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25 gennaio 2017

Scegliere il futuro tra open banking e liste dei debitori

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Il 2016 e le crisi bancarie che si sono aggravate hanno finalmente diffuso la consapevolezza che il modello di servizio adottato da quasi tutte le banche commerciali italiane deve essere cambiato. Su queste pagine è stato un invito fisso da anni, da pochi mesi è una richiesta istituzionale che prende addirittura la voce tradizionalmente conservatrice della Banca d’Italia (“Occorre tuttavia tenere ben presenti le sfide di fondo che le banche sono chiamate oggi ad affrontare: il recupero di un’adeguata redditività, l’ammodernamento del modello di attività, la razionalizzazione delle strutture organizzative e della presenza sul territorio“). Ma esattamente di quale ammodernamento si sta parlando, perché la teoria è sempre vuota senza un’applicazione pratica. Per provare a spiegarlo nuovamente mi rifaccio a un articolo pubblicato in questi giorni su Raconteur.net “Big banks must adapt to the digital age or die” in italiano ‘Le grandi banche devono adattarsi all’era digitale o morire’, traducendo alcuni passaggi cruciali ed emblematici.

Le banche oggi fronteggiano la concorrenza di una vasta schiera di startup a base di tecnologia finanziaria (fintech) che sono in grado di soddisfare i bisogni della clientela più velocemente e a costi inferiori con processi online. La domanda è come rispondono le grandi banche?

“Non c’è alcuna ragione logica perché le grandi banche non siano capaci di cambiare -dice l’esperto di digital banking Jason Bates- ma se si guarda ad altri settori che sono stati travolti dalla tecnologia, che si tratti dell’industria musicale o dei giornali, ci sono ben pochi attori che possono dire di esserci riusciti”

Il timore che le banche siano presto condannate a competere per business a margini sempre più ridotti mentre i nuovi concorrenti conquistano le aree di maggiore profitto è anche legato alla normativa. I regolatori in UK e in Europa stanno spingendo per un modello di ‘open banking’, un nuovo regime che costringerà i lender tradizionali a condividere molti dati nascosti rendendo più facile per i consumatori il confronto tra banche e prodotti finanziari. “Le banche dovranno rinunciare all’idea di essere un mediocre fornitore di tutti i prodotti, dice Chris Geldard, responsabile del global banking per la società di consulenza Capco. “Devono diventare i migliori e quindi chiudere certe attività. Con l’avvento dell’open banking sarà un mercato molto più competitivo”

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“Quello che le grandi banche hanno capito è che il fintech e le società tecnologiche stanno dimostrando modalità operative e tecnologie che facilitano l’esperienza del cliente. La tecnologia di per sé non aiuta nessuno, ma laddove si può usare la tecnologia per migliorare l’esperienza del cliente e aggiungere benefici è esattamente dove tutti cominceranno a muoversi”.  Costruire prodotti in casa ispirati alle fintech, come ha fatto UBS, è un approccio alla nuova battaglia sull’innovazione. Un altro è acquistare le startup più brillanti.  “Facebook, Microsoft, Google lo fanno incessantemente,” dice Bates. “Fanno acquisizioni sia per proteggersi e crescere le capacità interne che per mantenere la cultura imprenditoriale viva”. Gli spagnoli di  BBVA sono l’esempio più eclatante di questo modello avendo acquistato negli ultimi anni in USA la banca online Simple, la startup finlandese Holvi e avendo acquisito una quota importante nella startup inglese Atom, una banca fatta solo da app,  “BBVA ha preso l’iniziativa molto velocemente di non essere più una banca ma un fornitore di software finanziario” spiega Nicolas Parmaksizian, head of digital a Capco.

Secondo Capco, c’è una quarta alternativa più radicale agli approcci “costruire, comprare o affittare” cioè l’opzione ‘fenice’. Questo significa creare una nuova organizzazione dentro la banca con il compito di ‘cannibalizzare’ la vecchia banca dall’interno. Fa riferimento, ad esempio, a First Direct, una banca solo telefonica lanciata da Midlands Bank, e successivamente acquistata da HSBC. Anche in questo caso questa scelta ha un precedente nel mondo tech: la filosofia di Facebook che incoraggia i propri dipendenti a creare il nuovo prodotto che un giorno distruggerà il prodotto vecchio. Meglio che lo facciano loro piuttosto che qualcun altro.

