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28 maggio 2016

Game of Thrones nel sistema bancario

Game-of-Thrones

Dallo scorso agosto sto commentando con una certa dose di preveggenza i tentativi arruffati del pianeta bancario di mettere toppe a una serie di casi seriamente problematici. L’Operazione Mare Nostrum delle banche continua con una sequenza di episodi, colpi di scena e metodi che creano dubbi e sconcerto tra i non addetti ai lavori.

Se riprendiamo questa sequenza tappa per tappa:

♦ nella scorsa estate i vertici del sistema bancario si convincono che le crisi di alcune banche regionali sono gravi e non rimediabili con i vecchi metodi. Si accordano quindi per mettere in sicurezza le prime vere crisi bancarie (possono essere chiamati tranquillamente fallimenti dopo i verdetti dei tribunali) in Abruzzo (TERCAS) e a Ferrara (CARIFE) utilizzando in modo improprio il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, che silenziosamente delibera acquisizioni di quote azionarie delle banche in crisi, senza avere un soldo in cassa e contando sui versamenti volontari delle banche sane, che si tassano pur di evitare il panico tra i clienti.

in settembre il parlamento italiano ratifica la direttiva comunitaria sui salvataggi bancari, l’oramai noto bail-in, e di fatto vanifica la manovra del FITD che imperterrito e convinto di non incorrere nel veto della EU nel frattempo aveva già deliberato altri aumenti di capitale su Banca Marche e Popolare Etruria.

♦ La necessità di ulteriori aumenti di capitale (1,5 miliardi a Vicenza e 1,0 miliardi a Montebelluna) viene affrontata in modo classico formando  nel settembre 2015 due consorzi bancari che garantiscono il buon esito del futuro aumento di capitale e della seguente quotazione in Borsa, rispettivamente guidati da Unicredit e Intesa SanPaolo, le due principali banche italiane. Gli addetti ai lavori nella finanza (analisti, società di rating) cominciano a sollevare qualche perplessità sull’esito.

♦ a novembre l’Italia si trova costretta ad adottare precipitosamente una soluzione ‘italiana’ di bail-in sequestrando 4 banche in pieno dissesto, azzerando di fatto il capitale (a quel punto quasi certamente negativo), ripulendole e separandole dalle sofferenze accertate, e costringendo tutte le banche sane (BCC comprese) a ricapitalizzare le quattro banche-ripulite e una unica bad-bank che raccoglie le sofferenze di tutte e quattro. In questo blitz azionisti e obbligazionisti subordinati perdono tutti i loro risparmi, mentre tutte le banche intervenute si caricano il bilancio 2015 di costi aggiuntivi per oltre 3 miliardi.

♦ subito dopo il governo comincia a premere su Bruxelles per una moratoria su altri futuri bail-in, pur sostenendo che il sistema bancario è ‘solido’. Il motivo è presto scoperto perché anche due popolari venete (Popolare Vicenza e Veneto Banca) mostrano sotto l’onda di ispezioni della BCE bilanci completamente dissestati e gravi irregolarità nel collocamento dei precedenti aumenti di capitale e prestiti obbligazionari subordinati.

♦ Più ci si avvicina agli attesi aumenti di capitale in primavera e più esce la gravità dei problemi e delle irregolarità nelle due popolari venete, sommerse da cause dei clienti azionisti e obbligazionisti e con il vecchio management cacciato e rimpiazzato non sempre in modo limpido. Il governo comincia a temere un secondo tracollo del sistema dopo lo scandalo delle 4 banche che potrebbe generare altro sconcerto tra i risparmiatori. Quando l’amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni (ora dimissionato dai soci) si rende conto che il rischio di dovere sottoscrivere l’intero aumento di capitale della Popolare Vicenza potrebbe trascinare sott’acqua lo stesso Unicredit, si reca a Roma e chiede soccorso al MEF.

♦ Orchestrare una soluzione che non incorra nei divieti della Commissione Europea, che ha già bloccato il FITD giudicando si trattasse di aiuto di stato, non è facile. Ci pensa un grande navigatore della finanza relazionale italiana, il prof. Guzzetti che muove le pedine della fondazione per costituire un fondo non pubblico (il fondo Atlante gestito dalla SGR Quaestio) che raccolga 6 miliardi destinati a sottoscrivere i due prossimi aumenti di capitale veneti e forse qualche altro. Con i fondi residui Atlante dovrebbe anche calmierare il mercato delle sofferenze su cui stanno piombando a prezzi di saldo i grandi fondi USA. Guzzetti e la pressione esercitata dal MEF riescono a convincere le banche, le Poste, la CdP e pochi altri, Atlante raccoglie solo 4,3 miliardi ma si pone come scudo di salvataggio delle due banche -che tirano un temporaneo sospiro di sollievo- e del sistema bancario italiano.

