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19 gennaio 2017

Bollettino Medico Bancario – Gennaio 2017

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A tre mesi dal primo sintetico Bollettino Medico Bancario un nuovo giro in corsia aiuta anche i meno informati a farsi un’idea delle condizioni di una parte del nostro quasi ‘solido’ sistema finanziario. In breve:

MPS – Il piano da 5 miliardi cullato per mesi dal governo Renzi e rimandato per attendere il referendum non si è materializzato, tanto meno l’intervento di asportazione dei 27 miliardi di sofferenze promesso da Atlante all’inizio del 2016. E’ finita come sapete: nessun investitore estero è arrivato con l’assegno e i 5 miliardi da trovare sono diventati 8,8 richiesti dalla EU per tenere conto della copertura di quella montagna di sofferenze non più vendibile a prezzi fuori mercato. Il Governo ha dovuto votare e chiedere alla EU una ricapitalizzazione precauzionale d’urgenza per prevenire la mancanza di capitale e di liquidità. Lo Stato con un’articolata manovra di ritiro delle obbligazioni subordinate e scambio con altri titoli (che si presta a molte polemiche rispetto a quanto fatto per altre banche) diventerà azionista al 70% e distribuirà indennizzi ai clienti traditi dalla banca. Lo avevamo previsto. Difficile prevedere a chi tra due anni lo Stato potrà rivendere la banca.

Il Sole 24 Ore - 15/4/2016

Il Sole 24 Ore – 15/4/2016

Banche-ponte: ancora più tragico il tonfo delle 4 banche fallite a Novembre 2015 e ricapitalizzate dal sistema bancario con 1,8 miliardi. Non trovando acquirenti pronti a sborsare ora sono state rifilate a UBI Banca (per 3 delle quattro), che non potendo sottrarsi al compito ha ottenuto almeno di pagare 1€, di lasciare in eredità al venditore altri 1,5 miliardi di sofferenze maturate nel frattempo (!) e di avere mano abbastanza libera sul ridimensionamento delle strutture e del personale. Chi paga il conto? Le altre banche che devono versare anticipatamente altri 1,5 miliardi al Fondo Nazionale di Risoluzione.  Molte le lezioni imparate: le banche rovinate non si aggiustano per miracolo in pochi mesi, anzi tendono a generare brutte sorprese. Nessuna banca è più interessata a crescere comprando e pagando sportelli. Visto lo spurgo di nuovi NPL la valutazione delle sofferenze al 17%  era probabilmente corretta per questi 4 relitti, anche se ora si dice che arrivi Atlante a comprare a un prezzo apparentemente diverso.

Popolare Vicenza e Veneto Banca: nel novembre scorso chiamai la fusione ‘la mossa della disperazione’ e infatti lo è diventata dopo avere constatato anche in questo caso che le sofferenze sono sempre maggiori di quelle stimate, che i depositi della clientela fuggono velocemente da chi ha giocato pesante con la fiducia. Così Atlante è dovuto intervenire di nuovo e versare quasi 1 miliardo dopo i 2,5 spesi per sottoscrivere il 99% del capitale delle due popolari. Situazione grave e quasi compromessa: Vicenza ha messo in vendita tutti gli immobili possibili compresa la sede e le partecipazioni.  Convulsioni anche sul ponte di comando: il timoniere della riscossa post-Zonin, autore di performance speciali nelle convention interne, Francesco Iorio, è uscito con un discreto gruzzolo per lasciare posto a Fabrizio Viola, ex AD di MPS e ieri anche il vice De Francisco, ingaggiato da Iorio, ha dato le dimissioni. C’è chi esce e chi entra, sono entrati due manager di lungo corso bancario che erano stati congedati dalle rispettive banche, insomma una specie di circo in cui gli attori si scambiano le parti, entrano ed escono ma le due banche non fanno molti progressi. Viola e l’azionista Quaestio per togliere dal tavolo il rischio legale per centinaia di milioni di danni hanno dovuto offrire un ‘ristoro’ a 175.000 azionisti traditi nella misura del 15%, prendere o lasciare con opzione per la banca di non farne nulla se non raggiunge l’80% dell’obiettivo. Altre polemiche in arrivo. La situazione si sta avvitando e come previsto colpirà con mano pesante i dipendenti.

Unicredit ha fatto la mossa del cavallo. Per togliersi dai guai ha lanciato un aumento di capitale per 13 miliardi, superiore all’attuale capitalizzazione in Borsa, sufficiente a coprire un notevole aumento degli accantonamenti sui crediti deteriorati e diventare un banca con molto capitale. Il nuovo CEO Mustier gioca l’azzardo, se vince e trova investitori per 13 miliardi si libera di colpo dai dubbi del mercato, si libera dalla morsa politicizzata delle fondazioni bancarie e qualcuno già ipotizza che stia avvicinando il gruppo bancario ai francesi di Societè Generale.

Meno avvincenti le storie in Romagna delle casse di risparmio di Rimini e Cesena, praticamente nella stessa situazione di Carife e Banca Marche, forse sottratte all’appetito espansivo di Cariparma-Credit Agricole per essere messe nelle mani del Fondo Interbancario dei Depositi che dovrà rimpiazzare le perdite con nuovo capitale. E anche qui tagli di personale in vista con annesse discussioni sindacali.

