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13 ottobre 2017

NPL: l’Italia s’è desta

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Si parte da un fatto di cronaca di settimana scorsa, la levata di scudi nazionale contro l’ipotesi presentata in consultazione dalla BCE di un superammortamento obbligatorio dei NPL (tutti i crediti deteriorati) che dal 2018 potrebbe imporre alle banche di accantonare il 100% del crediti classificati a rischio. E dovranno farlo in 7 anni (se garantiti) oppure in 2 anni (se non garantiti).  Contro questa norma si sono scagliati istantaneamente i ministri Padoan e Calenda, l’ABI, Confindustria e tutti i giornali più allineati con il governo e le banche.
Dico subito che sono tra coloro che ritengono inopportuna e strumentale questa protesta nazionalistica collettiva e sposo il commento del giornalista indipendente (sottolineo la parola indipendente) Mario Sechi sulla sua newsletter List con una frase lapidaria:

Urla e strepiti di ABI, Confindustria e governo sulle nuove regole della BCE sui crediti a rischio per il 2018, segnala il problema della classe dirigente italiana: non ha nessuna intenzione di accettare la realtà di un mondo regolato sulla serietà, le regole trasparenti, la fine delle relazioni amicali, la rottura del patto per cui le perdite erano socializzate e gli utili privatizzati per pochi.

Al commento di Sechi aggiungo di avere notato come la reazione delle associazioni bancarie e imprenditoriali (a cui sommo anche Confartigianato) si sia precipitata a paventare per colpa della BCE, insensibile ai temi della fragile ripresa italiana, un nuovo credit crunch per le PMI, categoria di imprese che viene buona solo a intermittenza (vedi le considerazioni sui pagamenti) e serve vari scopi per essere usata come “scudo umano” quando mancano argomenti, per poi essere dimenticata appena l’emergenza finisce.

NPL e BCE-Sole,05-10-17

Vi risparmio i tanti motivi tecnici per cui la richiesta della BCE è tutto tranne che irragionevole, rimandandovi alla lettura di un post scritto da Massimo Famularo, un professionista che lavora da forse 20 anni in mezzo a gli NPL bancari, a differenza di chi scrive articoli sui giornali e spesso non conosce bene la materia. Famularo fornisce accurate spiegazioni e conclude che si tratta di ‘molto rumore per nulla‘.

Da parte mia aggiungo una serie di domande e considerazioni che aiutano a vedere la questione attraverso lenti diverse.

E se le regole ci fossero state prima?

Prima riflessione: se teniamo conto che tutte le crisi bancarie che hanno toccato le tasche dei risparmiatori (Banca Marche, Banca Etruria, Carife, Carichieti, Carim, CariCesena, CRSan Miniato) e che toccheranno le tasche dei cittadini contribuenti (MPS, Popolare Vicenza, Veneto Banca) sono nate proprio a causa dell’accumulo eccessivo di NPL e del ritardo con cui sono stati classificati e svalutati (solo dopo le ispezioni della BCE), allora non si capisce di cosa l’Italia debba lamentarsi.
Al contrario si può dire a voce alta che se fosse esistita una regola come quella proposta oggi non avremmo dovuto fronteggiare un disastro di decine e decine di miliardi. I vertici di quelle banche non avrebbero potuto nascondere le perdite e lanciare sui piccoli risparmiatori gli aumenti di capitale a valori gonfiati a cui abbiamo assistito in questi anni.

Perché mai devono pagare il conto le PMI?

Seconda riflessione: nessuno ci ha seriamente spiegato per quale motivo se la BCE impone accantonamenti molto prudenziali su tutte le nuove sofferenze (attenzione, non quelle attuali) il conto debba essere pagato dalle PMI come ha dichiarato con enfasi Patuelli («La tempistica della Bce sugli Npl è da rivoluzione, da sala della Pallacorda. Ero ottimista, poi il mio umore è cambiato quando la Bce ha messo in consultazione un addendum che aggiunge macigni alle ennesime regole sui crediti deteriorati»«avranno forti effetti negativi specie per le pmi»)
Cominciamo a dire che il conto grosso delle sofferenze bancarie è stato causato da grandi debitori. Poi, se le banche faranno da qui in avanti credito come si deve, i crediti saranno concessi solo a PMI sane, come ci ricordano sempre. Se sono sane hanno rating bassi, probabilità di perdita basse e quindi allocazione di capitale contenuta, questo vale per una PMI come per una grande impresa in base ai modelli di rating. Se invece sono troppo rischiose nessuno obbliga le banche a concedere credito (mi sembra che stia già avvenendo). Le PMI si stanno arrangiando anche con meno credito e molte stanno tornando a crescere diventando meno rischiose e quindi finanziabili.
Invece il trasferimento anticipato di costi causati da possibili perdite future viene preconizzato proprio sulle PMI che sappiamo consumare non più del 25% del credito totale. Mah.
L’impressione è che si voglia mettere le mani avanti da una parte per passare aumenti di prezzi necessari ai magri bilanci delle banche e dall’altra in molti casi sapendo che ciò che oggi è ancora classificato ‘in bonis’ non è cosi buono e sicuro e ha qualche probabilità di diventare NPL presto.
Così il costo degli errori passati viene ancora una volta spalmato su tutti, buoni e cattivi ma per motivi di convenienza il credit crunch viene minacciato nei confronti solo delle PMI, ovviamente trova sponde nelle roboanti frasi dell’ex-premier Renzi e di altri esponenti del governo. Fatemi capire questa storia delle PMI, perché se si parla di rischi e di sofferenze leggo ogni giorno delle crisi di imprese grandi e con mega esposizioni bancarie.

