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21 marzo 2016

Perché tante sofferenze su imprese in Italia?

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A quanto sembra i tentativi di minimizzare la dimensione delle sofferenze bancarie italiane, eliminando il dato lordo e pubblicando solo quello netto, non impressionano più di tanto le autorità europee. Nella concessione del benestare alla fusione tra BPM e Banco Popolare l’Europa ha puntato il dito dritto sulla massa eccessiva di sofferenze delle due banche e ha chiesto di smaltirle velocemente. Un’altra recente linea di difesa adottata dai fan del vittimismo è che le banche italiane non sono messe peggio di quelle degli altri paesi. Ci sono sicuramente differenze tra paesi nella classificazione delle sofferenze (o NPL, Non Performing Loans) ma non tali da giustificare la distanza tra banche italiane e banche degli altri paesi.  Prendiamo un po’ di confronti e poi cerchiamo una spiegazione, usando grafici presi da pubblicazioni molto recenti.

NPL EUROPE MARCH 16

La prima fotografia è tratta dal paper della Commissione Europea “Non-performing loans in the Banking Union: stocktaking and challenges” (18 marzo 2016) e il livello di sofferenze italiane appare simile in Irlanda, Portogallo, Ungheria, Romania. Peggio di noi solo Irlanda e Grecia. Sarà un problema di classificazione più stringente in Italia? Ne dubito: Francia, Germania hanno livelli di ¼ rispetto a noi.

Non solo la quantità assoluta ma la velocità di accumulo rende un’idea del problema sofferenze bancarie in Italia. Il grafico successivo, elabora dati della stessa pubblicazione, è ancora più importante perché mostra come nei principali paesi europei solo l’Italia abbia avuto una velocità di accumulazione delle sofferenze straordinaria, persino peggio del Portogallo, passando dal 4,97% nel 2008 al 16,1% a giugno 2015.

EVOLUZIONE NPL 2008-15

Ulteriore spunto di osservazione è la composizione delle sofferenze, che mostra una quota decisamente importante di sofferenze su finanziamenti a imprese grandi e a PMI, rispettivamente superiori al 20% del totale impieghi per le grandi imprese e al 30% per le PMI. Anche in questo caso una quota superiore a quella francese, tedesca e persino a quella spagnola.

Sono le sofferenze delle PMI ad avere trascinato in difficoltà le banche, in Italia molto più che altrove.

NPL EUROPE BY SIZE

Ulteriore vista sulle sofferenze è fornita dal rapporto dell’EBA “Risk Assessment of the European Banking System” (dicembre 2015) da cui la Commissione ha estratto questo grafico in cui i vari sistemi bancari sono posti a confronto sugli assi del valore % delle sofferenze lorde e della percentuale di accantonamenti, rispettivamente 16% e 45% per l’Italia:

NPL COVERAGE RATIO EU2E’ facile vedere come il posizionamento delle banche italiane sia tra i peggiori in Europa su entrambe le dimensioni, mentre il grosso dei sistemi bancari europei si trova nel quadrante in basso a sinistra con esclusione di Francia e Austria. Forse anche questo spiega il tiro al bersaglio sui titoli bancari italiani nel mercato finanziario.

Banche e imprese troppo fragili

A questo punto è possibile tentare qualche interpretazione su una performance così cattiva del sistema bancario italiano che si basa su alcuni punti cardine:

Il sistema industriale italiano frantumato in un numero spaventoso di piccole imprese (poche le medie, pochissime le grandi) non aveva strutturalmente le necessarie difese immunitarie (capitali, competenze, tecnologia…) per sostenere una prolungata crisi economica. Era strutturalmente più vulnerabile a crisi economiche dell’intensità di quella subita (soprattutto sul mercato domestico) peggio ancora se accoppiate a una crisi finanziaria globale.

Il sistema bancario italiano ha completamente sbagliato le previsioni sostenendo e concedendo livelli d’indebitamento assurdi alle imprese (di ogni dimensione) sino al 2011, sottovalutando la durata e gli effetti della crisi e sopravvalutando peso e qualità delle garanzie ottenute dalle micro e piccole imprese.  Avendo sottovalutato l’impatto della crisi sulle PMI sino dal 2008 non ha potenziato gli argini di difesa ribaltando sistemi di monitoraggio e assistenza alle piccole imprese, anzi spesso ha aggravato il loro stato togliendo credito precipitosamente dopo il 2011.

