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24 novembre 2017

Il dramma annunciato delle imprese venete sperdute

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A giugno sulle macerie ancora fumanti del crollo (annunciato) di Banca Popolare Vicenza e di Veneto Banca avevo anticipato il problema che sarebbe sorto nella spartizione del portafoglio imprese delle due popolari. Intesa si era impegnata con 1€ a prendere solo le migliori, lasciando quelle rischiose alla gestione dello Stato e prendendo dallo stesso Stato anche una garanzia di 4 miliardi per coprire perdite future, da quelle imprese che nei prossimi anni cadranno in crisi. Nel post ‘I miliardi sperduti delle imprese indesiderate‘ suggerivo alle piccole imprese di correre ai ripari e di cercare con forza interlocutori da cui conoscere il loro incerto destino: dentro (Intesa) o fuori (la bad bank SGA).

Cinque mesi dopo è emerso tutto il problema atteso. Per mesi non si è risolto nulla. Se avete la pazienza di leggere cosa ha scritto Federico Fubini sul Corriere il 18/11 nell’articolo “Un’altra grana per le venete: la proroga della liquidazione” vi sarà più chiara la corrispondenza:

La riunione di lunedì a Roma toccherà poi un tema anche più delicato per il tessuto produttivo del Veneto: il 30 novembre scade il cosiddetto «esercizio provvisorio d’impresa», l’autorità legale che permette ai liquidatori delle banche venete di continuare a erogare credito alle imprese (e famiglie) in difficoltà. La squadra per la liquidazione di Veneto e Vicenza — composta da Fabrizio Viola, Giuliana Scognamiglio, Alessandro Leproux, Claudio Ferrario e Giustino Di Checco — non dispone di licenza bancaria. L’entità che liquida gli istituti falliti non è una banca, ma continua ad avere rapporti di credito vivi con la clientela. Può cioè operare come una banca, dando credito a tanti clienti in arretrato con i rimborsi, proprio grazie a un permesso di «esercizio provvisorio d’impresa». Il problema è che quel permesso scade alla fine di questo mese. I liquidatori rischiano dunque di dover smettere di finanziare le imprese, mentre separano le attività sane di Veneto e Vicenza, destinate a Intesa Sanpaolo, e intanto cercano di creare valore dalle parti malate per rimborsare al massimo i creditori.

Viola e la sua squadra non hanno finito il loro lavoro e stanno chiedendo una proroga dell’«esercizio provvisorio d’impresa», in modo da poter continuare a finanziare aziende in difficoltà. C’è solo un problema: dopo l’intervento del governo in giugno, stanno usando denaro pubblico. Se continuassero a prestare ai debitori in ritardo, sembra inevitabile che la Commissione Ue entri in gioco contestando l’erogazione di aiuti di Stato mai autorizzati. Non è dunque escluso che a quel punto i fidi dei debitori in difficoltà — ma non già falliti — possano essere revocati.

La preoccupazione è palpabile nel campo delle piccole imprese e se ne fa portavoce da tempo Bonomo di Confartigianato Imprese. Ecco un secondo articolo pubblicato sul Giornale di Vicenza lo stesso giorno:

La due diligence sugli asset di BpVi e Veneto Banca, dopo il passaggio della parte buona ad Intesa Sanpaolo, più volte rinviata, dovrebbe essere ormai in dirittura finale. Ma il grido d’allarme delle piccole imprese non si interrompe perché più il tempo passa più la situazione di incagli e soprattutto di posizioni deteriorate in bilico sta diventando insostenibile. Alcune imprese sono come dentro alle sabbie mobili che le stanno inghiottendo, basterebbe un appiglio per poter tirarsi fuori. Stanno sprofondando. Oltre 8 miliardi di euro, riferibili alle ex BpVi e Veneto Banca, sono stati classificati quali «ritardi nei pagamenti che possono evolvere in bonis». Ritardi in ultima analisi che possono essere recuperati. Sono i dati forniti dal commissario della bad bank Fabrizio Viola nei giorni scorsi davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta. Confartigianato Imprese venete li mette ancora volta sul tavolo, come ha fatto a più riprese nelle ultime settimane, evidenziando che questa «cifra rilevantissima dovrebbe ottenere assoluta priorità e attenzione. Attenzione – aggiunge – che oggi non sembra tale». L’associazione fornisce anche le piste per possibili appigli da Veneto Sviluppo ai Confidi.

