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8 dicembre 2016

Un futuro con meno banche e imprese più coraggiose

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Il 2016 si chiude come si era aperto: una nazione appesa al destino delle sue banche malate. Guardando la realtà dei fatti da gennaio a oggi progressi nulli. Non è stata risolta la crisi del Monte dei Paschi, che anzi sembra precipitare verso soluzioni che potrebbero vedere l’intervento dello Stato e il sacrificio degli obbligazionisti. Così come non sono state vendute le 4 banche fallite e poste in risoluzione alla fine del 2015, ripulite dalle sofferenze (si fa per dire) e poste in vendita con scadenza richiesta dalla BCE al 30 giugno. Se saranno date a UBI sarà a un valore di rottamazione rispetto al costo per salvarle. La soluzione per Carige?  Rimandata a un nuovo piano industriale e forse ad altro capitale. Le due popolari venete? Nonostante il doloroso azzeramento del valore delle azioni e la ricapitalizzazione per 2,5 miliardi portata solo dal fondo ‘di sistema’ Atlante, mesi dopo il salvataggio è in alto mare e parla di fusione, di licenziamenti, di cambi al vertice e dimissioni e di nuovi aumenti di capitale. Non sono state completate neppure le conversioni in spa delle banche popolari secondo la riforma voluta dal governo. Solo una complicata fusione tra BPM e Banco Popolare e ora arriva il blocco dei ritardatari (mancano le assemblee di Popolare Bari e Sondrio) grazie alla contestazione mossa dal Consiglio di Stato sul diritto di recesso dei soci, che hanno diritto a ricevere contanti non vaghe promesse di rimborso per proteggere lo scarso capitale delle banche. Altre casse di risparmio a Ferrara, a Rimini, a Cesena e a San Miniato pur piccole sono così devastate dalle perdite da dovere essere rimesse in piedi con l’intervento sul capitale da parte del Fondo Interbancario per la Tutela dei Depositi che con la creazione di un fondo volontario rischia di diventare la holding di banche scassate e senza speranze.

L’incubo del sistema bancario italiano rimane un problema molto serio, osservato con il microscopio e preoccupazione da investitori e commentatori internazionali, non ha trovato una soluzione complessiva né uno sblocco alla vendita dei NPL che doveva partire a luglio secondo Atlante. Chiunque ha sostenuto ripetutamente in questi mesi che il sistema bancario italiano è solido finge di non vedere tutti questi problemi insieme, tenta di minimizzare una crisi di portata unica per il settore bancario.

Una riflessione onesta sul sistema bancario

Una riflessione onesta, non partigiana e negazionista, su questo stato precario sarà fatta prima o poi. Perché al di là del numero non banale di banche in piena crisi anche le banche cosiddette sane non sono aziende che stanno bene: sono anch’esse gravate da un volume impressionante di sofferenze, devono chiedere al mercato altri aumenti di capitale (Unicredit, forse UBI) o vendere gioielli (Pioneer) e devono stare in ansia per altre tegole dalla vigilanza che si appresta a mettere requisiti patrimoniali sul portafoglio di titoli di Stato, non più visto come privo di rischi come è stato fino ad oggi. Anche le banche lontane dal rischio di risoluzione hanno duri programmi di taglio di personale, di drastica riduzione delle filiali, hanno un modello di business giudicato insostenibile e da cambiare, hanno ritorni sul capitale inferiori al costo del capitale e hanno scaricato parte dei loro problemi in una ritirata senza precedenti (oltre 120 miliardi) dal mercato del credito alle imprese e, in misura minore, alle famiglie che ha aggravato la crisi.

NPL Banks EU -MS

Scrive Fabrizio Patti su LINKIESTA il 30/11

Il clima, a dir la verità, era già stato segnato dalla presentazione di una ricerca di Accenture sullo stato di salute delle banche italiane. Quello che emerge è che il sistema bancario si illuderebbe se pensasse che, risolta la crisi contingente degli Npl (e tornati su livelli superiori i tassi di interesse) le cose si rimetteranno a posto. Ci sono problemi strutturali destinati a restare e a investire tutti: si chiamano rivoluzione tecnologica, competizione da parte del fintech, ma anche la pressione regolamentare, che porterà a incrementa i costi e ridurre i ricavi.

