per operatori specializzati come la neo-costituita SPAX di Passera?
Qui i pareri sono discordi e forse lo sono anche i metodi. Mentre Passera e Clamer sembrano guardare con favore all’idea di mettere un piede nel mercato UTP, Giovanni Bossi di Banca IFIS che maneggia NPL con successo da molti anni ha spiegato che non è per nulla un mercato facile in un post su Linkedin. Dopo avere premesso che

“Per farlo bisogna stare sul mercato, sviluppare competenze specifiche, conoscere il mondo del credito e quello delle imprese in ogni singola sfaccettatura” e che “oggi l’elefante nella stanza è l’UTP

va più in dettaglio e precisa:

Cosa significa “gestire” un UTP? Significa fare credito difficile a clienti difficili. La parte più complessa del lavoro del credito e del banchiere. Un mestiere che deve essere fatto con competenza ed esperienza e con tutte le informazioni possibili (che solo la banca che ha erogato il finanziamento può avere e che dovrebbe mettere a disposizione dell’acquirente, ma come?) e con la consapevolezza che alcuni clienti andranno abbandonati al loro destino; e che altri andranno aiutati a risollevarsi consentendo loro più tempo, a volte ristrutturando il credito e anche dando loro nuova finanza per farli crescere.
Quindi perché un “mercato” vivace degli UTP è poco realistico? Perché per farlo partire bisogna montare non già una macchina di recupero efficiente, come per le sofferenze; ma una macchina creditizia (cioè una “banca”) pronta capace, esperta e reattiva, con persone che sappiano fare credito, e non recupero. Con disponibilità a valutare uno ad uno i progetti dei clienti, a finanziarli se opportuno, a deciderne la chiusura se necessario. Prendendo rischi elevati, in un contesto in cui le banche che hanno portafogli importanti di crediti UTP non vogliono certo, e con ragione, svenderli a poco. Esiste la possibilità di acquistare singole posizioni UTP avendo, oltre alle capacità, il tempo e le condizioni necessarie per le attività di due diligenze e valutazione ma non è realistico immaginare la possibilità di comprare in modo massivo portafogli di posizioni UTP. Per questo riteniamo che la nascita di un vero mercato vivace per gli UTP resti una boutade pubblicitaria.

Altra campana interessante quella di chi come Stefano Visalli, promotore del fondo OXY CAPITAL che ha già rilevato dalla banche il debito del gruppo veronese Ferroli, della società Olio Dante e recentemente di Stefanel sostiene da un lato che l’impegno necessario rimettere in carreggiata aziende in crisi è elevatissimo dal punto di vista manageriale e quindi costringe i fondi specializzati a seguire poche operazioni contemporaneamente nel mare dei 100 miliardi e sicuramente di taglio superiore ai 50 milioni di fatturato. Dall’altro lancia un allarme preciso: le norme che la BCE sta dettando alle banche per l’accelerazione delle svalutazioni degli NPL (tra cui anche UTP) non aiutano la terapia di recupero -anche quando operata con intervento esterno- perché bloccano definitivamente qualsiasi concessione di nuovo credito, sia che si tratti di conferma delle linee per il circolante e ancor più per la nuova finanza, pericolosa se non inquadrata in una procedura fallimentare con effetto di prededuzione.

Sintesi.
Passera non è di sicuro uno sprovveduto, ha guidato Intesa SanPaolo e conosce le imprese in crisi, forse più quelle grandi che non le PMI, ma sia Bossi che Visalli giocano da anni su questo campo minato e hanno mostrato perplessità. Pwc (che spesso funge da advisor in queste operazioni) dice che il 2018 sarà l’anno della verità sul mercato NPL

New solutions, innovative approaches and breakthrough actions must be identified to speed up the NPL remediation plans of the Italian banks. We believe that the answer could be the undertaking of an innovative business transformation of the NPE within the Italian banks.

…the Unlikely To Pay (UTP) challenge (GBV of €104 bn as at June 2017) that will require the quest for solutions covering multiple strategic options among the forbearance measures, the true sale, the agreement with third party equity investors/debt underwriters or the commencement of liquidation procedures. The business transformation of the NPE field could lead the Italian banks to address the UTP more effectively.

Il parere del titolare di questo blog è in bilico tra le due tesi, ma realisticamente ancora una volta distingue per la dimensione delle imprese. Le imprese piccole, quelle con fatturati fino a 20 milioni hanno poche speranze di ricevere attenzione, se non quando hanno già posto solide basi e risultati nella ristrutturazione industriale senza aiuto dalle banche o esterno. Per le altre c’è una luce di speranza se SPAX, OXY Capital o altri fondi vorranno mettere risorse e immettere capitali freschi (quasi sempre indispensabili) ma complessivamente siamo lontanissimi dal coprire i 66 miliardi in gioco.

Riascoltiamo cosa ha detto recentemente Corrado Passera:

“Nell’economia italiana c’è un mondo di almeno 10.000 piccole e medie imprese che vanno dai 15-20 milioni ai 150-200 milioni di fatturato. Il mondo del credito in questo settore vale circa 400 miliardi”, ha affermato l’ex numero uno di Intesa Sanpaolo. “Noi puntiamo a una quota di questo mercato proponendoci come accompagnatori delle aziende che hanno potenziale ancora da esprimere a cui forniremo servizi e competenze di credito, di ristrutturazione e di capitale”.

