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11 ottobre 2016

Esitazioni e ritardi, così il sistema bancario si è ammalato

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Lo stato precario in cui versa l’intero sistema bancario italiano è dovuto a una lunga serie di mancate decisioni e interventi di cui oggi ci si dovrebbe  rammaricare con maggiore obiettività. Perché in qualsiasi campo, anche quando si sbaglia, l’onore si difende ammettendo gli errori e ripartendo. Purtroppo gli errori di una parte importante del nostro sistema finanziario si sono scaricati e si scaricheranno anche sulle imprese e sui clienti, come testimonia amaramente la recentissima vicenda dell’aumento delle spese di conto corrente giustificata con gli oneri di salvataggio delle banche fallite e poste in risoluzione.

Per i lettori più storici di questo blog è facile ricordare i tanti interventi suggeriti in 6 anni di articoli e mai seriamente adottati dalle banche. Molte di loro avrebbero evitato l’attuale situazione o la avrebbero contenuta in termini più gestibili. La collezione di ritardi da parte del sistema bancario può essere raccolta in una lista alquanto imbarazzante. Partendo dai casi più caldi e arrivando ai problemi meno evidenti ma altrettanto pericolosi.

MPS. Oggi la crisi della banca di Siena campeggia quotidianamente sulla stampa internazionale e italiana, si è legata addirittura al destino politico del governo Renzi e minaccia la solidità delle altre banche. La crisi di MPS è evidente da parecchi anni, è stata curata con interventi insufficienti rispetto a quanto era necessario (forse la nazionalizzazione), con ricerca di azionisti ‘amici’ della fondazione e di comodo (messicani e brasiliani) rimandando e rimandando. Oggi, che paradossalmente sotto il profilo operativo la banca è tornata a marciare, quei mezzi rimedi avallati da 3 governi e da ricambi manageriali (vedi figura) condannano MPS a un’operazione di emergenza densa di polemiche e colpi di scena che comunque sta slittando mese dopo mese proprio per la sua complessità. L’aumento di capitale è stato posticipato più volte e non ha esito certo, la vendita della montagna di NPL (27 miliardi lordi) annunciata per luglio con Atlante, ora sembra spostata a metà 2017 perché è sicuramente molto complessa.  Sullo sfondo di MPS riappare e scompare la soluzione per CARIGE un’altra che continua a essere dilazionata senza una soluzione limpida.

titolo MPS

Delle 4 Good Banks è stato scritto su queste pagine molto prima che si arrivasse alla loro crisi irreversibile e bail-in. Carife, Banca Marche e Banca Etruria erano in difficoltà da oltre 5 anni (bastava leggere i bilanci per capirlo), sono state commissariate da Banca d’Italia e i commissari non le hanno certo salvate. Neppure dopo essere state sgravate con un’operazione totalmente squilibrata nei valori sanciti a novembre trovano compratori disposti a pagarle a valore di saldo. Per ricordare poi i tentativi davvero maldestri da parte del Fondo Interbancario di entrare silenziosamente nel capitale e mettere tutto a tacere sotto il naso dell’EU che date le circostanze (direttiva BRRD già approvata) sono sembrate goffe e male progettate.

La crisi che si prospetta ancora più dolorosa delle due popolari venete (Popolare Vicenza e Veneto Banca) nasce da un tentativo prolungato quanto ingenuo di rimandare accantonamenti su sofferenze in evidente crescita (v.tabella del 2011) che invece altre banche stavano già facendo. Si è poi tentato di colmare il buco di capitale con aumenti di capitale collocati intenzionalmente alla clientela retail più sprovveduta, purtroppo con la benevolenza di tutti, rimandando vere operazioni di mercato con investitori istituzionali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: distruzione totale del patrimonio, intervento di emergenza del fondo Atlante a €0,10/azione e l’ipotesi sempre più vicina di una cura da cavallo a spese del 50% dei dipendenti per rimetterle in sesto. Anche qui si poteva e si doveva intervenire 5 anni fa.

