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11 gennaio 2018

Il retrogusto amaro della Commissione Banche

amaro-erbe

Il 2018 ci consegna un meritato silenzio sulle audizioni della Commissione parlamentare sulle banche, dopo un’indigestione di commenti, articoli, spiegazioni, polemiche, attacchi e contro-attacchi politici.

Mi rifiuto di riassumere, ripercorrere o chiosare in chiave tecnica tutto quanto è successo (perché davvero è successo di tutto) e anche di cosa si sarebbe dovuto parlare e non si è parlato.  Altri, ben più preparati accademicamente di me come il prof.Erzegovesi, hanno avuto la pazienza di scrivere un minuzioso riassunto , se avete la pazienza leggetelo per destreggiarvi più facilmente tra bail-in e mis-selling.

Come prevede lo stile semplice di questo blog mi impegno nel rifornimento veloce ai miei lettori -che hanno poco tempo e a malapena finiscono di leggere i post- di poche considerazioni fuori dal coro della stampa. Lo scopo è sempre tenere i piedi vicini alle imprese e capire in quale modo i lavori della Commissione abbiano influito nei rapporti tra banche e imprese. Osservazioni provenienti direttamente dalla bocca degli imprenditori con cui ho avuto occasione di parlare in queste ultime settimane. Opinioni, non certezze, non oro colato ma sentite più volte costituiscono per me ben più di un indizio.

SFIDUCIA. I resoconti giornalistici delle audizioni hanno contribuito non poco a diffondere un senso di sfiducia complessivo nei confronti delle banche, gettando benzina su un fuoco che bruciava già per effetto del lunghissimo credit-crunch e della rigidità nelle concessioni di nuovi crediti. Questo è l’effetto più imprevisto di una Commissione nata nello scetticismo generale (“affosseranno tutto”) e diventata da subito un vulcano con lapilli e cenere. Adesso gli imprenditori faticano a distinguere la banca ‘buona’ da quella scorretta, se hanno consolidato una sensazione è quella di una distanza enorme tra i loro problemi e le ‘priorità assolute’ di sopravvivenza del sistema bancario, che tanti guasti hanno procurato al risparmio e alle stesse imprese.

Viste dai nostri imprenditori la politica e le banche sono apparse ancora più ammiccanti e a braccetto, come appaiono nelle occasioni pubbliche, sfruttando l’alibi della tutela del risparmio. Per le banche tutto è possibile, per le imprese molto poco. Le imprese restano spettatrici di un triste teatrino. A proposito, avete fatto caso che non è stato ascoltato dalla Commissione un solo imprenditore? Eppure in diversi erano stati coinvolti nelle operazioni baciate, avrebbero potuto dire qualcosa di utile.

LA SCATOLA NERA. La seconda impressione più marcata è che nei rimpalli di responsabilità tra autorità di vigilanza nei rispettivi controlli, che sono emersi ripetutamente nelle audizioni, la politica e le istituzioni (governo e Banca d’Italia in primis) siano state lungamente impegnate nel tentativo di minimizzare e occultare i problemi delle banche, ritardando azioni forti e sperando più volte, con strumenti di emergenza in una miracolosa guarigione che è purtroppo finita, per alcune tristemente famose banche, in un disastro assoluto. Qualcuno usa il termine ‘calciare la lattina‘ prelevato dal gergo anglosassone. Cosa sia successo veramente, di chi siano le responsabilità non si saprà mai, perché la scatola nera è stata trovata ma non si è voluto aprirla completamente. Neppure la Commissione ci riuscirà nel suo rapporto finale dove sarà già complicato spurgare completamente i veleni dei partiti contro i partiti opposti.

IMMOBILISMO. Un altro sottoprodotto della Commissione è che le imprese non si aspettano alcun cambiamento significativo. Nelle ripetute autodifese e autoassoluzioni di chi è sfilato davanti a Casini e ai membri della Commissione gli imprenditori hanno colto soprattutto la sensazione che i banchieri non cambieranno pelle. Essendo usciti in larga misura indenni a titolo personale dai danni causati alla clientela, passata la nottata e la paura, i banchieri riprenderanno a esercitare un potere contrattuale pressochè illimitato verso i piccoli clienti e viceversa a essere sensibili  alle pressioni politiche locali e molto flessibili verso i grandi debitori. Nulla di nuovo nella legge della giungla italiana. Rassegnazione.

