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23 novembre 2015

5 scatole piene di dubbi per il bail-in italiano

5 boxes

E’ successo, più o meno come avevo previsto: le banche in crisi e commissariate (CARIFE, Banca Marche, Banca Etruria e CariChieti) sono state sottratte alla gogna del bail-in in fretta e furia da ABI, Banca d’Italia e Governo. In parte per evitare il titolo sui giornali del primo grande fallimento bancario, ma soprattutto per evitare di ripagare con la garanzia del Fondo Interbancario per la Tutela dei Depositi (FITD) oltre 12 miliardi di depositi di piccoli correntisti.

Il metodo ha suscitato e susciterà più di un sospetto nel vasto pubblico: un consiglio dei ministri convocato d’urgenza alla domenica pomeriggio, una delibera lampo raggiunta in mezzora e un fuoco di fila di spiegazioni (non richieste e quindi ulteriormente sospette) che non sarà lo Stato a pagare per l’operazione di salvataggio delle 4 banche e quindi nemmeno i cittadini (questa è una mezza verità) suonano alle orecchie dell’uomo della strada un po’ troppo strane e precipitose.

Il metodo è originale, ma è stato trovato. Poiché, come anticipato su questo blog, la Commissione Europea non avrebbe mai approvato il progetto di ricapitalizzare le 4 banche in crisi usando i fondi a disposizione del FITD, già predestinati a un uso amministrato dalla EU per le crisi bancarie post 1.1.2016, il sistema bancario e la Banca d’Italia hanno impacchettato una soluzione ibrida, intermedia sfruttando anticipatamente la procedura di risoluzione (usata proprio per le crisi bancarie) e creando 5 scatole: 4 per acquistare la proprietà delle banche svuotate dalle sofferenze e una che acquisterà solo le sofferenze a un prezzo pari al 17,6% del loro valore nominale. Il tutto con un esborso pari a 3,6 miliardi che quasi raddoppia la stima iniziale di 2 miliardi (a dimostrazione di quanto i preventivi siano sempre sbagliati).

L’operazione, diciamolo, non brilla per la sua trasparenza e su di essa si è già concentrato il fuoco di coloro che non amano interventi dello Stato, neppure a favore delle banche (vedi il post di O.Giannino sul blog dell’Istituto Bruno Leoni) e comunque la forma tecnica adottata -che non prevede più una ricapitalizzazione, ma la cessione a valore zero della parte buona delle 4 banche- sarà letta comunque come  un fallimento mascherato delle 4 banche, perché il valore di azioni vecchie e obbligazioni subordinate è ora totalmente azzerato nelle mani di vecchi azionisti e obbligazionisti, in modo molto molto simile a quanto accade nel bail-in. Sui forum compare già rabbia e delusione e la sola speranza di ricavare qualche briciola dalla Bad Bank. Per tutti i soci-imprenditori del territorio etrusco o ferrarese o marchigiano uno smacco assoluto: la banca del territorio è definitivamente persa.

Le 4 banche buone e la 5a scatola delle sofferenze sono ora amministrate dalla gestione straordinaria sotto la sorveglianza da parte della Banca d’Italia come ‘autorità di risoluzione delle crisi nel settore bancario’. Quindi anche l’Italia finalmente ha le sue belle crisi bancarie, dopo avere sostenuto per troppo tempo che tutte le banche sono solide.  Come spiega il comunicato della Banca d’Italia per le 4 banche capitale azzerato e ricostituzione al 9% dell’attivo ponderato per il rischio attraverso iniezione di fondi nel Fondo di Risoluzione, con la contribuzione di tutte le banche per 1,8 miliardi , che (si faccia attenzione) non è ancora avvenuta, ma avverrà solo in seguito quando ciascuna banca andrà in delibera per questa autotassazione. Altri 1,7 miliardi vanno a coprire le perdite delle 4 banche e 140 milioni per dare capitale iniziale alla Scatola delle Sofferenze. Per il momento ci sono solo i denari di un prestito ponte messo generosamente a disposizione dai big in salute: Unicredit, Intesa SanPaolo e UBI Banca, ovviamente non manca la garanzia statale provvista dalla Cdp perché fidarsi dei colleghi è bene ma non fidarsi è meglio. Notate l’assenza di MPS e Banco Popolare. Per il momento la gestione delle banche su base temporanea è affidata a nuovi amministratori designati dalla Banca d’Italia, in cui Roberto Nicastro (che aveva lasciato Unicredit non molto tempo fa) è il super-presidente delle 4 scatole buone.

Ci sono altri problemi di cui però ancora non si parla.

Qual’è il destino delle 4 banche ponte?

