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12 agosto 2016

Quegli speculatori che sanno leggere i numeri

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Leggendo la copiosa produzione di articoli che trattano l’argomento della crisi delle banche italiane affiora in modo evidente una linea sostenuta da taluni giornalisti e da diversi esperti che si stanno schierando a difesa del sistema bancario con toni patriottici. Lo fa rimarcare molto bene e con ironia il blog Phastidio. La tesi che ci propongono -spesso con toni supponenti per ridurre al silenzio le facili critiche- è che innominati speculatori stanno attaccando le nostre banche, immeritatamente perché sono solide, risanate, capaci di superare gli stress test e, ultimo argomento spendibile, sono molto meno pericolose delle banche tedesche.  Di questa produzione si comincia ad avere un repertorio quotidiano discretamente stucchevole.

Mi limiterei a fare notare due cose:

La prima: i cosiddetti ‘speculatori non sono altro che operatori di elevata professionalità (investment banks, fondi, assicurazioni, gestori di super-patrimoni) che possono permettersi i migliori analisti finanziari reclutati nelle migliori università e pagarli profumatamente. Nessun analista è infallibile, e molti di loro hanno sbagliato in passato, essendo il mestiere di prevedere l’andamento dei corsi azionari tra i più difficili. Ma una cosa è sicura si tratta di professionisti molto preparati, che sviluppano e usano modelli analitici e previsionali di bilancio assai dettagliati e non alla portata di coloro che usano la parola speculazione con molta leggerezza sulla carta stampata. Gli analisti degli ‘speculatori’ conoscono nelle pieghe i bilanci delle banche italiane, sanno interpretare leggere variazioni negli indicatori di business, nei flussi delle sofferenze e hanno una capacità di giudizio articolata sui modelli di business delle banche europee, che confrontano tra loro. Attribuire agli investitori istituzionali un comportamento predatorio da avvoltoio che attacca titoli di aziende in difficoltà per trarne profitto è una semplificazione grossolana e infantile. Se le banche italiane avessero buone prospettive agli attuali prezzi sarebbero un’ottimo investimento e le raccomandazioni di acquisto pioverebbero.

Secondo: proprio perché gli analisti degli investitori sanno leggere bene i bilanci delle banche vi invito con molta maggiore superficialità a guardare i dati usciti dalle semestrali delle principali banche, tralasciando per questa volta le famose sofferenze e concentrandosi sulla capacità di generare ricavi.  Avendo analizzato i numeri delle 10 principali banche (escludendo Popolare Vicenza e Veneto Banca che sicuramente bene non vanno e la Popolare Bari che ha scelto di non pubblicare sul sito nemmeno la semestrale del 2015, quindi non farà vedere facilmente i numeri 2016) si può anche arrivare a pensare che in fondo in fondo le banche saranno solide ma i titoli bancari italiani non sono poi così attraenti.

I ricavi operativi si sono ridotti ancora nel 2016 scendendo sotto i 30 miliardi e riducendosi del 6,6% rispetto ai primi sei mesi del 2015.  Sui 29 miliardi prodotti nei primi 6 mesi 25 miliardi derivano da attività caratteristiche: intermediazione del denaro (margine da interesse pari a 14,8 miliardi) e commissioni da servizi finanziari (10,4 miliardi). In nessuno dei due comparti le prime 10 banche italiane sono migliorate: -4% per il margine da interesse, -5% sulle commissioni. Il resto del problema arriva dagli accantonamenti su crediti dubbi che ha portato ancora in perdita 3 delle 10 banche e ridotto l’utile netto da 4,5 miliardi a soli 1,9 miliardi. E’ la stessa cosa di un’azienda che ha fatturato in calo da anni sulle due principali linee di business, fatica a ridurre i costi e ha il 20% dei crediti ai clienti che non stanno ritornando.

banche semestrali 2016

Nessuno dei big del credito ha mostrato risultati brillanti sul fronte ricavi, solo BPM e Carige hanno registrato il segno più nel margine d’intermediazione ma non grazie a margine da interesse o commissioni. Il calo nel margine da interesse sopra il 10% colpisce MPS, Banco Popolare e le due popolari valtellinesi oramai in evidente affanno.  I cali nelle commissioni sono ancora più sorprendenti e preoccupanti perché sono da attribuire in minima parte ai problemi di erogazione del credito.

Se poi aggiungiamo le problematiche sulle sofferenze, lorde o nette, sugli esuberi di filiali e di personale emersi con cifre spaventose negli ultimi giorni, la necessità di tornare a investire fortemente in nuove piattaforme IT e il pesantissimo costo (oltre 9 miliardi) del salvataggio di 7 banche in crisi con versamenti a fondi volontari e Atlante, si può comprendere come mai gli analisti non vedano grandi prospettive di crescita nei titoli del settore bancario almeno nel breve-medio periodo, tantomeno sotto il regime di tassi zero annunciato dalla forward guidance del governatore della BCE Draghi.

Esiste evidentemente un problema diffuso di un modello di business diventato disfunzionale e da ritoccare rapidamente come ha sostenuto più volte di recente il governatore Visco. Banche commerciali che si basano sull’intermediazione creditizia e su clientela di piccolissima dimensione non riescono a produrre risultati sufficienti. Se poi qualcuno vuole continuare a pensare che le banche italiane siano uno splendido affare in Borsa e che sono ignobilmente e ingiustamente aggredite dai barbari anti-italiani si può continuare a leggere pagine diverse da questo blog. Quanto alle banche tedesche sicuramente emergeranno problemi in alcuni casi, ma eviterei accuratamente di pensare che questo possa essere di aiuto alle nostre banche e risolvere problemi che vanno risolti diversamente.

 

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Pubblicato in: banche
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  1. Gli speculatori attaccano ciò che si può attaccare e le banche italiane sono prede facili. Unicredit e BPM faranno aumenti di capitale disastrosi.

    Sul fronte esuberi non credo ce ne saranno, al massimo prepensionamenti come solito.
    Le filiali invece dovranno per forza subire delle riduzioni, sono ormai obsolete e non ci va più nessuno.
    Il personale va ricollocato nelle sedi centrali.

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