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5 luglio 2016

Credito: la fabbrica delle illusioni che non chiude mai

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Cosa pensa il piccolo imprenditore che assiste al pandemonio in corso di svolgimento con al centro il sistema bancario? E’ difficile che sia interessato a comprendere la non sottile differenza tra ‘garanzia’ (quella di 150 miliardi che il governo intende fornire alle banche per coprire possibili fabbisogni di liquidità), e ‘ricapitalizzazione’ delle banche oppure la differenza tra Atlante 1 (che sottoscrive gli aumenti di Popolare Vicenza e Veneto Banca) e Atlante 2 che sta raccogliendo altri miliardi per sottoscrivere complicate operazioni finanziarie finalizzate all’acquisto a prezzi di favore delle sofferenze (NPL). Dubito persino che possa intravedere nei laboriosi tentativi di salvataggio del sistema bancario -presentato troppe volte come solido e altrettante volte rivelatosi fragile- una notizia di particolare interesse rispetto alle proprie preoccupazioni economiche. Sospetto che invece sia irritato o rassegnato per le interminabili misure adottate a favore delle banche e per il poco o nulla che arriva alle imprese in tema di minore burocrazia e minore tassazione.

Il piccolo imprenditore, un po’ a digiuno di finanza e concentrato sui propri prodotti, fornitori e clienti, comincia a farsi un’idea disincantata sul ruolo che le banche avranno nella sua vita lavorativa: l’idea che le banche non saranno mai più come prima e che non lo aiuteranno tanto quanto era successo negli anni ruggenti dell’economia e del credito.

La fabbrica delle illusioni ha prodotto troppe promesse e tante delusioni. Sono almeno cinque anni che il popolo delle piccole imprese si sente raccontare che il credito tornerà. In questo periodo ha sopportato silenziosamente gli aumenti vertiginosi dei tassi bancari quando venivano imposti in emergenza con il pretesto del famoso ‘spread’ (quello tra Bund e BTP), adesso beneficia in misura minore rispetto alle grandi imprese della fase calante verso i livelli pre-crisi. Ma soprattutto in questi anni difficili ha sentito tante promesse sulla ‘banca vicina al territorio’, per poi assistere in Veneto, nelle Marche, in Toscana all’abbandono delle imprese sacrificate ai giochi di ego, di potere dei vertici delle banche che hanno trascinato nel loro disastro le stesse imprese a cui è stato chiesto di sottoscrivere azioni della banca.

Ha sperato alla fine del 2012 e nel 2013 -perché così scrivevano i giornali all’epoca- che grazie a Mario Draghi e alle operazioni di liquidità per le banche (le chiamavano LTRO) sarebbe tornato il credito anche ai piccoli. Non è successo la prima volta, perché le banche erano più interessate (e sollecitate) ad acquistare titoli di Stato che non a fare piccoli prestiti a imprese un po’ rischiose.

fonte ECB-impatto del programma di acquisto titoli su condizioni credito

fonte ECB-impatto del programma di acquisto titoli su condizioni credito

Non è successo neppure la seconda volta anche quando il governatore della BCE si è un po’ arrabbiato nel vedere che la liquidità versata nelle casse delle banche non è arrivata in quantità sufficiente all’economia reale. Draghi ha deciso di riprovarci nel 2014 con un secondo giro (il TLTRO) che questa volta, almeno sulla carta, doveva indurre maggiormente le banche ad allargare i cordoni della borsa ma ancora non è successo nulla di importante.  Qualche effetto, secondo i dati della BCE, comincia a vedersi in Europa: sono scesi i tassi ma non sono granché migliorate le condizioni di concessione del credito (vedi grafico a fianco). Purtroppo non molto efficace in Italia perché il credito alle imprese per ora continua a diminuire e nel frattempo proprio le banche italiane si stanno rivelando l’anello debole del sistema bancario europeo con il loro grave fardello di sofferenze e con troppi casi di banche sull’orlo del fallimento.

L’effetto peggiore per le piccole imprese è che il mercato del credito si sta polarizzando e le banche stanno dirigendo con priorità la concessione di credito verso imprese di dimensione media e grande e quasi totalmente su imprese il cui rischio di credito (misurato ancora dal rating interno) sia sufficientemente basso da evitare un consumo eccessivo di capitale. La fascia di esclusione, il cono d’ombra si proietta in modo notevolmente maggiore su imprese finanziariamente fragili e su imprese di piccola dimensione. A questa conclusione sono oramai arrivate anche le associazioni dei piccoli imprenditori che proprio recentemente hanno cominciato a studiare da vicino la finanza alternativa nella speranza che possa presto compensare in parte l’abbandono da parte del tradizionale prestatore, il sistema bancario.  I dati di questo abbandono sono rintracciabili sia nelle trimestrali delle banche che nelle analisi effettuate dalle stesse associazioni.

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fonte: Prometeia, 2014

Come categoria economica i nostri piccoli imprenditori hanno assistito in tempi più recenti prima alla santificazione delle imprese che esportano (pare siano solo il 20% del totale) come se servire il mercato domestico fosse causa inevitabile di esclusione dal credito, poi all’esaltazione eccessiva delle startup innovative  e ora siamo arrivati alle lodi delle medie imprese vincenti, quelle che sfidano le leggi della scarsa crescita con performance stellari (vedi il grafico presentato da Confindustria). Celebriamo i campioni ma senza dimenticare che abbiamo anche tante imprese ‘normali’ che magari arrancano ma che non possiamo pensare di abbandonare senza rischiare un tracollo economico nazionale.

CSC freno economia

CSC credit crunch

CSC imprese top

Forse è un bene che la grande illusione del credito stia svanendo per sempre, anche se questo comporterà sacrifici maggiori per chi non riesce a superare la propria micro-dimensione. Un bene perché, tolto l’alibi di trovare credito facilmente, cresce il numero di imprenditori che sta imparando a fare a meno delle banche, o a usarle con parsimonia, a curare meglio la sicurezza dei propri incassi, la concessione di credito alla clientela, la gestione dei flussi di cassa. Le imprese che stanno, anche controvoglia, aumentando la quota di mezzi propri rispetto alla quota di terzi crescono (dicono le statistiche) e le imprese sopravvissute alla Grande Crisi del Credito saranno poco o tanto più resistenti di quelle che sono crollate in questi anni di fallimenti, concordati, incagli e sofferenze.   Diciamo che la terapia da cavallo (per usare la solita metafora usata dalle banche sui cavalli che non bevono) è stata un po’ dura ma alla fine a qualcosa sarà servita.

Le fabbriche, quelle vere, continuano a sfornare prodotti servizi e idee di futuro. Purtroppo anche quelle delle illusioni del credito facile proseguono e non chiudono mai ma non offrono grandi speranze alle piccole imprese.

Da notare anche come la diminuzione del credito alle imprese stia provocando seri problemi nel conto economico delle banche, che a loro volta devono ingegnarsi ad aumentare i ricavi facendo cose più difficili, oppure tornando ad alzare i prezzi nonostante i tassi zero o negativi praticati dalla BCE.

Sole24Ore 19 settembre 2014

Sole24Ore 19 settembre 2014

immagine del post da Shutterstock ©

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