Tabella 1 - fonte: Bilancio consolidato Banca Popolare Vicenza, 2010

Tabella 1 – fonte: Bilancio consolidato Banca Popolare Vicenza, 2010

200 miliardi di sofferenze lorde o 80 nette con accantonamento ‘solo’ del 60% sono IL problema italiano. Non è stato risolto per tempo con una Bad Bank (ora rimpianta da tutti) come riuscirono a fare irlandesi e spagnoli perché… lo stesso sistema bancario ha convinto il governo che poteva farne a meno. Tutti sapevano che i NPL italiani valgono tra 5% e 25% e non 40% sul mercato internazionale ma si è temporeggiato sperando nel miracolo italiano: che la crisi finisse, che il mercato immobiliare si riprendesse. Si è sperato che l’esplosione di sofferenze fosse assorbibile da profitti che nel frattempo svanivano trimestre dopo trimestre. Che errore colossale fatto da banche e autorità. Nel 2013 si parlava già di operazioni di sistema di mercato (vedi articolo di aprile 2013). Sgradite ad ABI e oggi fatte con il consenso e plauso di tutti.

fonte. Sole24Ore 19 aprile 2013

fonte. Sole24Ore 19 aprile 2013

Le quasi-sofferenze, prima chiamate incagli oggi inadempienze probabili si stanno rivelando la vera spina nel fianco. Anche in questo caso tante esortazioni a lavorare tempestivamente sugli incagli più che sulle sofferenze e pochi risultati (con qualche lodevole eccezione). Lo testimoniano le 4 Good banks e le due venete ancora una volta, per le quali una volta ripulito il bilancio (le 4 Good banks) o fatte le classificazioni adeguate a novembre e dicembre 2015, nel giro di pochi mesi nuove sofferenze si sono formate da vecchi incagli probabilmente sottovalutati o non gestite. Poco o tanto questo sta succedendo a tutte le banche. Perché? Perché c’è stata totale inerzia nel non specializzare con urgenza il personale bancario nell’attività di prevenzione e salvataggio delle imprese, perché le situazioni ‘problematiche’ o incagliate vengono spessissimo lasciate al loro destino con la banca che fa poco o nulla e non assume alcun rischio minimale per invertire la crisi del debitore.

Uguale discorso vale per le medio-grandi imprese in crisi in cui la presenza di fondi specializzati in operazioni di vera ristrutturazione e rilancio (turnaround) è stata troppo a lungo ignorata dal sistema bancario sia per la presunzione di potere fare da soli, che per l’imbarazzo di estrarre scheletri dall’armadio dei crediti, magari crediti ancora in bonis e privi di accantonamento. Quante delle numerose crisi, che compaiono nel lungo elenco passato sui tavoli del MISE potevano essere evitate coinvolgendo in una taskforce i fondi specializzati esteri e italiani per il bene delle banche stesse, dei dipendenti e delle aziende che sono patrimonio nazionale?

Ultimo punto, ma la lista potrebbe proseguire, le famose banche popolari benedette da una bio-diversità e un amore per il territorio che ha spesso mostrato molti lati oscuri, qualche disastro e pochissima trasparenza. Il governo la riforma delle popolari l’ha fatta 2 anni fa vincendo forti resistenze trasversali. A quante fusioni avete assistito? Ci rendiamo conto che l’unica fusione deliberata è ancora a rischio per il voto capitario dei dipendenti della BPM.

Se oggi si facessero due passi indietro e si guardasse obiettivamente questo mosaico nel suo insieme si noterebbe una lunga collana di errori di valutazione e di inazioni che oggi sta costando caro al nostro paese nella sua interezza. Certo tutto si accumula alle difficoltà di gestione del rapporto con la EU e la BCE, ai vincoli del debito pubblico, ma i ritardi le incertezze che ho citato non avevano molti vincoli, erano nella piena disponibilità di chi poteva decidere e non lo ha fatto, rimandando e rimandando ancora. Rimandare è il grande difetto dell’Italia, non provare mai un senso di inadeguatezza che spinge a reagire è il nostro limite universale. Le banche sono state un interprete perfetto di queste esitazioni e hanno finito per dare un pessimo esempio.

immagine del post da Shutterstock ©

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