La nebbia continua ad avvolgere i conti e la situazione di Popolare Bari (siamo fermi al 31.12.2015) bloccata l’assemblea che avrebbe dovuto votare la conversione in spa, paralizzata dalla sentenza del Consiglio di Stato che configura il rischio di dovere pagare in contanti agli azionisti il diritto di recesso a una valutazione che, occhio e croce, è il doppio di quanto valgono le altre banche ‘normali’. Una storia già vista a Vicenza, ma questo è già stato detto, bisogna solo aspettare.

Si attendono sempre notizie da CARIGE che deve ancora varare il suo terzo piano industriale per spuntare un’approvazione da BCE e tutti si aspettano debba lanciare un ennesimo aumento di capitale. Il mercato spera nella benevolenza del gruppo Malacalza per aggiungere altro capitale, ma potrebbe non bastare.

Di piani industriali nuovi di zecca ne vediamo e ne vedremo altri (MPS, Popolare Vicenza e Veneto Banca).

Le altre banche non hanno questi problemi ma procedono faticosamente tagliando filiali, prepensionando dipendenti, contando ogni giorno se il livello delle sofferenze scende e vendendo a blocchi sofferenze per farle scendere più velocemente. Un contesto sfavorevole, caotico, teso, sempre in attesa di notizie su inflazione e rialzo dei tassi che sarebbero l’unico modo veloce per rifocillare il conto economico. Le tensioni all’interno del sistema bancario che toccano poco o tanto almeno 9 delle prime 14 banche italiane (non una parte marginale) si ripercuotono nei rapporti con la clientela che non sono al massimo della fluidità.

Dovremmo sorvolare sull’improvvisa disponibilità dell’ABI a pubblicare elenchi di debitori insolventi dopo avere già espresso un’opinione sulla finalità della manovra associativa accompagnata dalle piroette legali del suo presidente che ha estratto dal Testo Unico Bancario persino il ‘mendacio bancario’ per coprire il ‘disastro bancario’ fatto di erogazione di fidi a manetta al settore immobiliare e a capitani d’industria di scarso successo. Ma quando un bravo giornalista del Sole Fabio Pavesi ci racconta come i debiti non pagati dell’Acqua Marcia e di Francesco Bellavista Caltagirone abbiano abbracciato le nostre banche in crisi…

“E tra le banche per Acqua Marcia ci sono anche quelle salvate e in crisi. Da Etruria che ha dato 60 milioni mai rientrati per il Porto di Imperia a Mps a Veneto Banca e Pop Vicenza”.

…allora il mendacio bancario fa sorridere un po’ tutti. Non è un caso, tra banche allegre sul credito e imprenditori capaci di fare molti debiti senza essere sicuri di rimborsarli esiste un’attrazione fatale e mai casuale.

A chiusura del bollettino una citazione e una gustosa constatazione. La citazione è tratta da quanto riferito dal dr. Barbagallo di Banca d’Italia nell’audizione di ieri alla Commissione Finanza del Senato parlando del decreto sulla tutela del risparmio (e sulla tutela di MPS):

Alcune banche italiane, talune di dimensioni non piccole, registrano problemi particolarmente rilevanti. Il DL dà un importante contributo alla soluzione di questi problemi, intervenendo nel pieno rispetto delle norme internazionali sulle aree della liquidità e del capitale.[…]

Occorre tuttavia tenere ben presenti le sfide di fondo che le banche sono chiamate oggi ad affrontare: il recupero di un’adeguata redditività, l’ammodernamento del modello di attività, la razionalizzazione delle strutture organizzative e della presenza sul territorio, anche attraverso operazioni di aggregazione in grado di abbattere i costi e aumentare l’efficienza. Il decreto non mira a risolvere queste sfide, né avrebbe potuto farlo. Esso rappresenta tuttavia una misura fondamentale nel percorso di graduale uscita dalla crisi del nostro paese.

Interessante invece il comunicato congiunto della Confindustria italiana e di quella tedesca che invocano una maggiore clemenza per le banche per «scongiurare il rischio che un’applicazione restrittiva delle regole sugli aiuti di Stato alle banche e della direttiva sul risanamento e la risoluzione delle banche – pur mirando a una migliore governance e a salvaguardare i contribuenti – generi, in un sistema integrato come quello europeo, effetti negativi in tutta l’area». Le recenti misure adottate dal Governo italiano per risolvere le crisi di alcune specifiche istituzioni finanziarie, «sfruttando i margini di flessibilità consentiti dalle regole europee in caso di minaccia per la stabilità finanziaria, assumono particolare rilievo». Bisogna poi consolidare ulteriormente il sistema bancario «per avere meno banche, ma più efficienti e aggiornarne i modelli di business anche al fine di un potenziamento del ruolo a supporto delle imprese. La stretta regolatoria, i bassi tassi di interesse e la digitalizzazione richiedono alle banche di ottimizzare i loro modelli di business». Per Confindustria e Bdi sarà necessario continuare a ridurre i costi operativi, sviluppare l’online banking, migliorare i canali di distribuzione, valorizzare gli indicatori qualitativi al fine della valutazione del merito di credito delle imprese, rafforzare i servizi ad alto valore aggiunto per le Pmi coinvolte in processi di innovazione e internazionalizzazione.

A questo siamo arrivati. Gli industriali che chiedono clemenza all’Europa per conto delle loro banche deteriorate.

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