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21 gennaio 2016

Il gioco dell’oca e il sistema bancario italiano

Gioco-dell-Oca

Il crollo in Borsa dei titoli bancari italiani ha innescato un’interminabile serie di commenti da parte di fonti ufficiali (Governo, Consob, Banca d’Italia e ABI) e ancora di più dai mezzi di stampa e TV. Alimentando confusione nelle motivazioni di chi difende o attacca.  A beneficio dei miei lettori vorrei semplificare alcuni punti chiave sperando di non contribuire alla confusione.

L’intera questione mi ricorda il gioco dell’oca perché il sistema bancario avanza, annuncia stabilizzazione e miglioramenti, poi viene rimandato alla casella di partenza, come sta avvenendo in questi giorni.  Per spiegare cosa sta succedendo al nostro sistema bancario occorre partire dalla prima casella e muoversi.

Il valore assoluto delle sofferenze

Le statistiche mostrano che la quota di prestiti deteriorati (la somma di sofferenze e inadempienze probabili) per le banche italiane è il più elevato in Europa e si avvicina al 20% dei prestiti in essere. Di per sé un fatto inconfutabile che penalizza le banche italiane rispetto ad altri sistemi europei. Perché le banche italiane abbiano così tanti crediti in sofferenza è una lunga storia e, come chi legge questo blog conosce, che non si esaurisce dando colpe solo alla crisi o alle incapacità degli imprenditori italiani.

Il valore netto delle sofferenze

Sottraendo al valore nominale le rettifiche accumulate negli anni il valore è più basso ma ancora elevato perché le banche italiane hanno messo a rettifica cifre tra il 45% e il 65% e quindi hanno in carico le sofferenze a valori tra 55% e 35%.  A questi valori medi (ci sono molte tipologie di prestiti deteriorati) ogni cessione a terzi a prezzi inferiori implica svalutazioni, minusvalenze, perdite che vanno a erodere il patrimonio. Questo spiega perché le operazioni di cessione di sofferenze a prezzo di mercato sono state notevolmente inferiori al valore totale (200 miliardi) e quasi sempre senza indicazione del prezzo di cessione. La maggior parte delle sofferenze sono congelate per il rischio di forti minusvalenze: rimangono in carico alle banche, non rendono nulla e costano per la loro gestione legale.

Il valore delle garanzie

Capitolo poco trattato. Le banche italiane reclamano (lo ha detto oggi il CEO di Intesa) sul tasso effettivo di copertura delle sofferenze, evidenziando garanzie sui crediti (normalmente si tratta di ipoteche immobiliari e garanzie personali) molto elevato (si parla frequentemente del 130% del valore netto) grazie alle quali il recupero integrale o in eccesso del valore netto sarebbe pressoché sicuro. Indicazione teoricamente corretta e rilanciata in prima pagina dal Sole24Ore che titola “Copertura dei crediti deteriorati: Italia meglio della media europea”. Tuttavia se davvero il valore netto comprensivo delle garanzie fosse così elevato, alla prova del recupero giudiziale, non vi sarebbe alcun problema a vendere sofferenze e garanzie ai prezzi di mercato offerti dai fondi che cercano portafogli di sofferenze. E non servirebbe una bad bank. Invece il mercato non decolla e sono state fatte solo cessioni molto limitate. I valori di realizzo degli immobili nelle aste fallimentari sono notoriamente lontanissimi dai valori a cui sono segnate le mitiche garanzie acquisite dalle banche, soprattutto se si tratta di immobili industriali.

La bad bank

Proprio il divario tra prezzi di carico netti e prezzi offerti da chi investe in portafogli di sofferenze (sono in molti e molto liquidi) ha indotto ABI a chiedere al governo di fare partire una Bad Bank italiana la cui funzione è chiaramente quella di chiudere il gap tra prezzo di carico e prezzo di mercato.  Urgenza ribadita oggi dal presidente dell’ABI.  Purtroppo tutte le formule prospettate (tardivamente proposte mentre Spagna e Irlanda hanno già fatto tutto) sono state respinte a Bruxelles perché comportavano un sussidio statale, diretto o sotto forma di garanzia, non più ammissibile in Europa. E dopo due anni di tentativi il governo non è ancora riuscito a trovare una formula che aggiri il problema: Bad Bank, Asset Management Company, Light Bad Bank… tanti nomi, ma nessuna soluzione.

Il patrimonio di vigilanza

banche NPL coverage-Sole,20-01-16La Banca d’Italia e la BCE hanno intensificato la pressione sulle banche italiane affinché aumentassero decisamente le rettifiche su crediti giudicati per troppo tempo in modo benevolo a dispetto dell’insolvenza dei relativi debitori. Il carico violento e concentrato nel tempo di nuove rettifiche (e quindi perdite di bilancio) ha costretto quasi tutte le banche a ricostituire i livelli di patrimonio minimo attraverso una lunga serie di aumenti di capitale. Notare come da questa sequenza sono nati i problemi delle banche che hanno collocato massicciamente azioni e obbligazioni subordinate (trattate ai fini di vigilanza come capitale) presso la clientela ordinaria e aziendale. Ora le banche italiane, tranne le due popolari venete, hanno patrimonio sufficiente, in alcuni casi (Intesa) molto buono nel confronto europeo, sembrano solide ma… il carico delle sofferenze rispetto al patrimonio è troppo elevato (si veda la tabella del Sole) ed ecco ancora l’effetto del gioco dell’oca.