In sostanza c’è uno spettro differenziato di approcci al digital banking. Soluzioni diverse funzionano per problemi diversi. Una banca può scegliere di fare partire uno ‘sfidante interno’ per affrontare il problema dei conti correnti, di trasferire in outsourcing determinate attività amministrative a una startup blockchain e di fare una partnership con una piattaforma online per i prestiti alle imprese.

Prendendo ancora gli spagnoli di BBVA come esempio ecco alcuni segni della trasformazioni in atto:

Il chairman di BBVA ha affermato al Mobile World Congress già all’inizio del 2015 che BBVA sarà una software company in futuro e non semplicemente una banca.

Per questo scopo BBVA ha concluso una serie di acquisizioni nello spazio fintech, spendendo  $117 milioni per la banca digitale USA Simple in 2014, e lo scorso anni ha lanciato un fondo focalizzato sul fintech con $250 milioni a disposizione, Propel. Chiaramente, BBVA crede nel modello “buy”, piuttosto che creare prodotti fintech all’interno o fare alleanze con startup.

Ma il CEO Carlos Torres Vila, che ha gestito il digital banking prima di prendere la poltrona di amministratore delegato, afferma che “La trasformazione deve essere accompagnata da un cambio culturale perché sono le persone che possono renderla possibile -ha detto in Dicembre alla meeting della IESE Business School’s Banking Industry. “Stiamo facendo molto , ma abbiamo ancora molto da fare”, chiudendo il proprio intervento così: “La tecnologia e l’innovazione sono per il beneficio dei consumatori di servizi finanziari”.

Un altro treno in ritardo in Italia

Dopo questa immersione nel futuro del settore bancario europeo proviamo a domandarci quali e quante banche italiane abbiano già mosso dei passi concreti in questa direzione, visto che occorreranno anni per ottenere una concreta trasformazione. Le crisi di numerose banche, il loro costo spalmato sui bilanci di tutta la comunità bancaria, la gestione delle eccedenze di NPL e di personale stanno palesemente frenando il management nell’imporre i tempi di un profondo rinnovamento delle strutture e del modo di fare banca nell’era digitale. Con pochissime serie eccezioni non c’è traccia di questo orientamento e della determinazione auto-distruttiva nei piani industriali sottoposti a turno alla BCE e agli azionisti, mi spiace dirlo ancora una volta. Siamo rimasti ancorati al tentativo di aggiustare e rilanciare la vecchia banca, che non funziona più agli occhi dei clienti. Spendere soldi per rinnovare il layout di filiali vuote è un cattivo investimento.

Con questo contesto in mente è doveroso ripensare al tempo perso a discutere delle ‘liste della vergogna’ dei clienti che non rimborsano i prestiti, ai tentativi falliti di rilanciare 4 banche distrutte e quelli prevedibilmente più costosi di ricostruire e fare ripartire il vecchio modello di banche popolari del territorio in Veneto. Signori delle banche, questo è il modo migliore per impiantarsi e farsi scavalcare da qualsiasi concorrente che sappia usare il talento, la capacità innovativa e la liquidità per servire i clienti in modo totalmente diverso.  Facebook ha ottenuto la licenza bancaria in Irlanda e i marketplace stanno crescendo in numero e volumi anche in Italia. Nessuna vacca è sacra nel banking.

Ad Atlante e al presidente Mion (ma non solo a loro) un suggerimento: immaginare che il piano di fusione di due storie bancarie (vintage e senza lieto fine) possa non bastare. E allora perché non distruggere rapidamente la carrozzeria di due popolari che annaspano nella sfiducia e montare un motore nuovo, tecnologico, ecologico e pronto all’open banking? Forse è l’unica possibilità e la migliore ambizione per battere sul tempo molti concorrenti che non hanno il coraggio di provarci. Senza questa ambizione resta solo un destino poco esaltante di finire preda di una banca più grande a condizioni di schiavitù. La minaccia di estinzione per una banca oggi non è più solo teoria (chiedetelo a Banca Marche o Banca Etruria), adattarsi all’era digitale o morire è un minaccia ma anche un enorme stimolo.

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Pubblicato in: banche

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