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29 dicembre 2016

Credito e imprese sempre più separati in casa

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Avevo promesso un commento sulla situazione del credito alle imprese nel pieno del caos dei salvataggi bancari che monopolizzano l’attenzione dei media. Siamo alla chiusura ufficiale dell’anno che si era aperto con prospettive di ripresa economica, fermata a un magro 0,9% e di ripartenza del credito alle imprese che invece segna un meno 1,4% tra ottobre 2015 e ottobre 2016 pari a una riduzione di altri 11 miliardi, siamo scesi a 783 mld. A Gennaio 2016 si parlava di aumento delle erogazioni…

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Sole 24 Ore – 20 gennaio 2016

A mio avviso la notizia peggiore per le imprese non è tanto nel quantitativo di credito ma -come detto altre volte prima- nella dislocazione del credito nuovo. Il mercato del credito non accenna a trovare un equilibrio razionale e banche e imprese parlano linguaggi sempre meno comuni a dispetto di quanto predicano nei convegni. In uno di questi (la Giornata del Credito in ottobre) Gaetano Miccichè di Intesa ha detto testualmente “il bancario di una volta, che ti guardava negli occhi e capiva il tuo progetto per vedere se poteva finanziarti o meno, non esiste più. Oggi tra lui e il prestito c’è una lunga catena di comando e le decisioni vengono prese esclusivamente dall’alto”. Lo percepisco da quanto mi riferiscono ogni giorno  piccoli imprenditori sconsolati (che si avvicinano alla finanza alternativa), lo deduco dal linguaggio commerciale e di ‘marketing’ con cui le stesse banche si presentano, lo dimostra il crollo dei margini delle banche causato da una forte competizione su un segmento limitato di imprese. Per spiegare questo contesto che rimane ancora squilibrato si possono utilizzare alcuni punti di riferimento.

Politica del credito ancora molto rigorosa

La politica del credito, praticata da grandi e piccole banche, rimane fortemente condizionata dal terrore di imbarcare nuove sofferenze o inadempienze probabili (in inglese UTP o Unlikely To Pay) che vadano ad aggravare una situazione già critica. Nonostante alcune buone intenzioni messe in campo anche dalle associazioni (spesso più per marketing che per convinzione) le banche selezionano il nuovo credito basandosi ancora troppo sul rating (3 bilanci vecchi) e sull’andamentale (sconfini, insoluti…) e pochissimo sui piani e progetti delle imprese. Il risultato di questa politica guardinga e sospettosa, in cui contano più algoritmi che fiducia, è che il perimetro di imprese affidabili si è contratto enormemente come si può dedurre dalle analisi di solvibilità proposte da Cerved sulle PMI, in base alle quali il 48,5% delle PMI ha un profilo vulnerabile o molto rischioso, (sale al 55% nelle piccole) sinonimo di rating basso, costo del capitale alto, possibilità di accesso al credito ridotta o nulla. La percentuale di imprese solvibile e gradite è fortunatamente salita del 3% dall’anno scorso.  Un rating di elevata qualità è condizione essenziale per consumare poco capitale, una condizione essenziale come si deduce dalle vicende di MPS, Unicredit e delle popolari venete dove il capitale è una risorsa scarsa e vitale per le banche oggi. Sempre Cerved ricorda che nei bilanci 2015 il 25% delle PMI riportano ancora perdite e ancora il 25% ha debiti pari o superiori al doppio del patrimonio netto, quindi fortemente indebitate.

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La politica del credito delle banche si allenta nelle risposte delle stesse banche alla rilevazione periodica della BCE, la Bank Lending Survey che mostrano una netta propensione ad abbassare le soglie di accettazione. Di questo allentamento però non si trova traccia nello stock di prestiti effettivamente erogati. Inoltre, come mostra il grafico seguente, miglioramento delle condizioni creditizie ha molto a che fare con la pressione concorrenziale, come si dirà di seguito.

