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8 aprile 2016

Calma ragazzi, non perdiamo il giocattolo

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Nei precedenti interventi avevo fatto notare ai miei lettori come la situazione del sistema bancario italiano stesse degenerando per una convergenza di problemi rimandati e irrisolti. Non ci sono più dubbi che la situazione sia arrivata a una svolta critica. Gli eventi stanno precipitando con l’avvicinarsi delle scadenze per ricapitalizzare (e salvare) Carige, Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca e CARIM. Come previsto la garanzia di collocamento dell’aumento da 1,75 miliardi di Popolare Vicenza ha causato mal di testa e di pancia a Unicredit che l’aveva sottoscritta, forse un po’ incautamente pur di incamerare pingui commissioni (€12 milioni si dice). Ma il problema non è di Unicredit e del mercato dei capitali, il problema è di sanità nazionale perché la ritirata dal mandato di Unicredit, un potenziale secondo crollo di banche (il fallimento dell’aumento di capitale porterebbe dritte le due banche venete alla risoluzione) intacca tutto il sistema finanziario italiano, sia nel sostegno di imprese che nella sempre generosa sottoscrizione di titoli emessi dallo Stato.

Tutto questo significa panico e spiega l’urgenza con cui il sistema tenta di bloccare la crisi chiamando ad intervenire tutti: i ministri del governo, i grandi capi delle banche con l’ABI, la Cassa Depositi e Prestiti, il presidente delle fondazioni bancarie che sono grandi azionisti nella Cdp, il sistema del risparmio privato e pensionistico. Tutti a cercare una soluzione in extremis (ancora) per evitare il tracollo imminente nel collocamento dell’aumento della Popolare di Vicenza e l’innesco di una reazione a catena su Veneto Banca, Carige e MPS.

A rischio il controllo secolare delle banche

A rischio c’è la tenuta  di un sistema finanziario perverso, troppo a lungo incardinato sul ruolo delle banche che forniscono il 95% dei mezzi di terzi alle imprese, e che proprio dalle sofferenze delle imprese in crisi sta per essere travolto. Ma a rischio è anche il controllo delle banche secolarmente nelle mani di poche entità (le fondazioni) e di nuclei d’interesse (le popolari) attaccati al potere conferito dall’erogare credito discrezionalmente. L’interminabile richiesta di aumenti di capitale proveniente dalla EU e dalle autorità di vigilanza ha scardinato in parte questo legame non troppo fortunato e sano. Molte fondazioni bancarie hanno distrutto l’intero patrimonio rimanendo pervicacemente abbracciate alla banca locale travolta da perdite e oggi sono fuori dai giochi. Sono stati sostituite da investitori istituzionali esteri e altri ne arriveranno, non soltanto nelle banche in buona salute (Intesa, Unicredit e altre) ma inevitabilmente nelle 4 banche-ponte in vendita, inevitabilmente in Carige e MPS e altrettanto inevitabilmente, se se la caveranno, nelle due popolari venete.

Un sistema preda dei fondi esteri

Lo schema con cui gli investitori esteri si stanno avvicinando alle banche italiane è nuovo e anomalo sull’intero fronte europeo: notate come questi fondi non siano tanto interessati alle banche per i loro sportelli, la loro attività e redditività (entrambe basse), ma per la massa di miliardi di sofferenze acquistabili a prezzi di saldo (20%) e trasformabili nel giro di qualche anno e con un po’ di leva finanziaria in notevoli profitti. Questo lo schema del fondo USA Apollo per Carige e identico approccio di Fortress su Popolare di Vicenza. Obiettivo dei fondi è mettere rapidamente le mani su un grande volume di sofferenze (evitando gare come ha fatto Fonspa su Banca Etruria) e se per farlo occorre mettere denari al servizio dell’aumento di capitale non c’è problema. A questi valori stracciati -così ragiona il fondo- un profitto si potrà fare anche dalla cessione di quote azionarie. Nessuno di questi fondi ha la benché minima idea di entrare nel capitale per venire a gestire la banca, un’attività con scarse prospettive in regime di tassi zero. Venderanno appena possibile.

Il fatto è che questi fondi hanno miliardi di liquidità disponibile, proprio quello che manca alle scassate banche italiane, alle fondazioni, ai piccoli azionisti dissanguati da perdite dei corsi azionari. Con questa liquidità si stanno presentando nel momento di massima debolezza contrattuale delle banche a sfilare il giocattolo ai vecchi controllori e sarà difficile impedirglielo.

paracadute di sistema

il paracadute di sistema

Ci provano dal Governo Renzi & Padoan, chiamando al tavolo tutte le istituzioni che possono riversare centinaia di milioni in un progetto senza altra prospettiva che diluire le perdite su più soggetti e su più anni, fermando l’avanzata dei barbari e mantenendo un simulacro di controllo su un settore che si sta comunque sfaldando sotto i colpi delle nuove tecnologie. Ma per il salvataggio servono miliardi, almeno 6 probabilmente parecchi di più, e non si può sfidare ancora la Commissione Europea presentando trucchi per non chiamare aiuto di Stato ciò che è un aiuto di Stato, per non ribaltare le regole della direttiva sulle crisi bancarie. Sarà dura, speriamo che questa volta il Governo abbia imparato la lezione, ma servono soldi almeno nominalmente ‘privati’. Ecco il perché della chiamata a donare le fedi alle fondazioni, alla Cdp, alle banche tutte -che si dovranno tassare nuovamente e la speranza di tirare dentro anche investitori istituzionali con qualche contropartita fiscale che silenziosamente ricadrà sui cittadini nel tempo.

Se non avrà successo la seconda operazione Mare Nostrum sarà una sconfitta per il Paese, se avrà successo attirerà le critiche caustiche dei media anglosassoni, mai teneri con l’Italia (si legga l’articolo di Bloomberg) per i metodi bizantini con cui l’Italia aggira la legge del mercato.  Comunque non ne usciremo benissimo anche questa volta.

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to “Calma ragazzi, non perdiamo il giocattolo”
  1. giovedi paura, venedri euforia,
    se anche il mercato reagisce cosi,
    si può aspetare l’inaspettabile.

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