Governi colpevoli della crisi di liquidità

→ Il governo, anzi i governi che si sono succeduti, hanno parimenti sottovalutato l’impatto della crisi economica e della crisi di liquidità sulle micro imprese e PMI, non ponendo alcun rimedio. Anzi, elevando la pressione fiscale anche in assenza di utili (IRAP) e non pagando circa 100 miliardi di arretrati i governi -che pure hanno riempito le PMI di promesse elettorali- hanno generato le peggiori condizioni possibili per le piccole imprese: perdite dopo le tasse e drenaggio insostenibile di liquidità.

→ Nè governo né grandi imprese hanno compreso il ruolo determinante della liquidità per le PMI. Il primo, come detto, non ha pagato debiti arretrati, le grandi imprese invece hanno accumulato liquidità in questi anni di crisi finanziaria (dimostrato dagli studi R&S Mediobanca) anche pagando le piccole imprese a 90-120 giorni, peggiorando i ritardi di pagamento anche in presenza di direttive comunitarie. Il governo, essendo per primo un pessimo pagatore, non ha avuto la forza di imporre alle grandi imprese pagamenti veloci e ha lasciato centinaia di migliaia di PMI in totale asfissia finanziaria.

La mancata circolazione della liquidità ha schiantato migliaia di imprese, (15.000 fallimenti anno) che si sono trovate insolventi e risucchiate nelle procedure fallimentari, colpendo a catena altre imprese fornitrici.  Le banche hanno dato un’ulteriore pesante spinta togliendo circa 110 miliardi di credito (=liquidità) ma finendo per subire la legge del contrappasso incappando in insolvenze anche in misura maggiore (da 40 a 200 miliardi fa un salto di 160 miliardi su debitori insolventi, di cui oltre 120 miliardi sono imprese).

L’amara conclusione è che era tutto prevedibile e in parte evitabile da politiche ben più lungimiranti di quelle attuate (o non attuate).

La micro-dimensione delle imprese familiari italiane, la loro totale dipendenza dal sistema bancario, l’assenza di polmoni di liquidità alternativi erano noti anche prima della crisi e notoriamente in tutti i criteri citati siamo i peggiori in Europa. Queste caratteristiche del tessuto economico italiano avrebbero dovuto consigliare ben altre politiche di intervento per tutelare la continuità delle piccole imprese per assicurare loro i flussi di liquidità.

Invece lo Stato ha pensato ai propri conti squinternati e a fare comprare titoli di Stato alle banche, le grandi imprese alla sicurezza della propria tesoreria e le banche a risparmiare capitale per tutelare i gruppi di controllo pagando loro dividendi (prima) e nascondendo le sofferenze (dopo).  Messa in questa sequenza tutto appare come un cumulo terrificante di errori di previsione e di mancati interventi che dimostrano la debolezza sistematica e integrata del nostro paese.

Con questi numeri, grafici e interpretazioni sembra inutile protestare contro l’Europa che non ci capisce e non capisce le nostre banche, inutile chiedere aiuti senza senso. Ce la siamo cercata la crisi delle imprese. Possiamo solo sperare di avere imparato la lezione, anche se per ora non sembra.

 

Immagine del post da Shutterstock

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Pubblicato in: credito
to “Perché tante sofferenze su imprese in Italia?”
  1. Una cartina simile, pubblicata su Zero Hedge qualche settimana fa, riguardante la sola Italia mostrava grosse differenze nelle percentuali fra aree geografiche nord e centro sud. Poche sofferenze nella prima. Enormi nelle altre. Se ci sono queste differenze quali sarebbero le politiche lungimiranti da mettere in atto? Perché le imprese fragili si concentrano in certe aree?

    • come detto nel Sud Europa si sono concentrate le condizioni più critiche di crisi economica e di crisi finanziaria, calate su un tessuto di piccole imprese che sono state abituate -in Italia più che altrove- a lavorare con pochi capitali propri e molti debiti concessi dal sistema bancario con criteri di valutazione che oggi si sono dimostrati gravemente insufficienti (garanzie personali, immobiliari) e troppo poco orientati alla valutazione della capacità (futura) di generare cassa sufficiente a coprire il debito da rimborsare.
      Le politiche economico finanziarie hanno tenuto poco in conto la debolezza patrimoniale delle imprese e l’incentivo offerto a immettere capitali nelle imprese (ACE) è stato almeno inizialmente troppo blando e poco conveniente. Ad eccezione della moratoria sui mutui imprese (usata estensivamente) non mi vengono in mente provvedimenti volti a rafforzare le piccole imprese negli anni di crisi finanziaria.

