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4 maggio 2016

Le ganasce sulle imprese, al posto dei neuroni

shutterstock_199886336Anche volendo prescindere dal quotidiano precipitare degli eventi che abbracciano la crisi e mancata quotazione della Popolare di Vicenza, l’intervento da rianimazione del nuovo fondo-rimorchiatore Atlante e le sconcertanti polemiche a Veneto Banca, la reazione negativa dei mercati sono giornate confuse e dense di avvenimenti.

Nel cestino delle novità vanno anche i recenti interventi legislativi che secondo il Governo porteranno le banche ad accorciare i tempi di recupero delle garanzie (in prevalenza immobiliari) da 6-7 anni a 6-8 mesi, secondo l’annuncio eclatante del Governo. Chiarissimo l’intento di aiutare il sistema bancario ad alzare il valore delle sofferenze garantite (secured NPL) dai bassi valori attuali (5-20%) a valori più vicini a quelli iscritti a bilancio (40%-50%), facilitare la vendita ai fondi, passo decisivo per evitare alle nostre banche altre sanguinose perdite e altri complicati aumenti di capitale. Si dice che ogni anno in meno per recuperare possa alzare di quasi il 5% il prezzo di vendita.

Poiché, come detto più volte su questo blog, il 70% delle sofferenze bancarie sono verso imprese, il bazooka del Governo spara alzo zero sulle imprese. Se lo scopo è più che sospetto, l’effetto di allineare le procedure di recupero agli standard europei è decisamente più corretto. Che poi si dovesse arrivare alla tanto attesa riforma delle procedure dei tribunali solo per salvare il non più solido sistema bancario è una triste constatazione.

Ma nella foga di aiutare le banche (suggerimento proveniente dagli uffici legali delle banche), si sta andando ben oltre e si stanno varcando limiti di logica finanziaria.  L’istituzione del pegno mobiliare non possessorio apre le porte (auspicabilmente solo per i futuri contratti) alle ganasce delle banche su parti vitali dell’azienda come il magazzino e forse i crediti verso i clienti, che saranno chiesti in garanzia in cambio dei finanziamenti addirittura con la previsione di un registro delle operazioni presso l’Agenzia delle Entrate. Il decreto legge del Governo ha fortunatamente escluso la proposta iniziale -tutta da valutare sul piano del diritto commerciale- di estendere la costituzione del pegno mobiliare anche sulle quote dei soci nelle srl. Un’ipotesi fantascientifica che porterebbe il controllo di piccole imprese incapaci di ripagare il debito, anche temporaneamente, alle banche, con enormi dubbi su cosa le banche stesse possano farne, vendendo le imprese stesse a terzi.

Una svolta pericolosa e dannosa per la crescita delle banche

Perché ritengo questa improvvisa norma pericolosa per le imprese e dannosa in ultima istanza per le banche? Perché sotto l’effetto panico-da-sofferenze l’intero sistema bancario si è precipitato ad aumentare il raggio di azione e di efficacia delle garanzie, da immobiliari a mobiliari, da reali a personali alimentando il tasso di sfiducia verso le capacità delle imprese di fare fronte agli impegni finanziari e rallentando la crescita professionale del personale di banca.

Proprio la grave esplosione di prestiti deteriorati avrebbe dovuto insegnare ai bancari che arraffare garanzie, calcolare PD (probabilità di fallimento) e LGD (previsioni di perdita effettiva) affidandosi solo a modelli statistici li ha portato dove siamo oggi: 330 miliardi di prestiti deteriorati e centinaia di miliardi di accantonamenti.  Se l’avvento dei rating interni di Basilea -per i quali le garanzie personali non hanno effetto di riduzione del costo del capitale- avrebbe dovuto indurre i sacerdoti del credito a valutare più i flussi di cassa futuri che le fideiussioni, nessuna delle due cose è avvenuto in pratica soprattutto con le piccole imprese.

E ora, presa la batosta, si ripropone il problema: è più importante selezionare a chi dare credito sulla base di piani industriali e finanziari e flussi di cassa futuri, o sulla base di una bella ipoteca o di un pegno mobiliare? Alcuni giorni fa a un convegno in cui ho partecipato uno degli amministratori delegati delle quattro banche-ponte ha candidamente ammesso (evento raro) che purtroppo i bancari non sono preparati a fare selezione analizzando business plan, che occorre tempo perché siano riconvertiti a questa competenza.

Invece di occuparsi di una urgente riconversione del personale, diffondendola al massimo nella rete come richiede lo stesso sindacato, le banche si affannano nella ricerca di nuove garanzie destinate ad essere un ulteriore alibi per non usare i neuroni nella comprensione dei piani aziendali.

