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8 settembre 2016

Il lungo tunnel finanziario delle piccole imprese

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Ci stiamo avvicinando al 5° anniversario dalla data di inizio della stretta creditizia (il famigerato credit-crunch) operata dal sistema bancario sulle imprese. Nel novembre 2011 al picco della corsa delle banche i prestiti alle imprese erano pari a 914 miliardi, l’ultimo dato disponibile nel bollettino della Banca d’Italia è di 792 miliardi a giugno. la sforbiciata al credito è stata di ben 122 miliardi (13,5%). In proporzione chi ne ha fatto le spese in misura maggiore sono le piccole imprese e a metà del 2016, secondo i dati presentati da Confartigianato, non ci sono segni positivi per il comparti dei piccoli e degli artigiani.

Il lungo tunnel della stretta finanziaria si prolunga, a dispetto di troppi annunci, aspettative deluse e persino delle politiche massicciamente espansive della BCE, che nemmeno quest’anno hanno convinto le banche a una ripresa del credito verso le imprese.

Lo scenario complessivo ha portato anche quest’anno (3/4 sono andati) poco ossigeno e pochi progressi ai piccoli imprenditori su molti fronti, tra loro inevitabilmente connessi.

Il sistema dei pagamenti arretrati indebolisce le piccole imprese

Scarsi i progressi sul fronte dei pagamenti arretrati della PA: nonostante promesse e annunci oramai datati da parte del Governo e dello stesso presidente della Repubblica, l’arretrato della PA rimane nebuloso nella sua dimensione complessiva, ma stimabile a quanto sembra in 60 miliardi e i tempi di pagamento non si sono di certo adeguati ai 30 giorni previsti dalla Direttiva Comunitaria approvata anche dal nostro parlamento. Ci sono miglioramenti a macchia di leopardo ma, secondo i dati pubblicati da Intrum Justitia solo l’11% del campione di imprese intervistato ritiene che la Direttiva abbia avuto effetti positivi e i tempi di pagamento della PA sono con 130 giorni medi i peggiori in tutta Europa. Scarsi i progressi anche nei pagamenti tra imprese che rimangono particolarmente lunghi nella media (80 giorni) con una componente di ritardi quasi sempre ingiustificati pari a 20 giorni medi.

Tempi lunghi e ritardi gonfiano a dismisura il fabbisogno di capitale circolante che colpisce in modo particolare le piccole imprese, spesso schiacciate tra tempi di pagamento brevi ai fornitori e tempi di incasso sopra i 90 giorni dai clienti di grande dimensione.

Il programma di iniezione massiccia di liquidità alle banche della BCE e la riduzione dei tassi a soglia zero hanno portato solo benefici sul conto economico per la riduzione dei tassi applicati dalle banche di cui, anche in questo caso, hanno beneficiato le piccole imprese in misura nettamente inferiore alle medio-grandi.

La prolungata stasi degli investimenti produttivi ha colpito e colpisce indirettamente l’indotto delle piccole imprese nella loro tipica condizione di subfornitura di parti e componentistica per i produttori di macchine e impianti. Un sollievo parziale è arrivato sul fronte del costo grazie alle agevolazioni previste dal governo con la prosecuzione della Sabatini e ora con il superammortamento, ma di nuovo si tratta di misure che, quando usate, hanno impatto solo sul conto economico.

L’equilibrio finanziario delle piccole imprese rimane fragile, sia sotto il profilo della patrimonializzazione (anche se i dati pubblicati da Cerved mostrano una crescita dell’equity nelle PMI nel 2014 e 2015, ma non certamente dovuta alle quotazioni di Borsa) che per quanto riguarda l’accesso al credito o la sostituzione del credito bancario.

La finanza alternativa creata artificialmente non funziona

E’ oramai palese che i tentativi di espandere il mercato delle emissioni obbligazionarie (minibond) non ha raggiunto la piccola impresa a causa dei tagli minimi necessari e dei costi fissi per lanciare emissioni.  Il mercato è stato creato artificialmente su spinta, regolamentazione e incentivi offerti dal governo, ma spesso in questi casi le spinte non sono sufficienti a fare crescere un mercato vero che ha sempre bisogno di domanda e offerta bilanciata. Le statistiche mostrano che ne hanno beneficiato non più di 150 imprese in 4 anni.  Decisamente troppo poco anche rispetto al mercato potenziale.
Neppure il mercato delle cartolarizzazioni da parte delle banche ha trovato quelle soluzioni tecniche tali da consentire un reale supporto delle PMI, che invece erano state ventilate creando notevoli aspettative di trasferimento dei rischi dalle banche agli investitori istituzionali.  Con l’eccezione dei fondi che sono sorti per sottoscrivere minibond (spesso non tanto mini) il risparmio gestito italiano non si è ancora indirizzato neppure in piccola parte nell’entrare direttamente nel mercato del credito alle piccole imprese, usando il vestito dei Fondi Investimento Alternativi (FIA) previsto dalla nuova normativa.

Le speranze delle piccole imprese alla ricerca di un polmone finanziario per i pressanti bisogni di liquidità derivanti dagli abnormi tempi di pagamento, dalle scorie della crisi (che si tratti di debiti fiscali o di crediti insoluti da fallimenti di clienti) oppure per modesti investimenti di sostituzione sono spesso frustrate dalle regole stringenti di Basilea3 applicate rigidamente dalle banche, solo parzialmente mitigate dalla garanzia offerta dal Fondo Centrale di Garanzia, utile anche se molto spesso utilizzato dalle banche verso imprese che avrebbero comunque accesso al credito.

La vera finanza alternativa è partita ma con ritardo

Nel deserto della finanza per le piccole imprese la speranza comincia ad affidarsi alla finanza alternativa e digitale rappresentata da piattaforme P2P. Sono solo due in Italia per ora (Borsa del Credito per finanziamenti e Workinvoice per la cessione dei crediti commerciali) ma la loro apparizione nel 2015 e il probabile arrivo di nuove piattaforme offrono alle imprese italiane motivi di interesse anche in base a quanto pubblicato da pochi giorni fa dall’ Università di Cambridge sullo stato del settore della finanza alternativa a livello europeo dal titolo “Sustaining Momentum”. Tassi di crescita a tre cifre, prospettive eccellenti di crescita sulla scia di quanto già avvenuto in UK e in altri paesi europei, ma rispetto alla sete di liquidità delle piccole imprese e al cospetto dei 120 miliardi ritirati dalle banche in 5 anni si tratta di volumi ancora minuscoli.  Nell’attesa di altre buone notizie per i piccoli imprenditori una piccola luce in fondo al lunghissimo tunnel del credit-crunch da seguire con attenzione e coltivare anche istituzionalmente.

 

(l’autore è uno dei soci fondatori di Workinvoice)

Immagine del post da Shutterstock ©

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