Redditività troppo bassa

La ricostituzione del patrimonio con aumenti di capitale sembra non avere fine. E’ stata una manovra necessaria ma non sufficiente e non troppo lungimirante (caso eclatante quello di MPS) perché le banche non smettono di consumare capitale a causa dei prestiti che passano ogni anno a sofferenza (fenomeno spiegato nel post “I rischi sono stati tutti scoperchiati?”). Inoltre la gestione tipica (intermediazione e servizi) rende in questo momento troppo poco e non aiuta le banche a ricostituire velocemente capitale e patrimonio.  Il concetto di banca ‘solida’ tanto richiamato non è una fotografia, ma un film che si muove insieme ai flussi di sofferenze, di rettifiche e di profitti. Un’equazione negativa per diversi anni.

La perdita della fiducia

Un tassello imprevisto e particolarmente negativo nell’attuale contesto di mercati finanziari nervosi è stata la gestione sciagurata di 4 banche tecnicamente fallite da tempo e tenute in vita da respirazione artificiale contando su un’improbabile ripresa o vendita. L’effetto del ritardo nella loro gestione da procedura concorsuale ha provocato un’improvvisa perdita di fiducia verso tutto il settore bancario. I risparmiatori si sono spaventati in massa per la scoperta improvvisa del rischio-banche e hanno cominciato a spostare depositi e vendere titoli bancari e obbligazioni bancarie. E’ evidente che il sistema e l’ABI volessero l’effetto opposto: tranquillizzare i clienti retail su solidità e correttezza delle banche.  I casi Banca Etruria, Veneto Banca, Popolare Vicenza danno materiale a numerose trasmissioni TV e hanno fatto un danno enorme. I calo delle quotazioni dei titoli bancari ha purtroppo alla base anche una reazione di panico che poteva essere evitata.

Le perdite in Borsa

L’ultimo anello della catena negativa che ha colpito le banche è il crollo verticale delle quotazioni di tutto il comparto bancario di questi giorni, ma in particolare di MPS e Carige che essendo più fragili stanno subendo perdite straordinarie.  Tutta la sequenza descritta (sofferenze, rettifiche, bad bank ferma, redditività troppo bassa) è stata esasperata e resa evidente dalla gestione delle 4 banche fallite creando inutile attenzione negativa da parte degli investitori istituzionali.
Così le banche, che credevano di avere risolto i loro problemi, che intravedevano nel 2016 l’anno di fine crisi, di ritorno dei profitti e di calo dell’emorragia sofferenze sono ritornate alla casella di partenza. Si riparla di nuovi aumenti di capitale necessari e di settore in crisi.  Molta enfasi, qualche esagerazione, ma anche problemi strutturali non risolti solo dalla ricarica fatta sul patrimonio di vigilanza.

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Il circolo vizioso andrebbe interrotto per rimettere in marcia uno dei motori della crescita, su questo tutti sono d’accordo. La connessione causale tra il carico di sofferenze e bassa propensione nel concedere credito -spesso citato anche sulla stampa- non regge (sembra più un’altra scusa per ottenere via libera alla bad bank) perché oggi le banche hanno liquidità abbondante ma intendono usarla solo assumendo rischi limitati.

Le pedine nel gioco dell’oca possono avanzare solo se i processi di ristrutturazione in atto saranno veramente incisivi nel rigenerare ricavi (il taglio dei costi non basta) nel cambiare il modello di business e nel recuperare fiducia dai clienti con servizi nuovi, trasparenti e ad alto contenuto digitale. Se questo avverrà velocemente allora il calo delle quotazioni si trasformerà in un vantaggio: una potente molla di rilancio perché il ritorno sull’investimento a prezzi di saldo potrebbe rivelarsi molto interessante, tranquillizzare investitori, clienti e management.

Il circolo vizioso non si interrompe con il varo di una oramai mitica bad bank che, se arriverà, non potrà concedere molto sollievo alle banche essendo vincolata dalla EU. Invece molto meglio può fare la modernizzazione del bizantino sistema giudiziario che oggi non protegge mai i creditori (tantomeno le banche) nel recupero del dovuto. Le procedure dei tribunali vanno sveltite. Su questo non avremo mai alcuna resistenza della Commissione Europea, anzi da tempo ce lo chiedono e ce lo chiedono anche gli investitori. Una strada già avviata dal Governo che appare più efficace e meno impervia di quella praticata scontrandosi a Bruxelles.

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