♦ Puntualmente l’aumento della Popolare di Vicenza fallisce, Atlante si trova a sottoscrivere il 99% delle azioni a €0,10 e dovrà mettere mano a una profonda crisi di liquidità (la banca a fine 2015 deve ricorrere a operazioni straordinarie) e una fuga di depositi e clienti. L’IPO fallisce perché la Borsa non rileva un flottante sufficiente.

♦ Siamo ai giorni nostri. I movimenti e i colpi di scena si susseguono. Nell’assemblea di Veneto Banca viene ribaltato il precedente vertice e si spera in un esito diverso dell’imminente aumento di capitale, ma i miracoli non avvengono facilmente in finanza e la fase di pre-collocamento mostra zero interesse da parte di 250 investitori italiani ed esteri avvicinati. Il prezzo di emissione, previsto anch’esso a €0,10 distrugge l’intero capitale e porta Veneto Banca direttamente verso il secondo intervento del Fondo Atlante che controllerà due grandi popolari venete che avevano anche sognato la fusione. La fiducia del presidente di Intesa Gros-Pietro e dei vertici della banca è mal riposta. La fiducia dei grandi soci veneti determinati a tenere il controllo in Veneto potrebbe solo portare a una quota di minoranza perché Atlante ha già fatto sapere che vuole il controllo della banca per potere mettere mano alla ristrutturazione.

♦ Nello stesso tempo le preoccupazioni per altre banche dilagano, la banca di credito cooperativo Crediveneto viene dissolta e affidata a una specie di nuova banca (Banca Sviluppo) finanziata in corsa dal sistema delle BCC e poco dopo il FITD ritorna alla carica con lo schema di salvataggio azionario che dovrà agire su banche minori (le Casse di Risparmio di Rimini, di Cesena e di San Miniato sono i principali indiziati):

ROMA, 27 maggio (Reuters) – Il fondo volontario costituito dalle banche all’interno del Fondo Interbancario dei depositi (Fitd) servirà a sostenere piccoli istituti in difficoltà con una dotazione che arriverà a 700 milioni e verrà richiamata in caso di necessità con il versamento da parte degli aderenti. Lo dice il direttore del Fitd Giuseppe Boccuzzi dopo le valutazioni di Fitch rating che ha detto che questi contributi pesano sulla redditività delle banche. (Full Story) “Le banche aderenti allo Schema volontario non sono tenute a versare immediatamente le risorse messe a disposizione dello schema medesimo, allo stato pari a 300 milioni, in via di incremento a 700 milioni”, scrive Boccuzzi in una nota. “Si tratta, quindi, di impegni di contribuzione, che verrebbero attivati ‘su chiamata’, nel tempo, in relazione agli eventuali interventi da realizzare”, aggiunge escludendo quindi che abbiano incidenza sui bilanci delle banche. Lo strumento volontario, ricorda Boccuzzi, ha l’obiettivo di intervenire “in funzione preventiva per il sostegno a banche di piccole dimensioni che presentino difficoltà a realizzare operazioni di ricapitalizzazione”, quindi in alternativa a soluzioni “più traumatiche, quali la risoluzione o la liquidazione, che avrebbero sicuramente un costo più elevato per il settore bancario, destinato comunque a farsi carico degli oneri connessi alle crisi”.Le partecipazioni acquisite dal fondo e gestite nello schema volontario sono “destinate ad essere dismesse in tempi ragionevoli, alle migliori condizioni di mercato. I realizzi derivanti dalla cessione delle partecipazioni medesime verrebbero restituiti alle banche che contribuiscono agli interventi”.

♦ ricominciamo con soluzioni artificiali, costruite per aggirare la risoluzione di banche tecnicamente fallite, evitando di sottoporle al meccanismo di bail-in, e per circumnavigare intorno al divieto di intervento dello Stato, forme che dovranno ottenere un benevolo consenso della Commissione Europea oramai seriamente preoccupata dalle crisi bancarie italiane.

