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23 settembre 2016

Gli alibi delle banche sono pareti di carta

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Non deve essere del tutto casuale la recente pubblicazione da parte della Banca d’Italia di una ricerca in cui Alessandro Notarpietro e Lisa Rodano hanno costruito una simulazione dell’andamento degli NPL bancari immaginando che l’Italia non avesse subito la profonda gelata economica subita nel periodo 2008-2015. Lo studio (“The evolution of bad debt in Italy during the global financial crisis and the sovereign debt crisis: a counterfactual analysis”) come segnala l’aggettivo inserito nel titolo è strumento per contestare le critiche al sistema bancario nell’eccessiva produzione di prestiti deteriorati durante la crisi. Non è casuale perché corrisponde perfettamente alla linea di difesa adottata dall’ABI e da qualche presidente di banca che attribuiscono INTERAMENTE alla crisi la valanga di sofferenze sulle imprese, passate dai 59 miliardi di inizio 2011 a ben 141 miliardi a luglio 2016. Come sanno i miei lettori, pur non negando il peso della crisi sui fallimenti delle imprese, non ho mai pensato che fosse l’unica ragione bensì attribuisco ai processi del credito una parte almeno equivalente.  Il Vice Direttore Generale dell’ABI, Gianfranco Torriero, non la pensa così come si può leggere dalla sua risposta di ieri all’articolo de il Foglio “Urge una “rivoluzione bancaria” oppure il credito ci travolgerà” in cui viene proprio citato lo studio di Banca d’Italia

Caro Direttore,
in un articolo pubblicato ieri sul Suo giornale a firma di Alberto Brambilla e Renzo Rosati viene affrontato il tema della necessità di azioni forti e innovative per risolvere i problemi del settore bancario italiano, invocando l’arrivo di un manager “della provvidenza” che, al pari di quanto fatto da Sergio Marchionne nel settore automobilistico, determini una rivoluzione bancaria che peraltro e’ gia’ in atto.
Il confronto  deve tenere conto di alcune ulteriori considerazioni.

In primo luogo sia uno studio della Banca d’Italia (“The evolution of bad debt in Italy during the global financial and sovereign crisis: a counterfactual analysis” Alessandro Notarpietro and Lisa Rodano, Occasional Papers, Sept.2016) sia uno studio dell’ABI ( “Non performing loans in the wake of crises: what matters for large european banks? Country vs bank determinants”, Vincenzo Chiorazzo, Vincenzo D’Apice, Francesco Masala e Pierluigi Morelli, Working Papers March 2016) dimostrano come oltre l’80% della crescita dei crediti deteriorati nei bilanci della banche italiane sia spiegata da fattori strutturali italiani. Lo studio dell’ABI in particolare evidenzia che se la crescita del PIL in Italia nel periodo 2008-2014 fosse stata pari a quella media europea (+0,4 invece di -1,3%), lo spread medio nel periodo rispetto al Bund fosse rimasto contenuto intorno ai 30 punti base e, infine, i tempi della giustizia per il recupero dei crediti fossero in linea con quelli europei (584 giorni invece di 1224) il rapporto tra crediti deteriorati e totale dei crediti sarebbe diminuto di quasi 12 punti percentuali, rimanendo in linea con i dati europei. […]

Cosa non va nello studio ABI e in quello di Banca d’Italia e nelle pareti costruite per difendersi dalle accuse? Semplicemente non va che il mondo finanziario non è teoria astratta e le decisioni delle banche non possono essere prese ‘a prescindere’ dalla congiuntura. Le pareti sono di carta, appunto. Occorre una spiegazione per bucare la parete, vale a dire che le banche non sono state immobili durante la crisi, come se fossero impotenti.  Osservate il grafico di crescita delle sofferenze 1999-2015 con la linea blu (tasso nuove sofferenze sulle imprese che si impenna una prima volta nel 2008 e poi nel 2011.NPL GROWTH 2000-16

Ora osservate l’illusione astratta derivata dallo studio Notarpietro-Rodano che immagina un periodo senza crisi economica e deduce che le sofferenze non sarebbero cresciute rimanendo a una quota di nuove sofferenze pari all’1% degli impieghi.