COMPLESSITÀ. Come utenti del credito bancario, gli imprenditori -soprattutto quelli piccoli- associano gli effetti del grande disastro bancario alla complessità nella gestione quotidiana delle loro necessità. In molti sono oggi alle prese con l’inglobamento e passaggio dei loro affidamenti da Popolare Vicenza e Veneto Banca a Intesa, dalla ex-Banca Marche, Banca Etruria e Carichieti a UBI, da Carife a BPER, da Carim e CR San Miniato a Credit Agricole. E tutti, ma proprio tutti lamentano di non avere risposte, di avere perso gli interlocutori, di gestire incertezza senza limiti di tempo. Fidi scaduti, sconfinamenti tecnici, rigidità operative, ossessiva caccia ai past due, risposte posticipate sono percepiti essere un ingiusta tassa da pagare.

RABBIA. Alcuni imprenditori hanno perso soldi importanti a causa della svalutazione pressoché totale delle azioni e delle obbligazioni sottoscritte insieme ai fidi concessi da alcune note banche. Il danno è già emerso nei bilanci 2016 e in altri casi emergerà tra qualche mese nel bilancio 2017, aggiungendo la beffa di richieste di rientro e di peggioramento del rating causato proprio da quelle minusvalenze. Seppure siano una stretta minoranza si è arrivati a casi di imprenditori che hanno deciso di fare a meno delle banche e operare solo con i propri mezzi. Non hanno fatto alcun commento sulla Commissione, non si aspettano più nulla, hanno deciso con rabbia e tirano dritto. Altri si sono imbarcati con alterne fortune (e consiglieri di varia serietà) in cause per anatocismo che trasformandosi in dichiarazione di guerra, lenta e costosa nei tribunali, sortiscono il medesimo effetto: niente più fidi in banca, quindi si lavora senza banche.

Potrei andare avanti con altri aneddoti e commenti, ma la sostanza ascoltata è più o meno questa. Non un solo commento a difesa delle banche, molti i rimpianti della ‘vecchia banca’ (che li ha aiutati nella buona sorte) e tanta disillusione per il futuro. Credo di averlo detto altre volte ma la gestione ‘collettiva’ del problema banche è stato un clamoroso autogol sulla reputazione di un intero sistema finanziario che ha sì diverse responsabilità, ma che avrebbe potuto condividerle ampiamente con il sistema delle imprese e la sua impreparazione alla crisi economica e finanziaria. Invece l’approccio “tutti insieme, tutti sani” non ha retto e non ha giovato a nessuno, le auto-assoluzioni in doppiopetto, le finzioni sul credito erogato (e mai erogato veramente) hanno appannato l’immagine del sistema. La gestione di Intesa dell’accorpamento dei fidi delle due popolari venete, con riduzioni annunciate e praticate, si distacca notevolmente da quanto dichiarato pubblicamente e non contribuisce alla reputazione di quella che oggi è senza dubbio la banca più solida e più propensa a sostenere la ripresa economica. Evidentemente l’abitudine a non accettare la sfida della trasparenza rimane una caratteristica del nostro sistema finanziario, che o trascura la rilevazione delle opinioni o più probabilmente le conosce e aspetta che passi la tempesta.

Chiudo precisando che sto parlando di un serio problema di percezione, non sempre e non necessariamente di sostanza. Le banche stanno lavorando, alcune molto bene e con impegno ma pagano ingiustamente errori di una politica di comunicazione sbagliata e alcune valutazioni miopi. Tuttavia perdere la fiducia dei clienti proprio nel momento in cui fare ricavi è diventato maledettamente difficile è una tassa pesante da pagare. Resto del parere che sia meglio pagarla e girare pagina cambiando. La banca in doppiopetto è antipatica ed è finita.

Credito Italiano

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