Il dilemma del sistema bancario italiano

La costruzione di veicoli e fondi d’emergenza finanziati dal sistema bancario è palesemente finalizzata ad evitare ulteriore panico nei risparmiatori che depositano oltre 1.600 miliardi nei conti correnti bancari e altro spargimento di sangue tra incauti risparmiatori che hanno acquistato obbligazioni bancarie per centinaia di milioni. Su questo non ci sono più dubbi: il salvataggio degli appestati costa tuttavia molti profitti alle banche veramente solide. E come fa notare lo stesso prof.Guzzetti senza mezzi termini “se non c’erano le Fondazioni, Atlante non partiva, e se non c’era Atlante, la Banca Popolare di Vicenza andava alla malora lei e qualcuno che aveva dato la garanzia”. Quel qualcuno è proprio la grande banca Unicredit.

Il dilemma bancario italiano è se sia preferibile una di queste due soluzioni:

A) costituire, finanziare (quasi senza limiti) una struttura di contenimento che eviti nuovi fallimenti e nuovi scandali di risparmiatori buggerati allo sportello dalla propria banca con collocamenti azionari e obbligazionari poco trasparenti. Una scelta che in una certa misura trasmette la malattia e il costo anche a banche che sono in discreta salute, come ha mostrato in modo eclatante il caso Popolare Vicenza-Unicredit.  Vengono tenuti indenni gli obbligazionisti (e ce ne sono molti, troppi anche nelle banche non in crisi) ma rimane agli occhi della gente la sensazione di un sistema bancario poco sicuro e poco trasparente che cerca di rimandare il problema a una digestione opaca e lenta.

B) in alternativa si potrebbe ripulire definitivamente il sistema bancario lasciando fallire le banche che hanno operato male, evitando alle banche che hanno agito bene gli ingiusti costi del salvataggio e preservando la loro reputazione per mandare un chiaro messaggio all’opinione collettiva: le banche fallite sono una decina di casi gravi, ma provocati da gestioni scorrette sorvegliate male e tardi.  Il costo della pulizia toccherebbe a qualche altra migliaia di risparmiatori privati, le cui responsabilità sono minoritarie ma non inesistenti del tutto. Una soluzione che come hanno già sottolineato alcune agenzie di rating eviterebbe in futuro pericolosi imprevedibili contagi all’interno del sistema bancario come successo nel caso Popolare Vicenza-Unicredit.

Come in tutti i dilemmi ci sono pro e contro e nessuna scelta è perfetta. Il paese (Governo, ABI, principali banche) ha scelto la prima e la sostiene con determinazione preferendo eliminare alla radice la possibilità di nuovi fallimenti bancari.

Personalmente non credo veramente al rischio di panico e fuga dai depositi delle banche valide, che non a caso in questo periodo hanno incrementato la raccolta. Non credo neppure che gli italiani siano così sprovveduti da correre nelle banche buone a ritirare depositi se fosse fallita la Popolare di Vicenza. Personalmente credo invece che un sistema bancario ‘ripulito’ in cui sia più facile distinguere tra chi opera con una  buona gestione e metodi trasparenti e le carrette bancarie che si trascinano avanti manipolando bilanci, sia nell’interesse di tutti. Governo incluso.

 

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  1. Condivido la sua spietata analisi e la preoccupazione circa il costosissimo stallo di sistema, che insiste sul tema del salvataggio sempre e comunque di situazioni, anche di minimo cabotaggio, senza prospettiva, costringendo, per evitare le ire degli organismi europei, a rifugiarsi nel “volontariato obbligatorio” dei fondi messi su alla bell’e meglio. Anche la riforma del credito cooperativo, superfetata struttura, è una operazione di salvataggio, non di rilancio, di un sistema esausto, condotta con strumenti che non possono non destare perplessità (leggasi contratto di coesione).
    Fuorviante è il tema del costo delle crisi bancarie misurato sui contribuenti. Fino a che le autorità non cambieranno prospettiva, non ci sarà fiducia nelle politiche di trasformazione di un’industria diventata di peso per l’uscita dalla crisi economica che ci attanaglia dal 2008.
    Condivido che i troppi casi di mala gestio siano stati sottovalutati (quanti banchieri esaltati fino a poco tempo fa sono caduti, troppo tardi, nella polvere!) e che una più decisa pulizia delle banche decotte potrebbe fare più chiarezza, senza che evocare la paura della corsa agli sportelli. Trova qualche richiamo a questi temi su alcuni miei articoli usciti su Firstonline e su Dirigenza Bancaria ormai da un po’ di tempo a questa parte.
    Cordialmente

  2. Concordo in pieno. Il “lato oscuro della forza” rischia di prevalere. Non possono essere raggiunti compromessi. Ci sono esperienze che dimostrano che si può fare banca, credito e finanza “buona”, innovando e ristrutturando. Che la Forza sia con noi.

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