“Ci sono imprese che hanno un forte potenziale ma che ancora, mi si passi il termine, non sono fiorite e hanno rating bassi. Altre sono ancora performing, ma in crisi più o meno forte. E infine c’è il gruppo delle aziende in grave difficoltà che alimentano gli Npl. Per molte di queste situazioni può esserci una soluzione. E questo sarà il nostro lavoro”, ha aggiunto Passera anticipando la possibilità di collaborare con altre banche, “soprattuto nel mondo degli UTP”, o per meglio dire gli incagli, il nuovo tema caldo del settore bancario italiano .

Ricordo sempre ai lettori che la definizione di PMI finisce, in base alle regole della Comunità Europea, a 50 milioni di fatturato non a 200. Pignolerie a parte si capisce dalle parole dello stesso Passera che nessuno guarderà a imprese sotto i 20 milioni.

Ultima annotazione non secondaria: il recupero di situazioni compromesse passa quasi sempre per un ricambio totale dei soci e del gruppo dirigente (che in molte imprese combaciano). Il caso recente del tentato salvataggio della Melegatti, che sta naufragando per i conflitti tra medici e paziente, è solo una dolorosa dimostrazione di questo postulato.

more

Ti potrebbe interessare anche :


to “Le imprese UTP: business ricco o trovata pubblicitaria?”
  1. Sono i cari vecchi “incagli”… solo che ora usano l’acronimo UTP. Tutte le banche mettono prima ad “incaglio” e poi si passa alla sofferenza. Si ha quando vengono revocate le linee di credito senza chiudere il rapporto: in Ceri troverai “accordato zero” “utilizzato X”. Nello sconfino senza incaglio hai “accordato X” “utilizzato X+Y”. La differenza sta negli interessi applicati… nell’incaglio (UTP se ti piace di più) il tx applicato su tutto l’importo e’ quello extrafido. Inoltre con l’incaglio, in teoria ma molto in teoria, potresti ancora accedere al credito bancario presso un altro Istituto; con la sofferenza (cd “voce 5”) nessuna banca ti farà mai credito, anzi, ti revocano le linee in essere. Ci sarebbe anche il cd “incaglio interno”: la revoca dell’affidamento (o blocco) e’ solo sul sistema interno dell’Istituto e non su vede in Ceri. La scoperta dell’acqua calda…

  2. Da inizio dell’anno, le Banche devono prevedere accantonamenti sulla base delle perdite attese e non più solo all’occorrenza su degli specifici eventi (da impairment test) – ossia, devono, quindi adottare un’approccio che guardi al futuro e non solo al fine di anticipare e/o di prevedere del/le relative perdite ai primi segnali di deterioramento del credito.

    Questo tipo di innovazione richiede non solo nuovi strumenti, ma anche un’approccio diverso fortemente pro-attivo e (delle) nuove capacità all’interno degli Istituti Bancari: da un lato, per il portafoglio crediti gestito, devono fortemente rafforzare le funzioni di monitoraggio del credito insieme a nuovi strumenti per la misurazione del rischio di credito (KPI, index, soluzioni avanzate di CRM); dall’altro lato, per il portafoglio eventualmente oggetto di cessione, devono definire unità specializzate nella strutturazione e nella esecuzione delle operazioni straordinarie (elaborazione e remediation dei dati, cartolarizzazioni).

    Quindi, si tratta di una sfida/mission davvero assai complessa – ardua se non impossibile, in specie per determinati Istituti -, perché richiede un mix di capacità molto articolato, di data quality e sempre con due diligence (su ogni debitore! – e la conseguente riclassificazione del credito, quindi), ristrutturazione e gestione del turnaround, M&A e special situations.

    L’insieme di Tutte queste varie “expertises”, comunque, determinerà lo sviluppo di un approccio sempre più personalizzato per ogni posizione del portafoglio, consentendo la Sua gestione tempestiva e mirata.

    Importante, è/sarà capire e “vedere”, quindi, sempre il (“relativo”) portafoglio: Investitori (“reali”!), Clienti, perdite, crediti. Solo così, si può avere un quadro reale e preciso sulle percentuali non solo di recupero ma di profitto – tralasciando la media sui singoli casi di applicazione/recupero degli Istituti o Fondi e/o Società (non solo perché il pregresso analizzato e visto degli anni precedenti, fa/rà poco testo d’ora in avanti – anche dal punto di vista della localizzazione settoriale, oltre che geografica, delle Banche e sulle/delle Società/PMI/Cps*).

    Ps: in giro, sto vedendo, Molti che erano/sono ai margini (per tanti motivi!) e che in qualsiasi modo cercano/stanno cercando di rientrare in/nel gioco – soffrono da morire a vedere che Altri sono in auge (Alcuni di questi, al posto Loro). L’importante è saper scegliere, attentamente, chi far salire a bordo – considerato/ando che il piatto è super presidiato. In poche parole: i Nomi non bastano; anzi, in Alcuni di quei/sti casi, sono deleteri (è dire poco).

    Ciao, Fabietto.

    *Consiglio lettura*

    §- Basel Committee on Banking Supervision (BCBS, the), “Prudential treatment of problem assets – definitions of non-performing exposures and forbearance” – April 4, 2017
    https://www.bis.org/bcbs/publ/d403.pdf

    Surfer

Leave a Reply

Twitter Users
Enter your personal information in the form or sign in with your Twitter account by clicking the button below.