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20 febbraio 2017

Piccole imprese: resistenti ma abbandonate

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Vengono scritti fiumi di parole e numerose analisi accademiche sulla crisi del modello della piccola impresa familiare italiana, per delineare un ineluttabile processo di estinzione ‘darwiniana’. Si può discutere a lungo per decidere se la massiccia presenza di micro imprese artigianali faciliti o ritardi la crescita economica e si può concordare che nella micro impresa le carenze manageriali siano molto spesso causa di errori anche fatali. Resta tuttavia il fatto che la struttura economica italiana era, è e sarà dominata numericamente dalle presenza di micro imprese e che l’attuale lunga crisi, pur avendo danneggiato il sistema economico, non ha modificato sostanzialmente la presenza sul mercato delle piccole imprese.

L’uscita dalla scena delle piccole imprese in questi anni di crisi è stata importante ma sempre contenuta in termini numerici, passando da circa 5.000 fallimenti/anno del 2007 ai 12.000 del 2014 ora scesi a 10.000 nel 2016 (vedi grafico Cerved). Numeri inferiori per le società di persone tra 1.000 e 1.500 fallimenti annui. Tra le PMI (fino a €50 milioni di fatturato) i fallimenti e le liquidazioni sono variati da 3.800/anno a 6.000 (nel 2012 e 2013) per rientrare a livello 3.800 nel 2015 (fonte Cerved) su un totale di 137.000 (rilevate nel 2014) di cui 113.400 di piccola dimensione. Siamo passati da 150.000 PMI nel 2007 a 136.610 nel 2014 con una riduzione netta di solo il 9%. Nel 2015 le chiusure si sono ridotte a 6.000 unità. Allo stesso tempo Cerved registra la nascita di 80-85.000 nuove società di capitali nel 2014 e 2015 di cui la metà nella forma di srl semplificata con capitale sociale inferiore a €5.000. Il tessuto dei piccoli si ricrea annualmente.

fonte. CERVED

fonte. CERVED

Fuori dall’aridità dei numeri resta una platea vastissima di micro e piccole imprese tra società di persone e società di capitale che sono sopravvissute alla crisi in qualche modo e continuano a sopravvivere più che prosperare. Che vogliamo fare di questa massa di piccole imprese? Continuiamo a pensare che debbano scomparire o invece che abbiano un ruolo e una funzione precisa nella scacchiera dell’economia italiana e che quindi vadano comprese e persino difese?

Le piccole imprese -con meno di 50 addetti- danno impiego a circa 2.000.000 di lavoratori, più di ogni altro paese europeo. Confartigianato Imprese conta al 31/12/2016 1.342.400 imprese artigianali. Una popolazione di lavoratori che sarebbe da preservare forse più di quella delle grandi imprese, che da anni di lavoratori ne fa a meno in quantità enorme e con metodi sbrigativi.

Addetti piccola impresa

Export PMI 1997-2016

Non è soltanto difesa ad oltranza di posti di lavoro destinati a scomparire. Secondo Confartigianato nei 9 settori dove la presenza di MPI (micro e piccole imprese) supera il 60% quanto a numero di occupati le esportazioni sono cresciute a velocità doppia (1,2%) rispetto all’intero comparto manifatturiero (0,6%). Nel novero delle cose positive anche la ricerca CERVED sulle PMI che esprime previsioni per il 2017 e 2018 con tutti gli indicatori in netta crescita e persino un riequilibrio graduale della dipendenza da debito.

fonte: CERVED

fonte: CERVED

Dure condizioni ambientali per le piccole imprese

Nonostante le evidenze mostrino che il modello della micro-impresa rimane un ingranaggio fondamentale dei settori manifatturieri e dei servizi anche dopo la crisi e un tasso interno di resistenza e di vitalità non indifferente, le condizioni di vita per le piccole imprese rimangono assolutamente difficili e non tutelate in Italia. Non tanto per la burocrazia e la grave pressione fiscale che incide attraverso l’IRAP soprattutto per chi ha costi di personale e profitti modesti, ma anche per le difficili condizioni nel rapporto con i due macro sistemi delle grandi imprese e delle banche.