PRESSING. «La situazione è paradossale – spiega il presidente Agostino Bonomo -: le aziende con posizioni deteriorate che non sono clienti di Intesa Sanpaolo, sono state segnalate alla Centrale rischi e, quindi, non possono più accedere ad alcuna forma di finanziamento in alcuna banca. In più se l’imprenditore che ha avuto problemi di solvibilità fosse in possesso della liquidità per tornate “in bonis” rientrando delle posizioni aperte, si trova nella spiacevole situazione di non avere un interlocutore con cui dialogare. Da un lato gli sportelli di BpVi o Veneto Banca non hanno più in carico il cliente, dall’altro la Sga non è una banca. Quindi anche chi potrebbe essere in grado di intercettare la ripresa, in particolare in alcuni settori, è destinato a rimanere nel limbo. Con le conseguenze che ben possiamo immaginare».

RISCHI. «Migliaia di aziende sono a rischio di continuità – prosegue Bonomo -. Sono impedite di lavorare a causa della segnalazione bancaria. Sono un patrimonio che, ogni giorno che passa, si deteriora; un vero e proprio sperpero di imprenditorialità. I liquidatori, da quanto sappiamo, hanno il quadro completo di questa situazione, con relativa classificazione. Questi crediti non possono essere consegnati alla Sga e devono essere messi in un circuito nel quale attingere nuovo credito per puntare al ripristino della normalità aziendale».

Altri spunti su un articolo di VVox:

«I ritardi nell’individuare le tipologie dei non performing – hanno affermato Bonomo e Borin– sono sempre meno comprensibili e stanno costringendo all’inattività ed al rischio di definitiva chiusura imprese che hanno la possibilità di tornare in bonis. Siamo preoccupati – hanno proseguito – che nella scelta dei veicoli per le cartolarizzazioni prevalgano criteri di smobilizzo tout court e non di attenta analisi ai casi che, con adeguati interventi creditizi per i quali le associazioni hanno chiesto la massima collaborazione a Banca Intesa, si possono salvare. Viene prima il patrimonio imprenditoriale da salvare – hanno concluso Bonomo e Borin – che l’opportunità di business dei veicoli individuali. La SGA è quindi uno snodo importante che si sta mostrando problematico.

 

Eccole le imprese ‘sperdute’, un po’ zombie affossate da troppi debiti, un po’ abbandonate a se stesse. A giugno si intuiva cosa sarebbe successo e non facevo solo teoria. Quando è stata disegnata l’operazione di fallimento e salvataggio delle due banche popolari è stato fatto tutto con grande fretta e non si poteva definire chi sarebbe rimasto con Intesa e chi sarebbe stato spedito a inferno e purgatorio. I criteri c’erano ma le singole decisioni sono un’altra storia. Come dice Fubini sono passati mesi e tutte le imprese affidate da Popolare Vicenza e Veneto Banca con rating che -in base alla controanalisi di Intesa- esprimono valori di rischio elevato sono congelate, prive di risposte e di interlocutori. Sono imprese, quelle ancora vive, che davvero hanno bisogno di risposte e interlocutori per cercare di rimettersi in piedi, non possono sopportare altre revoche dei fidi. Il problema esiste e non è banale. Intesa è parte della soluzione ma solo per alcune. Lo Stato lo è per la maggior parte, ma non ha saputo mettere sul tavolo gli strumenti per operare con rapidità.

 

Immagine del post da Shutterstock©

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