Se le crisi fossero affrontate per tempo?

Terzo punto sul processo del credito per le aziende in crisi o difficoltà. La storia di questi anni di crisi ha mostrato abbondantemente due cose: la prima è che quasi tutte le imprese in crisi mostravano nei bilanci segnali di crisi evidente da anni (non mesi) prima che smettessero di pagare rate alle banche e fossero finalmente classificate come credito deteriorato. Anni. La seconda è che le banche non hanno mai avuto strutture di specialisti capaci di prevenire il passaggio a incaglio o sofferenza, tant’è che le stanno creando ora -dopo 8 anni di crisi!- e lo scrivono senza vergogna nei piani industriali. Quindi deduco che quando un credito scivola nella zona NPL la banca deve sapere da tempo le possibilità che si salvi (scarse) o che diventi inesigibile (elevate) nel giro dei 2 anni previsti dalla BCE. Se non si è riusciti a fermare la crisi negli anni precedenti, due anni per accantonare a svalutazione crediti sono molto molto ragionevoli.

Proteggiamo le ristrutturazioni aziendali

Quarta e ultima considerazione: alcuni specialisti delle ristrutturazioni di imprese in crisi vedono negativamente la decisione della BCE ma non per gli stessi motivi urlati al megafono dal presidente dell’ABI, cioè la minaccia che incombe sulle PMI, anzi. Se interpreto correttamente la loro posizione il processo accelerato di accantonamento comporterebbe anche per le imprese medio-grandi, ancora vive ma in lotta con la crisi (in maggioranza inadempienze probabili) un blocco dei fidi bancari o richieste di rientro impossibili da soddisfare. Questo automatismo rischia di compromettere le delicate operazioni di salvataggio promosse sia da operatori con capitale (fondi distressed debt) che da operatori con competenze (advisor specializzati) togliendo le ultime gocce di liquidità al malato.
Questa sequenza è possibile, ma vale anche quanto detto sopra: le nuove regole della BCE se saranno applicate produrranno maggiore attenzione e prevenzione delle crisi e tempestività negli interventi. Tutti sanno che le ristrutturazioni del debito bancario possono richiedere mediamente due anni, non perché servano due anni ma perché le banche non hanno personale sufficiente e si muovono con incredibile lentezza. Sperabile che la stessa BCE guardi con favore ai tentativi professionali di rimettere in pista imprese in crisi e quindi lasci giusti margini discrezionali nella classificazione di questi crediti.

Il sistema bancario ha avuto molte concessioni post-crisi

Chiudo facendo notare ai lettori che in questi anni le banche hanno ottenuto una serie di notevoli concessioni dal governo, di cui si dimenticano sempre per porgere nuovamente il piattino. In cambio di queste concessioni, che elencherò a memoria, non hanno restituito nulla in forma di credito all’economia visto che dati sono ancora in calo.

Oltre ai 20 miliardi del fondo salva-banche che sul presupposto di una salute finanziaria pubblica ha accollato ai contribuenti le cause di crisi bancarie mal gestite, il sistema bancario ha intascato l’accelerazione nella deducibilità delle perdite su crediti, la riforma per accorciare i tempi dei procedimenti nei tribunali per aggredire i debitori, le modifiche nella contrattualistica civile per chiedere garanzie ulteriori (patto marciano e pegno mobiliare non possessorio), tanta benevolenza quando ha girato sulle spese dei correntisti il costo del salvataggio delle good banks e di Atlante, o quando forza la vendita di polizze vita contro le disposizioni di Banca d’Italia e IVASS, ha beneficiato della garanzia dello stato per l’80% dei crediti a PMI e ora la garanzia GACS per le finte cartolarizzazioni di NPL bancari che potrebbero costare care ancora ai contribuenti.

