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28 dicembre 2015

L’Italia della finanza autolesionista e perdente

madeinitaly

Sono trascorse alcune settimane dallo scoppio del bubbone ‘salvataggio banche’ e dalla prima tormentata assemblea della popolare veneta in crisi. Dopo avere letto centinaia di articoli, commenti e interpretazioni (una vera indigestione natalizia) su cosa sia andato storto e cosa avrebbero dovuto fare le autorità di governo e di vigilanza, penso che il senso della misura  sia salito al limite estremo. Troppo di tutto: troppe spiegazioni controverse, sconfinamenti politici, strumentalizzati e rabbia da esibire in TV. Capisco anche che le analisi e controanalisi non rendano felici tutti coloro che si sentono (o sono) danneggiati dalle decisioni prese e che sperano ancora in ribaltoni o indennizzi vari, ma la situazione più probabile è che tutto sia deciso e irreversibile.

Se si guarda nell’insieme alla vicenda negativa, anche per come viene percepita in un contesto internazionale meno avvelenato di polemiche e più votato a esaminare i fatti, magari è possibile estrarre qualche lezione.

La squadra che rappresenta la finanza italiana ha perso malamente e, peggio ancora, ha collezionato una pessima figura sul palcoscenico europeo. Non serve a molto crogiolarsi nell’illusione che l’Italia sia stata penalizzata nella gestione delle crisi bancarie rispetto ai soliti tedeschi. Ci credono in pochi, se hanno la pazienza di leggere i fatti come li ha esposti Phastidio nel suo blog e tantomeno è pensabile che le nostre lamentose litanie varchino le Alpi e possano modificare l’opinione che l’Europa e il mondo ha dell’Italia.

Abbiamo perso perché non siamo una vera squadra, abbiamo perso perché siamo incalliti ritardatari e ci affidiamo a sotterfugi, senza affrontare i problemi di petto e per tempo. Abbiamo perso la partita 5-0 e ci siamo presi una sonora lezione di arretratezza e inciviltà finanziaria.

1-0 autogol. Siamo entrati nella partita solo negli ultimi 10’, permettendo per 3 o più anni che banche di quella dimensione (si è cercato di minimizzare ma non sono banche così piccole) fossero palesemente gestite male, presentassero bilanci poco credibili (accantonamenti visibilmente insufficienti), nell’interesse di nuclei di pochi amministratori e pochi clienti illustri.  Quando si è cercata una soluzione la gran parte delle idee utilizzabili nei precedenti 80’ erano precluse. Responsabilità allargata a tutti i vigilanti, al governo, all’ABI e perché no anche alle altre banche che erano a conoscenza dello stato drammatico delle 4 sorelle, più Tercas. Insomma ce la siamo proprio cercata questa grana.

2-0 Lo scontro aperto con l’Europa e la Commissione sul metodo attuato per gestire le 4 banche in crisi non fa bene a nessuno. Non fa bene al governo che deve razionare le proprie munizioni per ben altri obiettivi, non fa bene alle banche che alla fine hanno dovuto sostenere in larga misura i costi del salvataggio, non fa bene ai cittadini. Ce la potevamo risparmiare questa polemica che nasce dal primo autogol e dal grave ritardo nell’affrontare il problema delle sofferenze e delle banche fallite. Tenuto conto dei nostri grandi limiti europei (condizionati dal peso del debito accumulato a non potere chiedere alcuna dispensa) i margini di manovra italiana sono pochi e ce li giochiamo sempre piuttosto male. Almeno da quanto si è potuto leggere.

3-0 Lo scandalo del collocamento forzoso da parte delle banche di titoli rischiosi (azioni e obbligazioni subordinate) nei portafogli dei clienti privati e aziendali è emerso del tutto e ha evidenziato tutte le debolezze di un sistema di vigilanza basato più sul rispetto della forma, che della sostanza. Anche quando la sostanza era il segreto di Pulcinella noto a tutti da anni.  La difesa ha ballato pericolosamente lasciando passare troppe attività oltre il limite fino a quando ha capitolato nel momento peggiore e più delicato: il varo imminente della Direttiva BRRD recepita dal nostro governo. Anche in questo caso qualche cambio di modulo e di giocatori dalla panchina avrebbe aiutato il sistema Italia ma non è stato fatto. A fine partita dobbiamo subire anche i commenti scontati dei commissari EU e dei giornali stranieri sulla giungla bancaria italica.

4-0 La squadra ha deciso di fingere di avere un sistema bancario uniformemente solido, e sono molti coloro che si sono avvicendati nel dichiararlo con la speranza nascosta di non spaventare il povero risparmiatore che si reca allo sportello bancario. Alla fine non ci siamo riusciti e hanno avuto ragione gli esperti esteri che vedevano il sistema bancario traballante in alcuni suoi protagonisti. Il risultato clamorosamente danneggia l’intero sistema bancario e rende oggi molto più difficile sostenere la realtà che molte banche italiane non sono così rischiose. Ci stavano provando alcuni grandi banche (Intesa e UBI in testa) mostrando classifiche europee in cui i loro nuovi cuscinetti di capitale non sfigurano affatto nel confronto europeo. Ci provano ora le piccole BCC infuriate dal conto che devono pagare, reclamando una purezza e una sicurezza che a onore del vero non si applica a un certo numero di loro finite nel commissariamento della Banca d’Italia.  Nessuno riuscirà più a togliere dalla testa dell’opinione pubblica che le banche siano diventate pericolose.  Se i deboli e colpevoli fossero stati isolati per tempo, le banche ben gestite ne avrebbero tratto vero e giusto vantaggio. Il ‘tutti insieme solidamente’ è stata una frana.

5-0 La ‘manita’ si chiude con qualche amara riflessione sul risparmio italiano, baluardo di sicurezza sventolato come contrappeso ogni qualvolta si parla del peso del debito pubblico. Proprio la tutela del nostro prezioso gruzzolo di risparmio privato avrebbe dovuto indurre maggiore attenzione collettiva nel proteggerlo da taluni noti predatori voraci e scorretti. Non avendolo fatto né prima (Parmalat, Cirio, i corporate bond) né ora (azioni e obbligazioni delle popolari e delle casse di risparmio) adesso nel risparmiatore italiano -privo di educazione finanziaria finché si vuole ma neppure così incosciente- stiamo esponendo una notevole massa di denaro alla facile aggressione da parte di banche e asset manager stranieri, i quali immagino stiano attrezzandosi per campagne molto aggressive tese a spostare risparmi investiti da ‘pericolose e inaffidabili’ banche italiane a casseforti estere solo in apparenza più sicure e affidabili. Anche questo non è stato messo in conto ma il deflusso di depositi dalle banche italiane è una cattiva notizia per tutti i cui effetti potranno essere misurati tra qualche tempo.
Dopo la bruciante sconfitta come nel calcio cerchiamo i colpevoli e gli alibi, ma se invece ci specchiassimo capiremmo che collettivamente la finanza italiana è poca cosa: arretrata, pasticciona, incapace di autogovernarsi e isolare i protagonisti peggiori e scorretti per il bene di un intero settore e per la normale circolazione del risparmio in canali puliti e produttivi per il benessere comune. Un’industria da ripensare completamente e rifondare.

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