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10 gennaio 2017

Vanità e potere hanno ucciso il credito, non i profitti

confindu

Gli errori chiamano errori, il grottesco si somma al grottesco ed è provato da ciò a cui stiamo assistendo con lo scoppio di un regolamento di conti da Far West susseguente al salvataggio arruffato e controverso di MPS che costerà potenzialmente fino a 20 miliardi alla massa dei contribuenti italiani. In pochi giorni si è scatenata la caccia alle streghe con la richiesta da parte delle opposizioni di liste dei debitori insolventi, addirittura sponsorizzata dall’attuale presidente ABI (l’associazione di cui è stato presidente per ben due volte Giuseppe Mussari, allora presidente di MPS!) che ingenuamente spera di deviare su industriali, finanzieri e immobiliaristi le colpe di un sistema del credito che è peggio di un groviera. Un caos sintetizzato benissimo nel post di Phastidio, comico ma anche tragico nell’intravedere la nascita di tribunali popolari.  Più specifiche le voci che si alzano a favore di una commissione d’inchiesta (ma in Italia sappiamo bene l’esito delle tante commissioni…) per accertare ben più che liste di debitori come propone il prof. Zingales. I primi nomi illustri vengono già pubblicati dai giornali meno allineati, i giornali sono a caccia dei soliti nomi in cui ritroveremo il primo livello di intreccio connivente tra banche, politica, azionisti illustri di gruppi editoriali (RCS, DeBenedetti) e giornali (il Sole24Ore per primo non è un eccellente debitore a quanto si legge).  Presto la caccia all’untore si allargherà alle liste delle Good Banks, da oggi ribattezzate Poor Banks visto che tutte insieme valgono 1€ meno i soldi che deve iniettare il venditore (€200 milioni) prima di consegnarle a UBI e BPER e meno i soldi di aumento di capitale che UBI stessa dovrà impegnare per farsene carico. In quel groviglio scopriremo solo gli affari di interessi personali tra i vertici di Banca Marche, Banca Etruria e Carife e alcuni faccendieri immobiliaristi o operazioni immobiliari avventate. Tutta merce buona per fare e riciclare notizie perché gli italiani in fondo adorano sguazzare nella melma degli scandali.

E quando sarà esaurita la prima gettata di nomi si andrà avanti a caccia di altri debitori, perché ci sono le sofferenze ma anche le inadempienze probabili che possono diventare presto insolvenze e si discuterà delle colpe di altre grandi imprese trascinando alla sbarra anche esponenti noti di Confindustria a livello nazionale e locale, come già successo nelle popolari venete? Posso scommettere invece che si discuterà poco del sistema di concessione del credito ‘normale’ e di come è stato mal gestito e amministrato in questi anni. C’è addirittura chi come il prof.Becchetti su LINKIESTA punta il dito, sbagliando in pieno, contro i super-stipendi dei vertici bancari come causa del cattivo credito per inseguire risultati trimestrali. I super-stipendi bancari sono sempre stati pagati a prescindere dai risultati in Italia.

Il credito è stato tradito dalla vanità dei bancari

Chi scrive, con alle spalle una discreta frequentazione dei piani ovattati delle banche italiane, vi dice che così non stiamo cogliendo l’essenza del capitalismo e della microfinanza di relazione territoriale italiana e non saranno le commissioni e i tribunali a rivelarlo. L’essenza è nascosta in una pozione psicologica e comportamentale di cui i dipendenti di banca -quelli con cariche di elevata responsabilità e non necessariamente i CEO- si nutrono. Non parliamo di dollari e mega-bonus come in USA, bensì di relazione e frequentazione con industriali e faccendieri di cui i bancari subiscono tragicamente il fascino imprenditoriale (pochi di loro hanno nel DNA il profitto e il rischio). Senza volere negare i condizionamenti della politica, i cattivi crediti non dipendono che in parte da pressioni dall’alto. Per conquistarsi un posto al tavolo e alle cene che contano (anche quelle locali, provinciali per i capi area) con i ‘potenti degli affari’ parecchi bancari con i galloni sono disposti a chiudere due occhi sulle buone regole di concessione del credito e si illudono con facilità che l’opulenza degli industriali -ostentata con veicoli, oggetti e comportamenti- sia infinita e sia la cifra della loro capacità di rimborso, sfidando la legge di gravità del rapporto tra capitale proprio e capitale di terzi. E quindi giù una pioggia di fidi e di rinnovi a prezzi spesso insensati, di sorrisi e strette di mano, di cene e convegni incrociati. Non è l’ingordigia per i profitti che ha provocato le sofferenze (quali profitti?) ma il complesso d’inferiorità del bancario al cospetto degli affari e la sua ansia di essere accettato al tavolo di chi conta. Vanità e desiderio di longevità ai limiti perché per molti bancari dopo la banca c’è il nulla privo di potere, un vuoto che temono.  Del tutto evidente questo fenomeno nella follia collettiva che ha attraversato il Veneto che prima ha incoronato ZoninConsoli e poi creato una festosa corte con industriali di media caratura, per poi svegliarsi senza risparmi e banche locali. Diciamo che gli industriali hanno approfittato in lungo e in largo del lato debole dei bancari e proprio le cariche confindustriali sono state un valido passaporto per trattamenti compiacenti dal mondo bancario, a dispetto della condizione disastrata di talune aziende. Basta leggere i bilanci del gruppo Marcegaglia per farsi un’idea, ma sono tanti altri i nomi anche meno famosi e chi legge li conosce nella propria rispettiva città. Fuori dal castello il popolino degli artigiani stava a guardare la festa dei potenti, grandi industriali, sviluppatori immobiliari e bancari che banchettavano sorridendo. I piccoli, gli artigiani hanno continuato a pietire e ottenere credito portando garanzie personali, dei Confidi, del MedioCreditoCentrale altrimenti nisba.  Adesso chiederanno giustizia popolare anche loro, ma tanto non otterranno più credito.

Nessuno si illuda che sia finita l’epoca del grande e piccolo capitalismo di relazione in Italia. Anche se processeremo i cattivi industriali e gli amici del vecchio MPS, i politici locali che hanno manovrato i fili dalle fondazioni o da altre poltrone, continueranno a farlo magari con più prudenza e i bancari che resteranno rimarranno facili da sedurre e ipnotizzare. Nessuno si illuda che peggiocrazia, gerontocrazia e mediocrità escano d’incanto dal sistema per uno scoppio di rabbia popolare, i vizi hanno radici profonde e sanno come resistere più delle virtù. La pozione della vanità è ancora lì, attraente e profumata proprio per chi in fondo non ha stipendi milionari.

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Pubblicato in: banche, credito
to “Vanità e potere hanno ucciso il credito, non i profitti”
  1. Centrato in pieno.
    Tutto vero.

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