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20 febbraio 2016

Per Confindustria banche incolpevoli, colpa della crisi

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Si mobilitano tutti i corpi istituzionali a difesa del malaticcio sistema bancario dal governo, ai giornali a Confindustria. L’operazione salvataggio comporta l’utilizzo di argomentazioni varie che per ora non sembrano avere ammorbidito i falchi nordici nella Commissione Europea. Ora la battaglia si è spostata sue due capisaldi: il tetto al possesso di titoli di Stato da parte delle banche e l’allentamento dei criteri appena approvati per la gestione delle crisi bancarie, che l’Italia vorrebbe evitare (il primo) e sottoporre a introduzione graduale (il secondo).

Nella foga di portare munizioni alle tesi italiane si sostengono talvolta tesi superficiali, come ha fatto ad esempio il Centro Studi di Confindustria che ha prontamente pubblicato un breve studio dal titolo “Le nuove regole sulle banche aumentano i rischi per l’economia e frenano la crescita in Italia”  di Luca Paolazzi e Ciro Rapacciuolo all’interno del quale stupiscono alcune affermazioni sul sistema bancario:

Il sistema bancario in Italia oggi ha una grande massa di prestiti deteriorati che si è accumulata a causa della lunga e profonda recessione. Le sofferenze sono salite a 143 miliardi a fine 2015 (18,3% dei prestiti alle imprese), da 25 miliardi a fine 2008 (2,9%). Ciò ha reso gli istituti particolarmente prudenti e sta frenando l’erogazione di nuovo credito.
In Italia la massa di crediti deteriorati (sofferenze, incagli, scaduti, ristrutturati) è pari al 20,9% del totale dei prestiti per i primi 8 istituti italiani (pari a 250 miliardi di euro), contro il 6,0% per le maggiori 21 banche europee.

Ci si potrebbe fermare a questi numeri per porsi domande, fare analisi e capire che qualcosa non ha funzionato a dovere nel sistema bancario, invece CSC tira dritto e si avventura in spiegazioni che sorprendono:

La maggior presenza di partite deteriorate nei bilanci bancari in Italia. però, non è dovuta a una peggiore gestione delle banche negli affidamenti, ma è spiegata dalla doppia e profonda recessione, che ha fatto cadere il PIL di oltre il 9%, la produzione industriale di più del 25%, l’attività nelle costruzioni di quasi il 50%. Queste terribili condizioni macroeconomiche hanno reso inevitabilmente fallaci molte valutazioni del merito di credito effettuate prima della crisi e soprattutto prima della recessione del 2011-2014.

Curioso che Confindustria giustifichi in toto le banche e scarichi la colpa sulla crisi e quindi indirettamente anche sulla capacità dei propri imprenditori di superarla. Sta di fatto che questo improvviso buonismo verso le banche è facilmente contestabile perché all’interno del campo bancario c’è chi ha gestito bene il credito, anche durante la crisi, e chi ha fatto un mezzo disastro.  Il grafico che segue mostra l’andamento delle sofferenze per 3 banche diverse nel periodo 2009-2015 che spero sia sufficiente per giudicare la capacità di fare credito in tempi di crisi.

SOFFERENZE_MPS-VB-CREDEM_2009-15

Ci potrebbe spiegare Confindustria come sia stato possibile per CREDEM mantenere le sofferenze sotto il 5% dei crediti alla clientela nello stesso periodo in cui MPS arrivava al 24% e Veneto Banca al 14%?  Forse la crisi non ha colpito Reggio e l’Emilia? O più probabilmente è stata usata maggiore oculatezza nel concedere credito prima, durante e dopo la crisi?  Da molto tempo sostengo -come molte indagini stanno dimostrando oggi- che ci siano stati grandi errori nella politica creditizia di molte banche italiane (non di tutte), nei criteri di erogazione e nei metodi di sorveglianza più che inadeguati se usati male e con leggerezza. Le sofferenze, se tutti avessero usato i criteri di CREDEM dal 2008 a oggi sarebbero a 50 miliardi lordi, non a 200!

Dimenticavo, per chi pensasse che CREDEM sia andato in letargo sul credito in questi anni, nello stesso periodo CREDEM ha aumentato i crediti alla clientela del 29% e MPS li ha ridotti del 27% pari a 40 miliardi in meno. Guida salda e piede sull’acceleratore si possono usare anche in periodi di crisi.

Il paper prosegue:

Le maggiori banche italiane hanno disposto, nel corso degli anni, accantonamenti ai fondi rischi per un totale di 115 miliardi. Tali fondi coprono il 46,0% dei crediti deteriorati presenti nei loro bilanci, più di quanto accada per le maggiori banche europee (44,8%). In rapporto allo stock di crediti, gli accantonamenti sono pari al 9,6% in Italia e al 2,7% in Europa.

Certo se i crediti deteriorati nelle banche estere sono il 6% e in quelle italiane il 20% o più gli accantonamenti italiani sono corretti, non in eccesso e per giunta sono stati fatti solo sotto grande pressione della Banca d’Italia e della BCE. Peccato poi che sulle sofferenze ci sia chi ha accantonato il 65% e chi meno del 30% come mostra la tabella pubblicata oggi dal Sole24Ore sulle BCC, scelte fatte in base a chissà quali diversi criteri.

Sofferenze e BCC-Sole,20-02-16

Allora CSC chiude il cerchio e ci spiega perché vanno aiutate le banche:

Tuttavia, la mole dei prestiti deteriorati frena il credito e, quindi, la crescita economica del Paese. Questo rende essenziali interventi di sistema per alleggerire i bilanci degli istituti da tale fardello e, di conseguenza, favorire la ripartenza del credito e sostenere il recupero dell’economia italiana. Interventi su più livelli: creazione di più società veicolo in cui trasferire le sofferenze, diluizione delle eventuali perdite in più esercizi, accelerazione dei tempi di escussione delle garanzie.

Ma conferma anche l’analisi sulla modesta rilevanza della garanzia statale (GACS):

Questo meccanismo di mercato rappresenta un passo avanti, perché si mette a disposizione del sistema un nuovo strumento. Tuttavia, le garanzie non sembrano in grado di incidere rapidamente sullo smaltimento dei crediti deteriorati presenti nei bilanci delle banche. Il meccanismo, infatti, non migliora in modo decisivo le attuali condizioni di mercato per le banche e per i potenziali investitori. Potrà facilitare, gradualmente, lo smobilizzo di quelle sofferenze per le quali la distanza iniziale tra prezzo di domanda e di offerta sia inferiore. Ma per ridurre a livelli fisiologici lo stock attuale di crediti deteriorati occorreranno diversi anni.

La chiusura del paper è una delle poche cose che condivido insieme a un grafico pubblicato sulla Congiuntura Flash di gennaio che mostra quanto sia lontana l’offerta di credito dalla domanda:

La via maestra per abbassare la montagna delle sofferenze resta la crescita economica, che però viene frenata proprio dai nodi del credito.

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La crescita e gli investimenti, gli investimenti sinora rimandati dagli imprenditori.

 

Immagine del post da Shutterstock

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  1. Condivido in toto le considerazioni fatte, in particolare la dissennata politica creditizia fatta da alcune banche, anche se sono portato a pensare che in alcuni casi tale politica è frutto di valutazioni ‘politiche’ più che economiche…
    Mi piacerebbe conoscere però lo spaccato della domanda delle imprese fra necessità di investimenti e necessità di finanziare il circolante.
    Ho la netta sensazione che la forbice fra domanda e offerta di credito è abbastanza chiusa nel primo caso, mentre è sicuramente divaricata (e non poco) nel secondo

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