Quanto alle piccole imprese si informino e prendano atto di questa novità in fretta. Perché avendo poco potere contrattuale in banca, quando si vedranno mettere davanti contratti di finanziamento che prevedono in caso di difficoltà la possibilità di perdere la proprietà del magazzino e di altri beni dell’azienda non avranno molto tempo e molto potere per decidere. Come è stato per la scelta di sottoscrivere azioni della banca in cambio di una benevola concessione del credito le piccole imprese devono imparare dagli eventi, maturare in fretta e decidere se, come e perché indebitarsi con una banca. Oppure se farne a meno rivolgendosi a chi -come la finanza alternativa- non basa il giudizio di merito pensando di recuperare crediti grazie alle garanzie, oppure spremendo i propri neuroni per generare vero sano autofinanziamento che è sempre la migliore assicurazione per il futuro.

 

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  1. ottima osservazione….qualche tempo fa intervenni in un suo precedente articolo in merito al fatto che 1) le banche invece che contare esuberi avrebbero fatto bene a “riconvertire” personale presente e dedicarlo al “monitoraggio” del credito concesso 2) conseguenziale al primo punto. un’azienda seguita è un’azienda che meglio gestisce le proprie risorse, tirando fuori dalla gestione flussi capaci di ripagare il capitale investito e, perchè no, remunerarlo anche. la mia opinione rimane sempre la stessa: se ci fosse stata maggiore cultura aziendale, se la piccola dimensione delle aziende italiane non fosse stato uno sciocco alibi dietro cui nascondersi (chissà perchè poi i soldi per cambiarsi il macchinone escono sempre), investire in cultura d’azienda, spaziante dalla gestione del credito al controllo di gestione, dal mktg all’internazionalizzazione, la crisi di cui sopra avrebbe mietuto molte vittime in meno! l’epidemia c’è stata, ma sono comunque mancati i vaccini…mi chiedo ancora come gli istituti di credito abbiano concesso risorse solo in base a garanzie reali e non anche (come lei osserva correttamente nel suo articolo) dietro un business plan fatto con i contro attributi e, meglio ancora, seguendo la gestione del cliente servito almeno il tempo necessario per capire quei soldi quale strada avrebbero preso.

    • sono d’accordo su tutto, ma mi tocca fare notare che i ‘business plan con i contro attributi’ non sono quasi mai arrivati in banca.
      La banca ha sbagliato a non pretenderli, ma molti imprenditori hanno guidato per anni e anni le loro imprese alla cieca, senza piani e non è sorprendente che in diversi siano finiti in difficoltà.
      Perché il sistema bancario non abbia in questi anni potenziato le capacità di analisi resta invece un mistero.

  2. Anche se spesso leggo quello che scrive e sono daccordo con le sue tesi, in questo caso la vedo in maniera completamente diversa. L’inserimento dei cosidetti Security Interest nel nostro ordinamento era stata chiesta da tempo dal FMI come una misura di aumentare le garanzie disponibili per i finanziamenti e quindi aumentare direttamente la quota di prestiti. Possono servire, come servono negli altri paesi dove questi strumenti sono stati inseriti, per rendere bancarizzabili micro e piccole imprese che non sono in grado di offrire altro tipo di garanzia (spesso si tratta del magazzino, dei macchinari, nel caso di imprese agricole della raccolta). Con gli NPL, ovviamente, non c’entra niente.
    Non credo che sia il sistema bancario che li abbia richiesti ed anzi credo che li subirà (per una banca gestire un macchinario è ancora più complesso che un immobile) e prevedo un lungo tempo di gestazione prima che diventino operativi.
    Riguardo le sue osservazioni sulle capacità di valutazione delle banche: è sicuramente vero, quello che lei propone è però “un piccolo mondo antico” che con i tassi attuali non è più compatibile secondo me.

    • Ottimo spunto.
      Sulla prima parte posso essere d’accordo. Un ventaglio di asset su cui basare il credito ha aiutato banche e finanza a fare buon cose (il cosiddetto asset-based-financing) soprattutto all’estero. In Italia ad esempio chi ha il coraggio di finanziare bene la proprietà intellettuale? Forse 1 o 2 banche. Per il resto del sistema gli asset intangibili (brevetti, marchi…) sono da detrarre dal Patrimonio Netto nell’analisi di bilancio.

      Sulla seconda meno. E’ fin troppo evidente che il decreto è stato chiesto dalle banche e voluto dal MEF che si sta prodigando nell’alzare il valore dei crediti deteriorati in ogni possibile modo (GACS, riforma fallimentare…). Questa modifica non nasce dal FMI, ma è la solita toppa messa in extremis e sbilanciata a favore di una parte.