Se la riflessione fosse onesta dovrebbe tenere in conto che il cumulo di sofferenze nasce dalla somma perversa del monopolio secolare imposto sul sistema del credito che ha reso le imprese italiane (tranne poche big) totalmente dipendenti dal credito bancario (con percentuali che nessun paese occidentale ha mai battuto) e dell’uso sbagliato che le banche hanno fatto del monopolio concedendo ad una vastissima platea di imprese livelli di sovraindebitamento che sono andati oltre il limite del ragionevole (rapporti da 1:10 tra patrimonio e debito sono inaccettabili all’estero ma non lo sono stati in Italia). La crisi economica e di liquidità ha messo a nudo tutti gli errori di un sistema non solo volutamente bancocentrico -che ha ucciso nella culla mercati dei capitali alternativi e ora le perdite sono tutte in banca- ma anche scriteriato nella concessione del credito. Sia quando alcuni vertici di banche hanno violato le regole basilari del codice e del rischio per favorire amici e se stessi, sia da parte di banche che non hanno neppure l’alibi delle azioni di responsabilità per scaricare le colpe, ma che ora si devono comunque leccare le ferite.

Se la riflessione fosse onesta dovrebbe piangere sulla distruzione del risparmio della clientela effettuata prima con il collocamento di obbligazioni strutturate a spese dei fondi comuni, poi con i titoli subordinati ad altissimo rischio -venduti da quasi tutte le banche- piazzati astutamente per evitare costosi aumenti di capitale e infine di azioni non quotate a prezzi basati su valutazioni di parte, oggi sconfessate alla prova verità, e per giunta invendibili. Una sequenza che ha portato alla distruzione del capitale di fiducia che ha sempre indotto i clienti a chiedere consiglio in banca su come investire i risparmi e che mette ingiustamente tutte le banche sul banco della sfiducia, anche quelle con meno colpe.

Al cospetto di un sistema bancario che è diventato IL problema n.1 per la salute economica e finanziaria del paese sarebbe importante progettare subito un paese con meno peso delle banche, visto che dovremo attendere anni per vedere una soluzione ai loro problemi. Sarebbe importante limitare la concessione di aiuti, sgravi fiscali a un sistema in decadimento, varati con il pretesto di salvare elefanti indispensabili, dirottando risorse verso fonti alternative di energia, alzando lo sguardo all’orizzonte verso un sistema finanziario in cui Facebook ha appena ottenuto la licenza bancaria, o Amazon Marketplace diventa canale alternativo nel sistema dei pagamenti e dei piccoli finanziamenti. Sarebbe ancora più utile sostenere la crescita di un vero grande mercato dei capitali europeo che non renda mai più le imprese italiane dipendenti dal credito bancario, e di converso così vulnerabili alle revoche improvvise del credito bancario quando va in crisi come è successo in questi anni.

Ma gli imprenditori hanno capito?

Quanto agli imprenditori, cronicamente drogati di debito si spera che abbiano compreso una volta per tutte che è regola di buona prudenza non fare affidamento sul sistema bancario sempre e comunque a prescindere da regole auree sul rapporto tra debito e capitale.

Si spera che le piccole imprese, se ancora accettate per avere superato il giudizio del rating, capiscano che fare debiti con le banche sarà molto più pericoloso se non si è sicuri di rimborsarlo puntualmente. Con l’introduzione dei nuovi contratti (dopo la legge 119 del 30.6 e dell’art.48 bis del Testo Unico Bancario che introduce il patto marciano e il pegno mobiliare) le banche potranno rivalersi più facilmente e più velocemente su beni immobili, su magazzino e crediti.

Si spera anche che abbiano più coraggio nel liberarsi dalla dipendenza dalle banche sperimentando nuovi canali e strumenti finanziari disponibili, dalla quotazione in borsa, all’emissione di obbligazioni, alla ricerca di capitale con le piattaforme di crowdfunding o ai prestiti della finanza alternativa attraverso le nuove piattaforme P2P o di invoice-trading.

Non è un passaggio scontato e indolore. Come il percorso di ristrutturazione del sistema bancario sarà lungo e difficile e partorirà molte meno banche e meno arroganti o complicate, le imprese senza banche devono affrontare la sfida della trasparenza, del rispetto dei soci e degli investitori esterni, la sfida della crescita per aggregazione e dell’inserimento di competenze manageriali nel sistema di potere familiare. Prima ancora di affidare lo stellone alla nuova terra promessa di Industria 4.0 le imprese italiane, micro, piccole e medie prendano coscienza di avere qualche compito a casa sulla gestione delle loro finanze.

 

immagine del post da Shutterstock ©

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  1. Se le banche non avessero prestato anche a soggetti sottocapitalizzati oggi saremmo al livello della grecia, perché non dimentichiamo che anche quegli imprenditori hanno contribuito al PIL del paese.
    La situazione delle banche va ricercata nella giustizia e sul trattamento sul piano civile della bancarotta! Se, come in America, il cliente che fa un “buco” di 100.000 euro andasse in galera, non avremmo tante sofferenze, le assicuro!

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