NPL no crisis 2007-16

La crisi c’era già e non è stata capita e affrontata

Ma come detto la crisi c’era già nel 2008, quella finanziaria pesantissima del post-Lehman e quella economica ugualmente pesante perché il tasso di crescita del PIL era comunque basso (-1,2% nel 2008, -5,5% nel 2009) e gli investimenti non brillavano nemmeno nel 2008. In quella situazione di crisi già attivata gli allarmi nelle banche avrebbero dovuto suonare subito e la politica creditizia doveva improntarsi a cautela perché i possibili effetti della crisi si generano con ritardo di 1-2 anni sulle casse delle imprese. Invece le banche italiane hanno sottovalutato del tutto le componenti strutturali e la durata della crisi e hanno sbagliato la politica del credito. Se guardate lo stesso grafico precedente a cui è stato sovrapposto l’andamento dei prestiti alle imprese la critica risulta evidente e sostenibile:

LOANS & NPL no crisis 2007-16

Le scale sono diverse, ma notate come gli impieghi alle imprese calati di 23 miliardi nel 2009 subito dopo lo shock della crisi dei subprime, ripartano di gran carriera nel 2010 salendo di ben 64 miliardi nel biennio 2010-11. La sola spiegazione è che i vertici delle banche abbiano interpretato il timido rimbalzo del 2010 con il PIL a +1,8% scambiandolo per la fine della crisi e ritornando a spingere sulle reti l’erogazione di prestiti, in particolare a medio termine e in particolare al settore immobiliare.  Dal 2012, preso nota di un tasso di sofferenze che aumentava tra il 15% e il 20% su base annua per arrivare sino al 33% nel gennaio 2014, le banche hanno tardivamente tirato il freno sui prestiti alle imprese, purtroppo in modo molto violento e nel pieno della crisi delle imprese (dopo averle iper-finanziate), contribuendo con il credit-crunch ad aggravare l’insolvenza. E’ la storia purtroppo delle 4 banche in risoluzione e soprattutto delle 2 popolari venete ora detenute da Atlante con azioni che valgono 10 centesimi.

A mio avviso questo ultimo grafico è altrettanto counterfactual, per contro-dimostrare come con la crisi sui tavoli e nei numeri le banche abbiano sbagliato la politica del credito e il contrasto dell’aumento delle sofferenze che ci ha portati dove ci ha portati.  Dovrebbe stupire che anche Confindustria adotti la linea innocentista verso le banche, perché gli errori di previsione delle banche hanno rovinato molte imprese, ma talvolta i ruoli si invertono.  Stupisce anche che nella foga di auto-assoluzione totale alcune banche associate ABI, meritevoli di giudizi positivi, stiano in silenzio di fronte all’evidenza che le sofferenze hanno colpito più gli incapaci che non le banche con buoni processi di credito.

Se servisse un’ulteriore controprova, basta andare negli archivi delle banche e scegliere a caso tra le presentazioni pubbliche fatte ad analisti e azionisti per trovare impronte di quella sottovalutazione di cui vi ho parlato nel 2010-11. Prendo due tavole di Unicredit (Presentation to Fixed Income Investor, Federico Ghizzoni novembre 2011) e UBI Banca (Bank of America Merrill Lynch: Banking and Insurance CEO Conference- settembre 2010) che mostrano come in entrambi i casi le due banche credessero di avere superato il periodo peggiore e di avere messo sotto controllo le sofferenze.

Unicredit cost of risk nov 11

UBI cost of risk 2010

Un errore di prospettiva pagato caro.

 

immagine del post da Shutterstock ©

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  1. Un’analisi dell’ABI senza senso, al limite del delirante.. se non ci fosse stata la crisi la mia azienda avrebbe incrementato il fatturato del 300% e gli utili di altrettanto, invece ha dovuto giorno per giorno ripensarsi, innovare, investire per continuare a vivere e a crescere NONOSTANTE i fattori esterni non favorevoli..
    Evidentemente dentro al sistema bancario sono abituati a pensare che le cose debbano andare avanti in maniera predefinita, gli accidenti della congiuntura non devono “disturbare” la loro gestione impeccabile…
    Ma i risultati si vedono!

  2. Basterebbe dire che gli unici studi riportati ‘a discolpa’ provengono da Banca d’Italia e dall’ABI; ovverosia da parti nettamente in causa. C’è però molto più da rilevare, proprio riguardo al segreto di Pulcinella che nessuno svela, ma da cui dipende in realtà l’Italia per come la conosciamo. Ed in primis il comportamento ‘anomalo’ delle banche, col suo portato di sofferenze irrecuperabili.
    Di tale segreto di Pulcinella sarà meglio parlare diffusamente altrove. Per ragioni di spazio e documentazione.
    Ottimo pezzo, comunque, dedicato ad un argomento non a caso poco trattati dai media nazionali.

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