      Nel lungo periodo forse, ma ripeto forse, potrebbe essere usata per fare accedere le piccole imprese anche se… mettere le mani sul magazzino di un’impresa decotta e classificata in ritardo come ‘credito deteriorato’ secondo me porterà alle stesse cattive sorprese degli immobili. Quello che resta nel magazzino di una piccola impresa in crisi è normalmente composto da merce invendibile e da valutazioni di bilancio fantasiose. Quindi sempre meglio basare la valutazione sulla capacità di fare cassa, mi creda.

      Infine non ho capito il riferimento al ‘piccolo mondo antico’. Ai tassi attuali occorre avere molta bravura per guadagnare, e buona parte di quella bravura è proprio nell’assumere rischi di credito in modo intelligente e informato.

  3. Mi ricordavo di aver letto tempo fa un articolo sulla mancanza di personale specializzato in grado di gestire le aziende in crisi.
    L’ho ritrovato: gennaio 2014 “crisi delle imprese molti feriti pochi medici”
    2 anni fa.
    Lei ora scrive: “Invece di occuparsi di una urgente riconversione del personale, diffondendola al massimo nella rete come richiede lo stesso sindacato, le banche si affannano nella ricerca di nuove garanzie destinate ad essere un ulteriore alibi per non usare i neuroni nella comprensione dei piani aziendali.”

    Non credo che sia facile e veloce preparare/riconvertire il personale bancario in modo tale da poter svolgere questo nuovo ruolo con successo (e senza combinare dei casini ancora peggiori di quelli che dovrebbero evitare). 2 anni ce li siamo gia’ giocati.
    In via del tutto ipotetica, se vivessimo in un mondo perfetto iniziando ora la riconversione del personale quando il sistema bancario sarebbe pronto per gestire i prestiti in modo tale da “dare credito sulla base di piani industriali e finanziari e flussi di cassa futuri”?
    Un anno? Due anni? Ma nelle condizioni in cui siamo altri 2 anni equivarrebbero al keinesiano “lungo periodo”.

    Dunque alle pmi non resterebbe altro che affidarsi alla finanza alternativa (che tradotto in italiano credo significhi che vedro’ piu’ spesso un mio parente fare visita a mio padre!).
    Ma scusi, Dr. Bolognini, dopo 6 anni di articoli denunce possibili soluzioni osservando il peggiorare inesorabile della crisi, non ha mai avuto il sospetto che vi sia stato un preciso disegno di distruzione della piccola impresa italiana (a cominciare dai tempi di Prodi)? Sono sopravvissute fin qui contro tutto e tutti: le novita’ legislative spiegate in questo articolo non sono altro che la mazzata finale. A meno che come dice Lei la “finanza alternativa” compia il miracolo.

    Certo poi uno legge articoli di giornale di 20 anni fa
    11 settembre 1993 Corriere “Mady in italy mai cosi’ bene”
    al che potrebbe pensare “ma non e’ che il defibrillatore e’ dietro la porta che ci dicono di non aprire che senno’ l’inflazione la benzina il pane le cavallette ….”

    PS. senza offesa ma quante piccole imprese pensa che riuscirebbero a sostituire il credito dalla banca con la finanza alternativa?

    • rispondo alle varie domande:
      1) riconversione del personale: servono almeno 24 mesi, ma si doveva partire dal 2011. Qualche banca lo ha fatto, per essere obiettivi, e forse oggi sta incassando i risultati. Ma la maggioranza no, ha solo potenziato uffici legali e ispettori che invece di andare nei capannoni a vedere la situazione e trovare soluzioni intelligenti, ha solo accresciuto processi formali.

      2) la finanza alternativa è ancora microscopica e NON può affatto sostituire la massa di credito ordinario che manca. Può agire da stimolo: se c’è chi trova il modo di finanziare imprese senza affidarsi prevalentemente alla richiesta di garanzie reali o personali, è pensabile che metta sotto pressione competitiva chi invece rinuncia a studiare/analizzare e basa valutazioni soprattutto sulle garanzie.

      3) non riesco a capire le ragioni di un disegno “di distruzione della piccola impresa italiana” che ha fatto e fa comodo a molti (fisco e grandi imprese). Negli anni mi sono sempre di più convinto che sia dipeso da due fattori incrociati: l’ignoranza assoluta sul contesto delle piccole impresa da parte della classe dirigente (in senso molto allargato) che crede di conoscere la piccola impresa ma non sa affatto cosa sia e l’incapacità delle piccole imprese di essere rappresentate adeguatamente nelle sedi dove si decide. Se pensa che ancora oggi i piccoli sono rappresentati da Confartigianato, Confcommercio, API, CNA… e che il tentativo di mettersi con una sola voce ha partorito Rete Imprese Italia che non ha un peso politico adeguato alla numerosità dei suoi associati (e al grado di arrabbiatura verso le istituzioni…) allora capisce cosa voglio dire.

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