Sul primo si osserva la costante difficoltà delle piccole imprese a incassare dalla grandi, che nell’86% (!) dei casi pagano i fornitori con ritardo, pur dopo avere imposto tempi di pagamento lunghi e in contrasto con la direttiva comunitaria. Circostanza che porta l’Italia a essere sanzionata dalla Commissione Europea come ha scritto il Sole alcuni giorni fa, per non riuscire a fare rispettare la scadenza di 60 gg.

Lungo le filiere di subfornitura che portano alle medie e grandi imprese il peso delle piccole e micro imprese locali si sta riducendo. Un’analisi della stessa Confartigianato ha calcolato su un campione di dati come la quota di fornitori di prossimità (stessa provincia e regione) sia scesa dal 49% al 36% nel periodo 2010-2015, sostituita da fornitori esteri. I processi di globalizzazione delle imprese italiane ovviamente hanno impattato negativamente molti subfornitori di piccola taglia.

Fornitori a medie imprese Confartigianato

Infine il solito ritornello del credito bancario che sta gradualmente abbandonando le piccole imprese, nonostante i buoni dati previsionali di Cerved, a causa della maggiore onerosità (costo del rischio e del capitale) applicata a buona parte delle piccole imprese.  Sempre Confartigianato produce un osservatorio sul credito alle imprese artigiane che mostra una serie negativa ininterrotta dal 2012 anche ora che il credito alle medie imprese sta lentamente risalendo.

Confartigianato credito imprese artigiane

Tra queste problematiche la vita delle micro-piccole imprese prosegue con molte difficoltà (meno credito, pagamenti molto lunghi, riduzione degli ordini da medie e grandi imprese), ma prosegue. Senza essere mai messa sotto la luce dei media per dare alla categoria ciò che in fondo renderebbe maggiore giustizia alla figura del piccolo imprenditore.
Ma per chi opera su questo vasto segmento d’imprese è normale constatare la frequenza con cui situazioni di difficoltà (insoluti, procedure concorsuali, protesti…) non piegano la passione della famiglia d’imprenditori e la loro determinazione nel continuare e risollevare i conti o semplicemente mantenere stipendi per la famiglia e poche decine di lavoratori a cui l’imprenditore non può dire che sono licenziati, senza fare un danno a legami personali, sociali e storici.  Magari continuano creando una di quelle tante nuove società che vengono catalogate come startup, mentre sono semplicemente la nuova versione di una vecchia piccola impresa, che affitta dalla vecchia impianti immobili e clienti per ripartire con coraggio immutato e qualche esperienza dolorosa di cui fare tesoro.

Possiamo dimenticarci delle piccole imprese?

La domanda che sorge da questo quadro a più facce è se l’Italia possa veramente dimenticarsi di queste micro-imprese, vista la loro importanza in termini di occupazione, ma soprattutto visto il ruolo che continuano a rivestire nelle catene di fornitura delle imprese più grandi che hanno progressivamente spostato su piccoli fornitori numerose produzioni, con evidenti vantaggi di costo comparato, di flessibilità e di riduzione del carico di scorte. La competenza nella produzione delle piccole imprese è in molti casi di elevata qualità, l’intervento nei processi logistici per la movimentazione delle merci, per l’efficienza della grande distribuzione è un grande bacino di flessibilità utilizzato a mani basse dalle grande imprese. Ciononostante le piccole imprese non hanno molti santi in paradiso e vengono sempre più spesso valutate a distanza da accademici e centri di ricerca come una popolazione destinata ad estinguersi. Fermo restando che la crescita dimensionale delle piccole imprese è un obiettivo da promuovere, forse è un errore non creare un ambiente che sostenga la piccola impresa, forse la somma delle passioni e della cocciuta resistenza dei piccoli meriterebbe maggiori supporti esterni e altrettanto coraggio e prospettiva nel sistema bancario. Un sistema che invece li sta condannando a un’irreversibile carestia creditizia forse più a causa dei propri problemi interni che per i demeriti assoluti dei piccoli imprenditori. La tutela offerta dallo Stato in questo periodo al sistema bancario, sia sul fronte dei fondi che delle nuove procedure tese ad aggredire più rapidamente imprese morose, non è mai stata offerta in uguale misura alle PMI. Non esiste una politica per lo Small Business in Italia -come esiste in altre economie avanzate- non esiste un ministero né alcuna forma di tutela ma solo una serie di provvedimenti buttati là e disorganici. Perché alla fine il peso politico dei piccoli rimane storicamente ininfluente nella scena politica.

 

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