Postato:

10 dicembre 2015

Quando il lupo perderà il vizio in banca?

lupo

Una breve ma doverosa digressione al di fuori del campo tradizionale di questo blog (la finanza delle imprese e il credito), per commentare l’esplosiva situazione che si è verificata con il provvedimento governativo sulle 4 banche commissariate e azzerate a spese di azionisti e obbligazionisti subordinati. Una vicenda che sta attirando la massima attenzione per il numero di piccoli risparmiatori coinvolti e la polemica divampa poco opportunamente sulla preparazione finanziaria di chi ha investito l’intero gruzzolo di risparmi in un solo titolo bancario o in obbligazioni ad altissimo rischio. Da solo o consigliato?

La verità è che il sistema bancario sta da moltissimo tempo sfruttando una parte non banale dei risparmi dei propri clienti, non ci si deve stupire oggi pure di fronte a casi drammatici ed eclatanti. Lo ha fatto dal momento in cui è stato indotto ad adottare modelli proposti da una certa consulenza illuminata nel convertire una macchina sonnacchiosa, ma tutto sommato oculata tipica dei vecchi borsini, in un massiccio sistema distributivo tipo supermercato di prodotti finanziari  senza curarsi troppo della preparazione dei propri dipendenti, incitati da sistemi premianti abbastanza distorsivi. Lo spiega assai bene anche Andrea Boda nell’articolo pubblicato su Piano Inclinato.

Negli anni ’90 le banche hanno collocato presso la propria clientela centinaia di miliardi di obbligazioni strutturate denominate in lire, prima dell’ingresso nella moneta unica europea. Obbligazioni che consentivano alle banche di ottenere un tasso di raccolta estremamente conveniente (Libor – 4%) semplicemente perché i derivati sui tassi contenuti nella struttura e nelle formula di rimborso legati alla discesa dei tassi lira verso i tassi tedeschi e europei, non potevano essere compresi dal piccolo risparmiatore che orfano degli alti rendimenti dei BOT si soffermava su cedole attraenti e concedeva fiducia all’emittente-banca. Poiché la finanza è quasi sempre un gioco a somma zero, se la banca otteneva un lauto guadagno era perché il malcapitato sottoscrittore pagava inconsapevolmente il conto con una notevole perdita iniziale.

L’emissione di titoli strutturati è continuata anche dopo il passaggio all’euro e ha contribuito non poco alla distruzione del risparmio gestito dei fondi, anche quelli di matrice bancaria, spiazzati per anni dalla pressione fatta dai vertici sulle reti bancarie a favore delle obbligazioni emesse dalla stessa banca. Fenomeno cessato o notevolmente ridotto con l’introduzione di regole più stringenti sulla profilazione della clientela, quanto a propensione al rischio e di tutta la normativa MIFID. Non a caso finita l’abbuffata dei titoli strutturati il risparmio gestito ha ricominciato a crescere in modo naturale orientandosi a seconda del momento su monetario, obbligazionario o azionario.

Il collocamento di titoli azionari alla propria clientela è sempre stato parte delle regole del gioco, per la quota ‘retail’ non riservata a investitori istituzionali, quota sempre più grande nel caso di banche non quotate e piccole o piccolissime, come è normale (e naturale) per il credito cooperativo.

Tuttavia non era sfuggito a molti sufficientemente informati che la prassi di spingere i propri clienti ad acquistare i titoli azionari o obbligazionari più rischiosi della stessa banca (come sono i subordinati) era generalizzata soprattutto da quelle banche che sfruttavano la presunta vicinanza al ‘territorio’ per colmare il vuoto determinato dall’impossibilità di collocare titoli poco attraenti e poco liquidi nei portafogli di investitori professionali internazionali, che sanno leggere molto bene i prospetti di emissione. Le tracce di questo comportamento che va oltre il limite del conflitto d’interessi risalgono a diversi anni fa anche per i nomi oggi chiacchierati (Veneto Banca, Popolare Vicenza, Carife per la quale potete leggere un mio post del 2011…).

Tutto questo scempio è avvenuto sotto gli occhi benevolenti delle due autorità di vigilanza che si sono limitate a varare regolamenti sulla tutela del risparmio, evitando di sapere cosa avveniva quotidianamente nelle filiali di banca, dove i dipendenti erano incentivati o spinti dai responsabili commerciali a piazzare i ‘titoli del paniere’ del mese tra cui inevitabilmente anche quelli della propria banca.

Formalmente le autorità di vigilanza possono sentirsi la coscienza a posto e si stanno difendendo dalle accuse dietro il dito dei prospetti azionari e obbligazionari (che ovviamente nessun piccolo risparmiatore legge o può comprendere come spiegato nel post Carife), sulla mancanza di educazione finanziaria dei risparmiatori italiani (vero, ma questo non basta a giustificare il venditore). Entrambe sanno bene –come ha detto a chiare lettere il commissario EU Hill oggi- che il sistema distributivo delle banche italiane è da tempo pericoloso e privo di veri freni e filtri etici.  Sulla manipolazione delle reti bancarie spinte oltre i limiti di velocità e del rispetto del profilo di rischio dei clienti-risparmiatori (che errore!) potrebbe essere sufficiente leggere questo articolo relativo ai ‘giuramenti’ attivati dall’ex-CEO di Banca Marche, caso limite ma non penso isolato ahimè. Quale tutela dobbiamo offrire ai risparmiatori italiani per proteggerli dalle future Parmalat, Cirio, Finpart, Banca Etruria? E’ arrivata l’ora di stabilire le responsabilità, come dice il primo ministro Renzi, e stabilire dure sanzioni.

Perché nel frattempo questa vicenda e quanto scaturirà presto dalle assemblee di Vicenza e Montebelluna significa per il sistema bancario la perdita totale della fiducia da parte dei clienti, una circostanza che deve preoccupare un’intera nazione. Patti chiari, violati completamente anche dopo la lezione Parmalat.

 

immagine da Shutterstock

more

Ti potrebbe interessare anche :


Leave a Reply

Twitter Users
Enter your personal information in the form or sign in with your Twitter account by clicking the button below.