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6 aprile 2016

Fare credito in Italia è un’impresa

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Uno dei modi più spicci che mi vengono in mente per guardare alla situazione del credito bancario in Italia rispetto a quello europeo e confutare la pretesa solidità del sistema bancario (sostenuta anche oggi al Salone del Risparmio dal ministro Padoan, che non ha alternative nel mentire) è quello di cercare un confronto omogeneo.

Penso di averne trovato uno valido all’interno della presentazione dei risultati 2015 del gruppo bancario francese BNP-Paribas, che incorpora la grande banca italiana BNL.

Sotto il profilo del rischio sostenuto e subito i dati mostrati in una tavola della presentazione agli analisti sono purtroppo molto chiari: fare credito in Italia è costato una valanga di sofferenze e di perdite, rispetto ai due paesi in cui BNP opera con banche locali, Francia e Belgio.

BNP 2015 COST OF RISK

Il costo del rischio per BNL è ballato dal 2012 tra 116 bp e 179 (=1,79%). Nello stesso periodo l’intervallo in Francia è stato 21-24 bp in Belgio 9-18 bp. Macroscopica differenza, tenuto conto che sia BNL che la ex-Fortis Bank acquistate da BNP anni fa devono avere adottato sistemi di valutazione omogenei se non uguali e anche accettando che i metodi di classificazione delle sofferenze siano parzialmente diversi.

Anche lo spaccato dei risultati mostra differenze significative nei 3 paesi sul fronte dei prestiti al segmento imprese/corporate.

BNP 2015 FRBBNP 2015 BNLBNP 2015 BRB

Nel 2015 la BNP francese ha aumentato impieghi alle imprese dello 0,4%, quella in Belgio del 2,4%  mentre BNL è ancora in ripiegamento del 3,3% per effetto di ciò che è definito “impact of the selective repositioning on the corporate segment”. Vale a dire un arroccamento solo sui crediti migliori del portafoglio clienti imprese.

Due ipotesi per spiegare la criticità del sistema del credito alle imprese italiane:
– la prima è la maggiore entità della crisi economica italiana che ha travolto PIL e imprese dal 2009
– la seconda è che il portafoglio crediti di BNL, come quello di tutte le altre banche italiane fosse già nel 2010-11 infestato di crediti concessi malamente senza alcuna correlazione alla capacità di rimborso delle imprese in condizioni di stress come quelle che poi si sono verificate. A prescindere dalle garanzie reali prese che non sono mai un buon alibi per dare credito vista la possibile sopravvalutazione.

Personalmente propendo per un mix delle due risposte in dosi 25/75, tenendo conto che è dovere primario di una banca interrogarsi sulle probabilità di rimborso (o di perdita) sui prestiti erogati. Il diluvio di sofferenze bancarie -che non ha colpito nella stessa misura tutte le banche, ma soprattutto quelle più ‘sportive’ nella concessione- è frutto di condizioni ambientali difficili ma anche di un’allegra politica creditizia sino al 2011 che poi trascina un lungo periodo di perdite in ingresso. Tanto che la previsione di passaggio inarrestabile da incagli a sofferenze si sta rivelando realtà proprio nelle 4 banche ponte, ripulite a fine 2015 dalle sofferenze e già infestate di nuove sofferenze.

Conclusione: le banche italiane, con questo profilo di rischiosità al cospetto delle sorelle europee non possono essere valutate così solide come vorrebbe il nostro governo e il loro governatore. Ma anche, va detto, fare banca in Italia è un’impresa complicata.

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Pubblicato in: credito
to “Fare credito in Italia è un’impresa”
  1. Questo conferma la mia tesi di anni! Il problema delle banche italiane non è nel modo in cui operano ma nel problema intrinseco del sitema economico italiano: il sistema giudiziario. Fino a che non si ricondurrà il mancato rimborso di un obbligazione di una certa entità sulla sfera penale, i clienti delle banche italiane continueranno a non rimborsare i prestiti, sicuri della loro impunità. Tuttavia questo comportamento porterà complessivamente al declino della nostra economia.

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