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30 settembre 2016

Infracom: una storia del nordest da ripensare

INFRACOM

Avendo assistito nell’anno 2000 alla nascita di INFRACOM, io unico scettico in mezzo ai sorrisi fiduciosi dell’ineffabile Alberto Rigotti, di rappresentanti della fondazione veronese e di investment banker esteri eccitati all’ipotesi di valutazione stellare (€5 miliardi) per quotare il ‘geoportale del Nordest’ (era il tempo della prima bolla internet), mi ha incuriosito incrociare notizie che ripercorrono la storia di un’azienda in crisi dal 2011 che nel 2015 ha chiuso ancora in rosso seppure con prospettive di recupero ma a spese dell’occupazione. Uso questo esempio per spiegare una volta di più come l’intreccio perverso tra gli ‘attori del territorio’ possa portare a disfatte sul piano industriale, sul piano dei denari male investiti anche da soggetti pubblici e creare sofferenze che hanno più a che fare con valutazioni distorte del rischio di credito che con la crisi economica.

Scrive il quotidiano online VVox una storia che rappresenta bene il peggio dell’intruglio tra interessi locali, imprenditori, che non sanno fare né gli imprenditori né gli azionisti, e banche vengono regolarmente risucchiate nelle operazioni sbagliate per centinaia di milioni (l’esposizione aveva toccato i 230 milioni ed era stata ristrutturata nel 2012 per 120 milioni).

Le azioni Infracom valgono «zero». Questa la denuncia fattta dagli Azionisti minori Infracom (Ami) al Mattino di Padova. La società veronese nata nel 2000 per permettere al Nordest di avere il suo player nel campo delle tecnologie informatiche e delle comunicazioni (Ict) ha dilapidato i soldi dei soci: 140 milioni investiti da tanti imprenditori e dalle banche del Nordest. E «quel patrimonio è stato dilapidato per la cattiva gestione della società veronese, per non dire altro», accusano Giorgio Bido e Luigi Baldan, presidente e vice di Ami, «Infracom è stata protagonista di una campagna acquisizioni senza alcuna logica industriale: si è arrivati a contare 54 società partecipate dove dentro c’erano gli amici e gli amici degli amici».

INFRACOM SOCI

(fonte: Infracom modello di operatore integrato – White Paper IDC, 2007)

C’è anche un esposto in procura, datato 2014. «Io non sono stato tra i presentatori visto che facevo parte del Cda», puntualizza Bido. «Nell’esposto – prosegue – venivo indicato come persona informata dei fatti. Nel corso di cinque incontri con la Guardia di finanza, così come ho fatto in Cda appena ho capito a quali logiche rispondevano certe operazioni, ho messo in luce il perché ho più volte espresso la mia contrarietà. Da allora, però, non si è più saputo niente». Ad essere denunciate sono operazioni senza senso: « acquisti a prezzi elevati e vendite degli stessi asset agli stessi soggetti a prezzi più bassi».

Fra le operazioni più opache, Bido cita «l’acquisto di Sherpa Tv di Claudio Velardi» e «acquisti senza due diligence e società come Quidex che vendevano tessere telefoniche agli extracomunitari senza alcun ritorno in termini di ricavi per la società». Nemmeno l’arrivo di Abertis – A4 Holding controlla il 96% di Infracom tramite Serenissima Partecipazioni – ha scosso la società: gli spagnoli hanno anzi rinnovato il cda. «Alla presidenza è stato nominato Attilio Schneck che da anni si occupa delle sorti della holding che controlla l’Autostrada Brescia-Padova e la stessa Infracom», osserva amareggiato Bido.

Dentro Infracom si trovano anche Aps Holding (0,98%), Banco Popolare (0,55%), 2G Investimenti (0,23%), Bpvi (0,18%), Cattolica Assicurazioni (0,15%), le Camera di commercio venete e le associazioni degli industriali, nonché circa cinquanta tra imprenditori e professionisti, con micro partecipazioni. Che ora denunciano «in pratica ogni azione ci è costata 9.300 euro», mentre «in 15 anni la società non ha distribuito utili». Il debito di Infracom è esploso e «il calo progressivo degli investimenti» non ha «permesso di valorizzare asset strategici». «La storia di Infracom», concludono Bido e Baldan, «è del tutto simile a quelle che hanno portato ai disastri Veneto Banca e Bpvi: è la storia di un Veneto baldanzoso in cui è potuto accadere di tutto vista la mancanza di controlli».

 

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