A occhio sembra che la categoria non dovrebbe lamentarsi del pacchetto, ma ABI è una lobby e quindi giustamente fa l’interesse degli associati. Più curioso che chi dovrebbe assumere posizioni autonome preferisce tenere lo strascico, curiosamente anche le stesse associazioni degli imprenditori che subiscono strette creditizie mese dopo mese. Interessante notare come ora Confindustria voglia intervenire su norme di vigilanza nel campo di gioco delle banche:

«Confindustria intende agire, anche in sede europea, non solo per contestare l’impostazione e la tempistica delle nuove linee guida sugli Npl, ma più in generale per ribadire ai regolatori che occorre coerenza nelle linee di politica economica e quelle della politica monetaria che devono essere anticicliche ed espansive e non invece antitetiche, così da assicurare l’indispensabile equilibrio tra le azioni volte a perseguire la stabilità del settore finanziario e quelle mirate a stimolare competitività e crescita» (fonte Sole24Ore – 6/10)

ma in passato non abbia mai mosso rilievi nei consigli di amministrazione delle banche a cui partecipavano esponenti di Confindustria sulle politiche ‘morbide’ di accantonamento.

Ma come diceva Orwell non tutti gli animali sono uguali, alcuni sono più uguali di altri anche in Confindustria.

 

immagine del post: elaborazione grafica da Shutterstock©

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to “NPL: l’Italia s’è desta”
  1. Leggendo la lectio magistralis del Direttore della banca d’Italia pubblicata recentemente ( sopratutto per lo scenario futuro dell’Italia) e coniugandolo con l’articolo piu’ sopra rappresentato, caro Bolognini ritengo che tutte le colpe debbano essere scaricate sulle banche o sui board delle banche.
    Da un lato dobbiamo “saper cambiare mestiere” visto che ci vogliono disintermediare; dall’altro bisogna fare reddito ( a scapito di chi ? dipendenti da licenziare e clienti da tartassare?) ; dall’altro ancora dobbiamo fare virtuosi accantonamenti ( NPL IFRS9 etc.).
    Ma dobbiamo anche essere bravi a recepire tutta la valanga di normativa calata dall’alto con uno scenario di cambiamento mai visto in 40 anni di banca.
    Capisco che tutto è lodevole ma non si puo’ fare in un anno tutto cio’ che forse si doveva fare o si dovrà fare in 20.
    Diamoci tempo e miriamo alla ripresa.

    • Divento più intransigente verso il ‘sistema’ quando assume posizioni da operetta e dimentica quali criteri di bilanciamento tra paesi del nord Europa e del sud Europa possano operare a Francoforte e Bruxelles dopo il disastro delle 10 o 12 banche saltate, dopo le richieste di aggirare il bail-in (largamente accolte) e per smontare il circuito perverso degli investimenti delle banche in titoli di Stato.
      Se invece si vuole ragionare costruttivamente e non per slogan (‘meno credito alle PMI’) capisco le tue osservazioni e la difficoltà in cui ora si dibatte tutto il settore, ma in particolare quello italiano. Compreso il proliferare di regole e di carichi amministrativi.
      Come da tempo dice la Banca d’Italia siamo di fronte a un cambiamento epocale, che richiede risposte e intelligenza straordinaria, ma anche perché si è fatto poco o nulla per troppi anni. Altre banche europee sono più avanti, alcune più indietro ma si deve sempre guardare ai migliori. La tecnica del lamento, della richiesta di eccezioni e deviazioni non aiuta il sistema a virare su modelli di business diversi. Questo si applica a molte altre questioni spinose economiche e sociali in cui l’Italia arranca in fondo alle classifiche.
      In fondo chi pone critiche offre anche stimoli e spunti di riflessione, che spero su queste pagine non siano mai mancate. Il conformismo, il fare ‘come si è sempre fatto prima’ ha ucciso la redditività delle banche e le idee di rinnovamento. Mi aspetto grandi sforzi ora e un recupero all’italiana. Però non saranno i provvedimenti della BCE a frenare la corsa delle banche, bensì la concorrenza che viene da operatori non bancari con mezzi spaventosamente più solidi e abitudine all’innovazione. Alcuni hanno intuito la possibilità di entrare nei servizi finanziari dalla porta della clientela, lasciata incustodita dalle banche.

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