Postato:

17 maggio 2016

Ristrutturare le banche: mission impossible?

shutterstock_377900254

La stabilizzazione del sistema bancario è diventata una priorità nazionale nella prima parte del 2016. Stranamente in pochi si sono soffermati nel constatare come l’innesco della crisi bancaria nazionale sia nato dalla risoluzione obbligata ma tardiva della crisi di 4 banche medio-piccole, che ha richiesto a fine 2015 l’attivazione del meccanismo di bail-in sul modello concordato con la EU, provocando a cascata la sfiducia dei risparmiatori e degli investitori istituzionali sull’intero sistema bancario italiano.

Ebbene riavvolgiamo un po’ il film per domandarci se tutta questa sequenza fosse evitabile perché le crisi di Carife, Banca Marche e Carichieti sono piuttosto datate e anche i verbali emersi su Banca Etruria mostrano che la banca e il suo vertice era da tempo nel mirino di Banca d’Italia.

CARIFE era già in crisi nel 2011 (tanto che su Imprese+Finanza sono apparsi diversi articoli). La banca è stata commissariata nel maggio 2013 e il commissariamento è stato prorogato nel 2014. Nonostante l’intervento dei commissari Bruno Inzitari e Giovanni Capitanio nominati dal MEF su proposta della Banca d’Italia, nonostante un nuovo ribaltone al vertice (ce n’erano stati altri anche prima del commissariamento con la nomina di Grassano nel 2009) Carife finisce comunque travolta e entra nel parco delle banche oggetto di risoluzione.

Per quanto riguarda Banca Marche il commissariamento arriva dopo molte polemiche sulla gestione da parte degli stessi azionisti (fondazioni bancarie). Il 27 agosto 2013 si procede con la nomina dei commissari Giuseppe Feliziani e Federico Terrinoni. Anche in questo caso l’intervento congiunto MEF-Banca d’Italia arriva dopo anni di contestazioni ai vertici dell’istituto e il cambio al vertice nel 2012 con la nomina di Goffi al posto di Bianconi.

Carichieti viene commissariata il  19 settembre 2014. Nel gennaio 2015 si insedia un secondo commissario, Salvatore Immordino che affianca il ragionier Riccardo Sora designato della Banca d’Italia e nominato commissario straordinario insieme al Comitato di sorveglianza composto da tre prof. universitari: Paolo Benazzo, Maria Teresa Bianchi e Marco D’Alberti. Ma anche nel caso di Carichieti ci sono tracce di crisi e di interventi della vigilanza già nel 2013, con evidenza di irregolarità imbarazzanti.

Inutile parlare della vicenda di Banca Etruria che è forse la più nota (ma anche la più torbida) a causa della presenza del padre di un ministro del governo.

Tutto questo per dire semplicemente due cose:

→ L’intervento estremo della vigilanza (con il provvedimento di commissariamento) in tutti i casi è stato di molto successivo all’emergere di problemi la cui consapevolezza aveva già una lunga storia. Non dubitando che la Banca d’Italia abbia esercitato i poteri concessi (allora più limitati di oggi) c’è da domandarsi, qualora avesse previsto l’esito e quanto avvenuto a fine 2015, se avrebbe usato maniere più forti.  E’ vero anche che in Italia le crisi bancarie si erano sempre risolte lontano dai riflettori, con pazienza e depositando la banca in crisi nelle braccia di una banca sana, elemento questo che è mancato a fine 2015.

→ Il secondo punto, di ancora maggiore sostanza, è che il metodo di risoluzione delle crisi bancarie adottato da Banca d’Italia si è rivelato inefficace in tutti questi casi. La nomina di esperti di diritto fallimentare bancario affiancati da bancari con lunga militanza (spesso in pensione) non si è rivelata capace di raddrizzare la barca inclinata. Anzi forse ha prolungato l’agonia.

Quest’ultimo punto non è un elemento secondario. Il metodo ‘classico’ di ristrutturazione delle banche non funziona più per una lunga serie di motivi, molti dei quali toccano la redditività di tutte le banche, figuriamoci quelle con falle nello scafo. Il sistema dei commissari tradizionali non è sufficiente a invertire la rotta e rimettere in assetto la banca. Il turnaround bancario appare molto ma molto più complicato di una ristrutturazione aziendale, come quelle descritte nel post precedente.

Osservazione non banale se si considera che Popolare di Vicenza e con tutta probabilità anche Veneto Banca sono in condizioni similari e hanno bisogno di una rapida e profonda ristrutturazione per non cadere preda del meccanismo di risoluzione. Il metodo questa volta sarà diverso, non ci saranno inutili toppe messe da un Fondo Interbancario che non ha né soldi né competenze di ristrutturazione.  Sembra che tocchi al comitato esecutivo del fondo Atlante nominare i ristrutturatori della banca, Penati lo ha detto chiaramente durante la sua presentazione: sono interventi da fondo distressed. Speriamo che prendano buona nota di quanto non è andato bene nei precedenti salvataggi e adottino scelte completamente diverse di persone, di piani industriali, di velocità per contrastare l’emergenza. Questa volta meno professori e più medici esperti.

 

immagine del post da Shutterstock

more

Ti potrebbe interessare anche :


Leave a Reply

Twitter Users
Enter your personal information in the form or sign in with your Twitter account by clicking the button below.