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3 aprile 2016

Troppe poltrone e gettoni ma risultati deludenti

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Il Financial Times ha pubblicato il 30/3 un articolo a firma Rachel Sanderson che infligge un’altra stoccata al sistema bancario italiano, alle debolezze e alle sue prassi controverse. Oggetto delle critiche del quotidiano finanziario inglese i consigli di amministrazione delle banche italiane. Dall’articolo alcuni ampi stralci tradotti:

Banche italiane zavorrate da consiglieri strapagati

Difficile trovare una banca con meno di 15 consiglieri

I consigli d’amministrazione delle banche italiane sono tra i più stravaganti di qualsiasi posto. […]

Tra le banche quotate alla Borsa di Milano è difficile trovarne una con meno di 15 consiglieri. Il Banco Popolare ha 24 consiglieri, BPER ne ha 18. Intesa SanPaolo sta per passare a un consiglio unico ma ha avuto a lungo un sistema duale con 28 consiglieri. UBI Banca ha 23 persone nel supervisory board e altre 9 nel Management Committee. I consigli mancano anche di diversità. Un’analisi dei consigli d’amministrazione delle banche pubblicata 18 mesi fa da GC Governance Consulting rilevò che le donne rappresentavano in media solo il 16% e solo il 4% nel Banco Popolare. Consiglieri non italiani solo il 7%. Delle 17 banche quotate analizzate 13 non hanno stranieri nel loro board.

Per coloro che hanno un posto in consiglio, tuttavia, il compenso è stratosferico. Secondo lo studio il compenso medio per i consiglieri era di €850.000.
Ma il tempo stringe per questa vecchia modalità di gestione. Una riforma approvata 15 mesi fa dal primo ministro del governo Matteo Renzi sta forzando le prime 10 banche popolari a diventare spa, facendo partire il processo di consolidamento. BPM e Banco Popolare, due grandi banche del nord Italia la scorsa settimana hanno approvato la fusione. I banchieri italiani ritengono che altre operazioni seguiranno.

La rabbia legata alla prospettiva di perdita di poltrone è tuttavia palpabile. Persone a conoscenza delle macchinazioni della fusione BPM-Banco Popolare dicono che le trattative sulle poltrone nel consiglio e sui compensi siano state la principale ragione che ha causato mesi di discussioni. La BCE ha rimandato al mittente diverse versioni del piano di fusione chiedendo proprio un consiglio più magro.

Settimana scorsa quando il Financial Times ha chiesto all’AD del Banco Popolare Pier Francesco Saviotti notizie sul taglio dei consiglieri, la risposta secca è stata ‘Se sono 21 o 22 o 19 che differenza fa, fintanto che il consiglio fa un buon lavoro?’

Ma questo è precisamente il punto: l’armata di consiglieri del sistema bancario italiano pesa su un sistema troppo affollato e con redditività debole e, alla prova dei fatti, non ha fatto un buon lavoro.

L’Italia ha avuto il peggiore risultato negli stress test del 2014. Molte delle sue banche sono state costrette a chiedere ristrutturazioni o salvataggi da quando la BCE è subentrata come supervisore unico. Il sistema bancario italiano ha €360 miliardi di prestiti deteriorati -pari a 1/5 del PIL- che stanno rallentando l’anemica ripresa del paese.

Intesa SanPaolo, il maggiore istituto di credito italiano, è diventato un microcosmo di questa tensione. Il prossimo mese si prepara a ridurre la struttura duale del consiglio a un unico board di 19 consiglieri. Ma la fondazione bancaria che possiede circa 1/5 di Intesa ha respinto una lista di candidati qualificati proposta dalla società di headhunting Korn Ferry, optando per Gian Maria Gros Pietro, un gradevole economista torinese che è il meno qualificato in termini assoluti ma è molto ben introdotto nella comunità locale. E un grande investitore istituzionale dice di essere rimasto “scioccato” dopo avere visto i nomi proposti per il consiglio non avendo trovato nessun banchiere internazionale con esperienza tra quelli proposti.

Un’analista di Mediobanca afferma che la fondazione bancaria d’Intesa vede il ricambio del consiglio come l’ultima opportunità. All’attuale passo – gli investitori esteri detengono il 65% di Intesa SanPaolo oggi, rispetto al 40% di 2 anni fa- il prossimo rinnovo del consiglio sarà controllato dagli stranieri.

Nel frattempo Intesa SanPaolo sembra volere affrontare la sfida di internazionalizzare la banca con un consiglio di italiani più simile ai metodi bizantini del capitalismo italiano che a quelli di Londra, New York o Shangai.

Un’articolo molto tagliente, come spesso nello stile della stampa inglese che da anni non le manda a dire ogni volta che si parla di Italia- ma purtroppo contiene grandi verità, ad eccezione forse degli 850.000€ che appaiono una cifra stupefacente anche se riferiti solo a banche quotate.

La questione della diversità e delle competenze dei vertici bancari è però troppo evidente, a maggior ragione vista la necessità impellente per le banche italiane di virare la rotta dopo anni di perdite, di riduzione dell’attività d’intermediazione, di crolli di Borsa. Tenendo conto poi della minaccia impellente che l’abbinamento tecnologia-finanza sta portando con miriadi di startup e piattaforme al cuore del sistema bancario l’assenza di competenze tecnologiche nei consigli delle banche italiane spicca in modo preoccupante.

Il FT non ha commentato la vicenda di CARIGE che si sta dipanando con un consiglio tutto nuovo e già imbarazzato nel confrontarsi con una proposta d’acquisto da parte di un grande fondo USA. Ma sullo sfondo della vicenda non può non essere notato che il rinnovo del consiglio di Carige, voluto dall’imprenditore genovese Malacalza ha portato alla presidenza Giuseppe Tesauro, 74 anni, nel cui lungo e meritevole curriculum professionale da giurista è tuttavia difficile trovare un’ombra di esperienza bancaria.  Questo potrebbe applicarsi comunque a tutte le recenti nomine di consigli bancari, in cui spiccano presenze di professori universitari e di industriali, tutti comunque privi di competenze specifiche in materia di strategia bancaria. E per quello che è stata la mia personale esperienza nei consigli di banche italiane gli industriali sono una presenza silenziosa a ratifica di rituali di cui comprendono poco. Per non parlare di quanto appena accaduto alla Popolare di Vicenza in cui i consiglieri non si sono presentati nella più difficile assemblea della storia della banca che ha votato la trasformazione in spa nel mezzo delle contestazioni di azionisti che hanno perso il 90% del valore delle azioni. 3 consiglieri in odore di connivenza con la gestione sciagurata del super presidente Zonin si sono dimessi due giorni fa solo dietro pressione della Consob e della Borsa Italian.

Per farsi un’idea dei consigli di grandi banche internazionali, sia in termini numerici che qualitativi è possibile osservare nel box il board di Citi, una delle maggiori banche internazionali composto da 16 persone con notevoli competenze.

Leadership Team | Citi

immagine da Shutterstock

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