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fonte: Banca d’Italia e BCL Bank Lending Survey -Ott.2016

Credito offerto a chi non ne ha bisogno

Questo è un ritornello che si ascolta molto spesso: banche che si presentano a offrire finanziamenti a imprese (soprattutto medio-grandi) e vengono respinte perché… l’impresa non ha bisogno di prendere nuovi finanziamenti. Dobbiamo immaginare che chi rifiuta credito sia tra quel 51% di imprese solvibili e gradite. Quanto è grande il perimetro di imprese che non hanno bisogno di credito aggiuntivo? Ci viene in aiuto una recente ricerca della Commissione Europea (Survey on the access to finance of enterprises SAFE- Nov.2016) che fornisce una serie di dati interessanti. Per dimostrare il fenomeno del credito proposto a chi non serve si deve considerare che queste sono le risposte date dalle PMI italiane riguardo alla richiesta di finanziamenti bancari.

SAFE PMI

elaborazione su dati Commissione Europea – SAFE, Nov.2016

Il campione italiano mostra che tra il 25% e il 30% delle imprese non ha richiesto credito perché… non aveva bisogno di credito. Non è difficile immaginare che diverse di loro abbiano avuto sollecitazioni da banche. La mia ipotesi è dunque che l’intero sistema bancario si stia focalizzando sul 60% della base clienti ‘interessanti’ ma 1/3 di questi non hanno bisogno di credito e quindi la base utilizzabile si restringe a solo il 40% delle imprese. (vedi grafico)

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Garanzie di Stato troppo comode

Le offerte delle banche alle PMI sono ancora troppo permeate dal ricorso alla garanzia dello Stato, a quell’80% di copertura fornita dal Fondo Centrale di Garanzia che quasi certamente copre sia il 10% di credito concesso parzialmente (il FCG stabilisce un plafond) sia a imprese che di garanzie non avrebbero necessità.  Di recente ho assistito in un convegno alla presentazione di un rappresentante di una delle principali banche, che pur non avendo problemi di capitale, spiegava come per la sua offerta di microcredito ‘la garanzia dello Stato sia sempre molto importante per ottenere la delibera’. Altro esempio incrociato recentemente la BCC di Vignole che nel promuovere il suo plafond alle imprese associate a Confcommercio Pistoia citava che “Tra i punti di forza dell’accordo c’è la garanzia di Centrofidi terziario pari all’80% dell’importo richiesto, con controgaranzia del Mediocredito centrale.” Il ricorso al FCG resta uno dei presupposti più importanti per accedere al credito per le PMI con poco capitale e troppo debito, cioè la maggioranza. Le banche stanno disimparando a fare credito anche perché si affidano a garanzie esterne che deresponsabilizzano molto la decisione sulle proposte. Questo è un dato di fatto, non un’ipotesi.

Il credito ‘buono’ ha prezzi senza logica e redditività

La polarizzazione manichea adottata negli ultimi anni dalle banche separando le ‘imprese che ce la fanno’ dalle imprese che, sempre secondo le banche, dovrebbero estinguersi e quindi non meritano nuovo credito sta portando proprio le banche in un vicolo cieco. Su quel 20-30% di imprese interessanti per il loro rating e interessate a nuovo credito convergono tutte le banche (i sistemi di rating non sono molto diversi tra loro) e la pressione dalla BCE a erogare nuovi finanziamenti ha spinto i prezzi (spread) abbondantemente sotto l’1%, un valore difficilmente in grado di coprire costi di transazione, costi fissi (personale, filiale…) anche quando il costo del rischio di perdita è molto basso. Difficile comprendere, anche in questo caso la logica delle banche, che rinunciando ad affrontare rischi più elevati rinunciano a margini interessanti e così vedono la componente da margine d’interesse calare trimestre dopo trimestre.