Della Nuova Banca Marche, della Nuova Carife e Nuova Banca Etruria e Nuova CariChieti -ora chiamate banche ponte- si sa molto poco nei primi comunicati e poco si saprà anche dopo. I loro conti sono oscurati dalla data di commissariamento. La Banca d’Italia ci dice che sarà gestione temporanea in cui gli amministratori amministrano con il preciso scopo di mettere tutto in vendita al migliore offerente: 4 banche a termine. Con quale prospettiva e capacità di manovra si può gestire una banca bollata indelebilmente dalla crisi e destinata a essere venduta in modo dichiarato e certo? Come la vedranno i clienti e dipendenti? Cosa potranno fare i nuovi amministratori per ripristinare una normale attività bancaria in questa situazione di dichiarata emergenza, considerato che neppure anni di commissariamento di Carife e Banca Marche avevano portato esiti positivi nella ristrutturazione, né tantomeno nella vendita a terzi?  Non è facile pensare che Roberto Nicastro, pure competente e validissimo possa gestire in contemporanea 4 banche su territori diversi. Quale management di turnaround bancario verrà immesso aggiungendosi agli altri amministratori? Non basta svuotare la banca dalle sofferenze, per farla funzionare bene. Si tratta di capire se c’è un mercato pronto ad acquistare filiali, sportelli, persone, clienti spaventati o irritati (qualcuno era azionista…) in questa fase del settore bancario che non sembra offrire molti compratori. Non parliamo poi di attirare talenti e competenze in banca, se la prospettiva è di essere deglutiti da qualche compratore entro qualche mese o più probabilmente qualche anno. I sindacati per ora festeggiano il salvataggio dei lavoratori, ma sanno bene che è festa di breve durata.

Più probabile appare una spartizione non semplicissima delle 4 Nuove banche, delle loro quote di mercato di clientela. Al tavolo di Yalta le banche che finanziano in misura maggiore il salvataggio, ipotesi che non lascerebbe molto tranquilli i dipendenti certamente in esubero oggi e in futuro.
Ultima domandina: sono state scaricate le sofferenze, ma quant’è l’ammontare delle possibili future sofferenze oggi classificate tra le ‘inadempienze probabili’? Tanto per capire.

Non parliamo della Germania, opaca sulle banche tanto quanto noi ma di sicuro più scaltra. In Gran Bretagna le banche fallite sono state nazionalizzate dallo Stato, che ora le sta ricollocando sul mercato in modo più trasparente. Va detto che, causa un colpevole autogol nel ritardare l’intervento, il tipo di operazioni fatte in UK non sono più possibili oggi. Allo Stato e alle banche erano rimaste davvero poche opzioni.

Nasce la prima Bad Bank, ma a prezzi reali

Dopo  tanti tentativi di creare una Bad Bank italiana a prezzi artificialmente gonfiati o meglio garantiti dallo Stato, da questa crisi plurima esce una vera Bad Bank in cui i valori sono diversi se, come dice sempre il comunicato emesso dalla Banca d’Italia, nella scatola vengono conferiti 8,5 miliardi di sofferenze e gli viene attribuito con criteri non conosciuti un valore di solo 1,5 miliardi, pari al 17,6%. Il 17,6% è una percentuale molto lontana a quel 35-40% a cui sono riportate le sofferenze delle altre banche, al netto delle rettifiche. Una differenza spesso giustificata nelle presentazioni delle banche dal valore delle garanzie detenute (ipoteche e fideiussioni) che non è del tutto convincente, considerando la quota di ipoteche su immobili industriali e commerciali e il valore reale di questi immobili nelle aste fallimentari. La Bad Bank Spaghetti che avrebbe dovuto assorbire parte di questa differenza con garanzie concesse da Stato direttamente o attraverso la Cdp non vedrà la luce, a maggior ragione dopo questa Bad Box.  Cosa farà la Bad Box? A chi venderà le sofferenze? Con quale grado di trasparenza?  Tanta nebbia per ora.

C’è un costo per la collettività?

Come detto all’inizio si nota un’ansia sfrenata di fare notare come la banche non siano salvate con i soldi dello Stato, a differenza di quanto avvenuto in UK, Germania e altri paesi, ma interamente con i soldi delle altre banche. E’ vero -e di per sé rappresenta un’anomalia europea sulle cui ragioni dovremmo interrogarci e gli azionisti delle banche salvatrici dovrebbero sollevare più di una domanda di legittimità- ma non è vero del tutto.  Infatti in base alla normativa vigente i contributi versati dalle banche al fondo di salvataggio in modalità obbligatoria godono di un’esenzione dell’imposta IRES, che all’aliquota del 27,5% comporta minori entrate per lo Stato di quasi un miliardo. E non sarà l’ultima concessione che le banche avranno chiesto per tirare fuori Stato e Banca d’Italia da un problema che si era complicato assai.

Per quanto riguarda il contributo obbligatorio delle banche al Fondo di Tutela dei Depositi, ora anche i 12 miliardi di depositi contenuti nelle 4 banche-ponte andranno comunque garantiti con un versamento in contanti pari almeno allo 0,4%. Prestiti, capitale e altre garanzie in capo alle banche buone per salvare e tutelare banche concorrenti, che forse non saranno mai più molto concorrenziali.

Tutto fatto come sempre all’italiana: tardi, anomalo e poco trasparente.

“Ma dove sta scritto che non deve fallire mai nessuna banca, neanche le banche più piccole ergo senza rischi sistemici nonché peggio amministrate?” (O.Giannino)

 

Immagine del post di Shutterstock

 

 

 

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