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3 febbraio 2017

La ‘banca cattiva’ e i rimpianti confusi

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La proposta arrivata dall’EBA (Autorità Bancaria Europea) la scorsa settimana per bocca del suo presidente Andrea Enria di creare una Bad Bank europea ha riacceso dibattiti e speranze italiane di trovare in Europa quella soluzione al complicato smaltimento di 200 miliardi di sofferenze bancarie che non si è potuta trovare in Italia. Chi legge Imprese+Finanza dovrebbe ricordare quante volte è stato detto e spiegato che il sistema Italia (governo, Banca d’Italia, ABI) ha snobbato per anni la costituzione di una Bad Bank italiana sul modello di quanto fatto in Irlanda e in Spagna con il decisivo contributo degli stati membri dell’EU Italia compresa. Grave errore a posteriori perché le regole sui salvataggi bancari e su aiuti di Stato sono cambiate e la Bad Bank è rimasta un rimpianto.

La proposta Enria riporta in auge la pallida speranza di un salvataggio annacquato nei problemi degli altri paesi, mentre tutti gli operatori dei mercati finanziari sanno bene che sono le banche italiane il vero grande problema, come riporta un grafico della stessa EBA.

EBA-NPL in EU

Per una volta tralasciamo i motivi di questa performance negativa italiana tra crisi e colpe delle banche. Approfondiamo il ragionamento e la fattibilità del progetto nelle parole dell’EBA e nei commenti di alcuni giornali per scoprire alcune evidenti contraddizioni.

Il prezzo di cessione degli NPL.
Si continua a giocare sulla definizione di ‘prezzo di mercato’ nella speranza vana di avvicinare quanto viene pagato dai fondi specializzate in acquisto NPL (una media del 20% tra categorie molto diverse tra loro) e il valore residuo segnato sui libri delle banche pari al valore originario del prestito meno le rettifiche accantonate che nelle banche italiane sta tra il 35% e il 40%. Il prezzo di mercato è fissato da chi compra sofferenze in funzione della probabilità di recupero, dei tempi di recupero e del rendimento atteso dall’investimento in questa specifica attività (palesemente più incerto rispetto a investimenti alternativi). L’unica possibilità di alzare il prezzo artificialmente è quello di abbassare il rendimento come aveva in animo di fare Atlante che per ora non ha fatto alcuna maxi-operazione, anzi ha appena rinunciato al pacchetto di NPL di MPS. Appare chiaro a chiunque che un rendimento fortemente aleatorio del 6% sull’attività di recupero delle sofferenze è penalizzante e fuori mercato. Dubitando che l’Asset Management Company dell’EBA possa fare smaccati favori alle banche italiane sotto il naso dei paesi del Nord, non penso sarà in grado di colmare interamente il gap tra 20% e 40% e probabilmente resterà un progetto sulla carta. Troppo squilibrato.

Ma sfido chiunque a capire il senso della frase riportata sul Sole 24Ore baloccandosi con la definizione di prezzo di mercato:

Le banche, si legge nelle slides di Enria, trasferirebbero i crediti alla bad bank al loro valore di mercato e la differenza fra gli attuali prezzi di mercato e il valore reale potrebbe essere teoricamente esente dall’aiuto di Stato e coperta, ad interim, dalla stessa bad bank e da investitori privati.

Nel frattempo Unicredit ha deciso che il valore attuale delle sofferenze che ha in pancia e si appresta a vendere è il 25% fissando un parametro molto vicino ai prezzi attuali. In sostanza che intervenga una Bad Bank europea o fondi statunitensi le banche che vendono sono costrette a registrare nuove perdite che possono richiedere aumenti di capitale o addirittura ricapitalizzazione precauzionale alla Monte Paschi, con sacrificio per gli azionisti.

La cessione con l’elastico

Nella confusione con cui è stata presentata l’idea su alcuni giornali si trova anche l’ipotesi che i NPL vengano venduti con una promessa di riacquisto da parte della banca (o meglio di copertura delle perdite) se l’AMC dopo 3 anni non fosse stata in grado di rivenderli al prezzo d’acquisto. Questo si chiama vendita pro-solvendo, difficile capire come questa formula consenta il de-consolidamento dal bilancio, tanto invocato dalle banche per potere tornare a erogare prestiti alle imprese. Sembra invece chiaro il tentativo di diluire o posticipare perdite (certe) che infliggerebbero colpi durissimi nel 2017, in base alle richieste della BCE di vendere NPL in fretta. Comprensibile tentativo a patto che le stesse banche riescano a creare cuscinetti di redditività per sopportare il conto che riceveranno dopo 3 anni. Se l’EBA ha già dubbi sulla possibilità di realizzare quanto pagato alle banche.