      Difficile stabilire causa ed effetti, ma un sistema bancario pingue e benevolo fino al 2011 con troppe imprese non equilibrate finanziariamente ha fatto crescere una generazione di imprenditori assuefatti ad trovare credito sempre e comunque, non capace di stimare il futuro e la capacità di rimborso e quindi mai spinto a mettere più capitale in azienda per aiutare anche la decisione delle banche.
      Poiché la quotazione in Borsa o l’emissione di bond e minibond non tocca realmente le micro-imprese tuttora non ci sono chiare politiche che possano aiutare il risanamento finanziario delle imprese. Non parliamo dei costi impliciti della burocrazia, che al Nord Europa sono risparmiati agli imprenditori.

      • mi permetto di unirmi al dibattito, proponendo quello che è il mio pensiero. Mi riallaccio su più punti al suo intervento in merito alla debolezza delle imprese di generare cassa sufficiente a coprire il debito da rimborsare. Mi trova perfettamente d’accordo su tutto e mi permetterei di aggiungere un altro aspetto di non secondaria importanza legato alla situazione disastrosa successa. Un ulteriore punto focale è dato dalla scarsa cultura che, a braccetto con la piccola dimensione delle aziende servite, ha caratterizzato lo sfacelo di cui nell’articolo si parla. La scarsa cultura a cui mi riferisco è la cultura gestionale o meglio, quel minimo di cultura gestionale che dovrebbe essere garantita anche e soprattutto ad una piccola impresa. Ora si potrebbe opinare dicendo che un imprenditore con poche unità lavorative è difficile possa avere quel minimo di nozioni di base utili a capire quanto i propri prodotti (o servizi) da esso venduti realmente rendano. Su questo sono pienamente d’accordo. Ciò che invece non capisco ( e magari Lei mi potrà aiutare su questo punto) è come sia stato possibile che, nel corso degli anni, gli istituti di credito in primis e i confidi a seguire non abbiano avuto la benché minima lungimiranza nel percepire che, gli imprenditori che si rivolgevano a loro, probabilmente se erano lì era perché non erano stati in grado di generare un benchè minimo autofinanziamento dalla propria impresa! Non era forse già da allora il caso di indagare quali fossero i motivi di tale situazione? Forse perché pagano a 60 giorni e incassavano a 120 e più? O forse perché l’80% del proprio fatturato era caratterizzato da un margine di contribuzione negativo? O qualsiasi altra causa più o meno riconducibile ad una crisi sicuramente viva, ma troppo spesso utilizzata come alibi per coprire le proprie magagne. Su quest’aspetto non riesco proprio a capacitarmi; fornire garanzie (confidi) o prestiti (banche) senza sentire il bisogno di guidare, osservare ed infine consigliare al meglio quello che era ma che probabilmente non sarebbe stato più un cliente. Visione miope legata solo all’immediato guadagno e al “chi se ne frega” tanto non mi compete di ciò che poi succederà al cliente, anche se poi quello che al cliente fallito (in malo modo) è successo li ha riguardati eccome vista la situazione in cui le banche e i confidi versano oggi in italia. La cosa invece che più mi fa sorridere è che, nelle banche soprattutto, ci sono stati plotoni di esuberi annunciati da anni ma che mai nessun istituto ha pensato di riconvertire in qualcosa di più proficuo. Stesso discorso per i confidi. Non ci voleva poi molto a prendere un bel dipendente laureato (in esubero) e dedicarlo chessò all’internazionalizzazione, aiutando così le pmi clienti ad uscire da un mercato asfittico qual è quello nazionale, oppure implementare un semplice sistema di contabilità industriale in modo da sapere perlomeno quanto fosse (grossomodo) il costo di produzione di quel bene piuttosto che il costo di erogazione di quel servizio. Se non altro avrebbero evitato la burla di vendere sottocosto pensando di lucrare chissà quali margini. Ma si sa, al danno spesso si unisce la beffa. Danno però che da quello che leggo in quest’articolo non è rimasto confinato nel perimetro dei capannoni aziendali.

        • Osservazioni tutte molto pertinenti. Banche e Confidi negli anni buoni non hanno imparato a fare le domande giuste agli imprenditori, prima fra tutte ‘come pensa di rimborsare i debiti contratti? e con quali margini di sicurezza se qualcosa non andasse come previsto?’.
          Quanto a convertire le professionalità (oggi in eccesso) ci sono state fortissime resistenze interne, anche indirettamente causate dal sindacato, che vedevano in ogni colore o spessore di specializzazione la ragione per chiedere maggiorazioni di stipendio. Le politiche del personale tese soprattutto a contenere i costi hanno cercato di eliminare molti tipi di specializzazione. Potrei sbagliarmi, ma l’ho visto con i miei occhi. Quanto a vendere consulenza, le banche non ci hanno mai creduto veramente.

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