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1 giugno 2016

La fiducia e quel faro che si è spento

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Nella mia esperienza bancaria la Banca d’Italia è sempre stata un faro, che si accendeva e spegneva a intermittenza per illuminare con le sue ispezioni i difetti nelle banche e nelle società sottoposte a vigilanza. I suoi uomini (non ho mai visto donne) un po’ grigi e tanto formali quanto competenti si dedicavano con pazienza a leggere documenti, pratiche di affidamento ma anche a capire metodi e strategie per indicare nei rapporti finali i percorsi di correzione e miglioramento. Nel momento più delicato nella storia del sistema bancario il faro ha fermato la rotazione e si limita ad illuminare solo un ristretto angolo.

Sarebbe stato bello ascoltare nelle considerazioni finali del Governatore lo stesso grado di apertura e lo stesso desiderio di aria nuova che ho trovato in un recente discorso pronunciato dal capo economista della Bank of England e intitolato opportunamente ‘The Great Divide‘ (la grande distanza):

Per la prima volta nella storia di più di 300 anni la Banca Centrale ha messo insieme tutti gli stakeholders nel sistema finanziario: non soltanto regolatori, banche e investitori ma anche politici, la società civile, il mondo delle imprese, amministratori locali, gruppi religiosi e la stampa. Lo scopo di questo Open Forum era discutere in modo aperto i progressi fatti nel riparare il settore finanziario. L’Open Forum è stata l’occasione per ascoltare pareri diversi  da voci diverse: dai clienti e utenti della finanza, così come dai produttori e dagli investitori; dalla maggioranza spesso silenziosa degli outsider come dalla spesso rumorosa voce della minoranza di operatori. Questo ha portato un dialogo diverso. […]

Il messaggio più importante e forte che la Bank of England ha ricevuto nell’Open Forum è arrivato nella prima sessione. La Banca ha condotto sondaggi della percezione del settore finanziario per esempio chiedendo quali parole descrivessero al meglio il futuro dei mercati finanziari…. Per me le risposte più indicative sono arrivate dal pubblico generale, dai clienti, rispetto ai produttori di servizi finanziari. La parola usata più frequentemente nel descrivere i mercati finanziari è stata diversa [da quelle usate dagli operatori finanziari]: è stata ‘corrotto’. Subito dopo termini come ‘manipolato’, ‘auto-referenziale’, ‘distruttivo’ e ‘vorace’…. Questa differenza nelle percezioni sottolinea quanta strada deve fare la finanza per riconquistare il proprio ‘passaporto sociale’….  Io desidero discutere quali ulteriori passi sono necessari per ridurre questo deficit di fiducia. E non sono solo i banchieri che hanno sofferto la perdita della fiducia pubblica. In gradi diversi questo si applica anche alle grandi imprese, al governo e sì anche ai politici e ai banchieri centrali. Queste lezioni per i banchieri possono essere di guida anche ad altri in questa stanza”.

Tuttavia è forse nella terza dimensione, quella del ‘capitale sociale’ che le perdite derivanti dalla crisi possono rivelarsi con effetti negativi più duraturi. Il capitale sociale è inestricabilmente legato alla fiducia. E l’attività bancaria è la quintessenza della fiducia. … La più recente ricerca di Edelman pone la fiducia nei servizi finanziari al 51% su scala globale… questo significa che le banche non godono della fiducia da metà della popolazione. … La mancanza di fiducia nella finanza potenzialmente frena la crescita economica e la stabilità finanziaria.”

Open Forum cloud

Nella relazione del governatore Visco c’è stato un accenno timido alla fiducia dei clienti, al capitale sociale perso o al Great Divide che ha colpito l’Italia negli ultimi mesi.  Il grande colpevole della crisi bancaria è stato indicato nella crisi economica, nella mancanza di crescita.  Degli ‘ultimi, difficili anni’ -come è titolato un paragrafo della relazione- in cui la fiducia è stata distrutta da una serie di comportamenti e fallimenti morali prima ancora che finanziari, si parla in maniera sfuggente, imbarazzata, per minimizzare (“…solo l’1% delle attività del sistema’ riferendosi alle 4 banche fallite) e di prospettiva (“…la perdita di fiducia da parte del pubblico possa propagarsi velocemente…”) ma sempre a tutela della salute delle banche, non del patto sociale tra sistema finanziario e cittadini. Le recentissime crisi bancarie sono trattate asetticamente come incidenti inevitabili, e con un solo breve accenno alle cause dei fallimenti bancari:

 “la gran parte del nostro sistema bancario ha affrontato la crisi con coraggio e trasparenza,ma in non pochi casi agli effetti di una recessione lunga e profonda si sono sommati quelli di comportamenti imprudenti e a volte fraudolenti da parte di amministratori e dirigenti.”

Avrei preferito un Governatore più inglese e più coraggioso verso i suoi regolati, che indicasse le vie della ripresa economica non solo al governo e nella prosecuzione delle timide riforme ma anche nella ricostruzione della fiducia del sistema finanziario, che a mio avviso ha bisogno di una profonda opera di bonifica.

Mentre dalla relazione del governatore Visco sono arrivate nuove sferzate al sistema bancario perché acceleri il processo di riduzione degli organici, degli sportelli bancari e si incammini più seriamente in processi di fusione e di ammodernamento, nel discorso di Andrew Haldane si trovano passaggi diversi e più incisivi come questo:

In gran parte della sua storia, fare banca è stato un business di relazione. Le banche erano locali. Il direttore di filiale era un pilastro della comunità locale, agiva da consulente finanziario e in parte da consulente psicologico. Il servizio era personalizzato…

L’obiettivo è di creare o ricreare la banca locale. E’ un modello di banking back-to-the-future nel quale ‘conoscere il cliente‘ è la priorità del business, non un obbligo regolamentare. …
Il modello alternativo per le banche è di ritirarsi dalle strade, ma di trovare nuove vie per generare fiducia generalizzata nel pubblico. La tecnologia può essere un grande facilitatore, permettendo un servizio personalizzato anche se non offerto da una persona. Infatti colpisce come siano spesso società tecnologiche che sono al vertice della classifica della fiducia nel settore. Io sono da tempo a favore di modelli alternativi di banking in cui si può connettere risparmiatori e debitori finali. Molti di questi sfidanti stanno crescendo velocemente  e hanno tassi elevati di soddisfazione presso i clienti.”

Mi sarebbe anche piaciuto che la Banca d’Italia, nella sua totale consapevolezza della realtà, avesse avuto il coraggio di rivelare che almeno metà delle sofferenze bancarie sono dovute a metodi sbagliati di fare credito: troppo meccanico e superficiale verso le piccole imprese o troppo condizionato da legami relazionali verso le grandi imprese, entrambi si sono rivelati controproducenti nella crisi. Vorrei che chi conosce bene i processi del credito spiegasse che il futuro del credito sta nel ricreare competenze perse e che occorreranno anni per convertire un popolo di bancari pilotati dal rating o votati alle garanzie in professionisti del cashflow-lending, ma che di questo c’è assoluta necessità.

Ha prevalso la linea della difesa dell’operato passato rispetto all’illuminazione dei percorsi futuri, ma il tema della fiducia, del ‘capitale sociale’ (da non confondere con il Tier1) rimane un pilastro centrale nei servizi bancari e finanziari e tutto quanto continua e continuerà ad avvenire attorno ad un settore largamente screditato riproporrà presto o tardi l’assoluta fondamentale necessità di ridurre il Great Divide, la grande distanza tra cittadini e banche.

 

Immagine del post da Shutterstock ©

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