Nel caso la bad bank non riuscisse poi a cedere questi crediti in un tempo fissato (per esempio tre anni) allora le banche dovrebbero riprendersi questi Npl e assorbire in toto le perdite facendo scattare la ricapitalizzazione preventiva dei singoli stati membri. Misura accompagnata quindi dal bail in con perdite sugli azionisti. Non ci sarebbe così una mutualizzazione dei rischi sugli altri stati dell’Unione e si rispetterebbero le regole e le risoluzioni sugli aiuti di Stato.

I numeri di Banca d’Italia

Nel dibattito si introduce anche un intervento del Governatore Visco al FOREX di Modena che ha sottolineato ancora come il valore di effettivo recupero delle sofferenze bancarie sia attorno al 40%, quindi in linea con gli accantonamenti fatti. Indicazione che riprende un paper della stessa Banca d’Italia:

I tassi di recupero sulle sofferenze effettivamente conseguiti dalle banche italiane – pari al 43 per cento nella media del decennio 2006-2015 – sono sostanzialmente in linea con i valori registrati nei bilanci degli intermediari. Le nostre analisi mettono in luce l’elevata dispersione delle percentuali di recupero tra le banche; per molte i margini di miglioramento sono ampi e vanno rapidamente sfruttati.

Le medie sono tanto belle ma i valori del 2015 sono più vicini al 30% che al 45% perché sono aumentate le cessioni, il mercato immobiliare residenziale e commerciale esprime valori ancora depressi e la liquidità disponibile per rimborsare a rate è diventata ancora più scarsa. Che le banche possano ottenere con molta pazienza (6-7 anni) dei recuperi superiori a quanto offerto oggi in contanti dai fondi NPL non è una scoperta. Peccato che non sappiano farlo velocemente e che nel caos di questi anni poche si siano attrezzate per farlo con unità specializzate, anzi hanno preferito vendere o fare gestire portafogli all’esterno oppure lasciare le posizioni a fermentare in faldoni confusi e non digitalizzati.  La Banca d’Italia osserva che i tassi di recupero sono molto diversi da banca a banca

Banca d'Italia - tassi di recupero

Infine cerchiamo di mettere tutte le osservazioni in un paniere perché sono contraddittorie:
• le banche sostengono di non potere fare credito alle imprese perché hanno troppe sofferenze
• però non vogliono venderle perché se lo facessero subirebbero perdite e dovrebbero aumentare il capitale
• la Banca d’Italia dice che farebbero meglio a tenerle e gestire il recupero invece che cederle in fretta e furia ai fondi ‘acquirenti oligopolistici’ (decine di fondi tra cui anche italiani sono un oligopolio?), ma dice anche che chi deve svendere subisce  l’impatto negativo sui requisiti di capitale anche del portafoglio prestiti buono
• la BCE dice che se ne devono sbarazzare in fretta per tornare a un’operatività normale e trasparente
• l’EBA dice che devono vendere a prezzo di mercato (per non aggirare regole e direttive) e forse riprendersi le perdite dopo.
Tenere o vendere è diventato il dilemma del 2017.

E se parlassimo meno di banche e più di debitori?

Le analisi sul circolo vizioso e contorto delle banche hanno sempre un grande assente: il debitore. Sia perché -se ancora vivo- è l’oggetto passivo e preoccupato del trasloco dei suoi debiti dalla banca a un’operatore che ha fretta di aggredire le sue proprietà personali e recuperare qualcosa, sia perché se gestito in un modo intelligente, piuttosto che nei tribunali e con le carte bollate, potrebbe anche avere motivi per collaborare a un maggiore recupero. Questo vale tanto per le aziende piccole e medie, quelle magari agonizzanti da anni ma ancora vive. Di questo varrebbe la pena di parlare un po’ di più.  Quanto si riesce a recuperare gestendo meglio e più velocemente i debitori? Cosa è stato fatto e cosa non è stato fatto? Con quali tempi di risposta e flessibilità da parte della banca? E quante inadempienze probabili possono rientrare invece che degenerare in nuove sofferenze da vendere?

Immagine del post da Shutterstock ©

 

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Pubblicato in: banche, NPL

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