CARIGE SPREAD COMMERCIALE 2016

fonte: semestrale BANCA CARIGE risultati consolidati

Prestare denaro a 5 anni all’1% o anche meno è oggettivamente incomprensibile se si considera che ottime aziende si avventurano sul mercato dei bond con cedole al 5-6%. Recentemente ad esempio Alperia ha collocato un bond da €250 milioni con cedola 2,5%, mentre Fenicia Spa (marchio Camicissima €47 milioni di fatturato) un minibond di 8 milioni con cedola 5,5%, entrambe aziende alla portata delle banche disposte a riconoscere rendimenti elevati agli investitori in debito.

Le banche italiane da molto tempo non riescono a prezzare correttamente il rischio e perdono la testa quando hanno pressione commerciale a fare impieghi come vorrebbe la BCE con la liquidità offerta allo 0%. Non ritroveranno la via della redditività sino a quando non imparano a prezzare i finanziamenti alle imprese con un margine adeguato al rischio e allineato al mercato dei capitali. Parlare apertamente della necessità che le imprese si liberino dalla dipendenza da banche e poi offrire denaro a tassi tre o quattro volte inferiori è allo stesso tempo incoerente e autolesionistico ma tant’è, questo è il mercato del credito italiano.

Il miraggio di Industria 4.0 nelle offerte delle banche

Ultima chicca. I volantini delle offerte speciali delle banche alle imprese si stanno orientando sempre più verso la speranza di erogare finanziamenti a medio termine basati su nuovi investimenti. In questo periodo è esplosa la moda di Industria 4.0, soprattutto nelle cento Confindustria locali e la banca si è messa a rincorrere il miraggio. Incuriosisce vedere quanto si espanda velocemente il vezzo: si va dal maxi-plafond di Intesa (90 miliardi in 3 anni per Confindustria) alla BCC Valsabbina che offre mutui tra 2.000 e 200.000 alle imprese “che investiranno nella cosiddetta ‘Industria 4.0’ (utilizzo di macchine intelligenti, interconnesse e collegate a internet; connessione tra sistemi fisici e digitali, analisi complesse attraverso l’utilizzo dei big data)“. Immancabilmente l’offerta si amplia a 500.000 con la garanzia statale concessa dal MCC (vedi sopra). Cosa abbiano veramente capito le banche di Industria 4.0 non è dato sapere, chi in banca negli uffici crediti sia in grado di stabilire se l’investimento sia veramente legato a macchine intelligenti o analisi complesse è una domanda che fa sorridere. Diciamo che nell’ansia di trovare pretesti per erogare mutui a imprese buone va bene anche utilizzare un’etichetta di moda. Ne sentirete molte di queste offerte, che hanno dietro poca consapevolezza che gli investimenti industria 4.0 sono più immateriali che materiali, più su tecnologie e persone e meno su muri e impianti. Meglio affidarsi come fa il leasing al super-ammortamento e via.  Legittimo però chiedersi cosa succeda all’impresa con un cattivo rating che si presentasse alla filiale per un “finanziamento Industria 4.0” per coprire un investimento che nel medio periodo potrebbe migliorare la redditività e i prodotti.

Federmeccanica -indagine Industria 4.0

fonte: Federmeccanica -indagine Industria 4.0 in Italia – sett.2016

Tutto quanto insieme rimane l’impressione generale che il sistema bancario sia disorientato e conviva con una notevole incapacità di lettura del mondo (complicato) delle imprese. Non avendo saputo contenere né sofferenze (200 miliardi) né incagli (130) e ritardando le scelte necessarie a formare una nuova classe di professionisti del credito per 150,000 PMI che non sono tutte da bocciare anche quando non hanno bilanci spettacolari, le nostre banche non danno la sensazione di avere ancora trovato la formula magica per tornare sul mercato del credito con aggressività e senso del profitto basato su valutazioni più moderne e accurate del rischio.

 

immagine del post da Shutterstock ©

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Pubblicato in: banche, credito

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