Postato:

20 settembre 2015

Export: il segreto della Germania che vince sempre

Leggendo ieri il titolo di un nuovo studio pubblicato dal think tank Bruegel (“EUROPE’S EXPORT SUPERSTARS –IT’S THE ORGANISATION!“) si rimane colpiti subito dai numeri. Nel periodo 2000-2013 secondo i ricercatori la Germania è cresciuta nell’export del 174% mentre l’Italia sta in coda con un misero +72%, meno della metà dei tedeschi.

Tuttavia la lettura dello studio è molto più interessante delle sole statistiche. Spiega che la chiave del successo della Germania Export Weltmeister sembra risiedere nella forma organizzativa adottata dalle imprese tedesche, con un maggiore livello di decentramento decisionale rispetto a quello adottato da altri paesi, scelta che sembra essere legata a doppio filo con la qualità del prodotto.

Come si vede dalla tabella le imprese che esportano in Italia per il 50% non adottano alcuna forma di decentramento e nel 34% dei casi ricorrono a un puro ‘offshoring’ vale a dire ricorso a mercati a basso costo per avere maggiore competitività nell’export. I tedeschi invece decentrano le decisioni nel 22% delle imprese-export e hanno forme miste di decentramento+offshoring nel doppio dei casi italiani.  Come spiega il lavoro Bruegel le differenti scelte hanno esito differente, il decentramento consente di adattare meglio il prodotto alla domanda:

Offshoring production to low wage countries reduce costs and allows exporting firms to compete on prices. Decentralized management provides incentives to workers for product improvements, which enables exporters to compete on quality. The idea here is that workers at lower levels of the firm hierarchy are better informed on what the market demands. Giving these workers more autonomy in decision making will provide them with incentives to adapt the product characteristics with what customers demand

Sembra essere questa la carta vincente dei tedeschi nel conquistare fette maggiori del grande mercato cinese.

Tornando alle motivazioni alla base del successo tedesco, le imprese superstar tedesche sono riuscite a raddoppiare la loro quota di mercato dal 1,6% al 3,5% operando con un modello decentrato e non accentrando la decisione come avviene nel modello italiano di offshoring.

Si tratta di una tesi di non poco conto, perché potrebbe mostrare la vera ragione dell’affaticamento export delle imprese italiane: l’incapacità di gestire un modello organizzativo che delega all’estero una parte importante delle decisioni. Incapacità che potrebbe anche avere qualcosa a che fare sul modello d’impresa-familiare e la difficoltà di delegare ma anche quella di creare e gestire un management genuinamente multinazionale.

Le conclusioni del paper di Bruegel sono precise: le imprese tedesche hanno successo nell’export con un modello che genera maggiore qualità grazie a un’organizzazione meno gerarchica e meno centralizzata.

The export superstars of Germany base their export business model on quality by operating with a decentralized less hierarchical organization which empowers workers at lower levels of the firm hierarchy. As a result 40 percent of German exporters sell top quality export goods. Decentralized management has been effective to increase the export market share of top quality goods in Germany which demonstrates that decentralizing the organization may actually work to improve the product quality of exporters.

 

 

l’immagine di copertina è di Shutterstock

more

Ti potrebbe interessare anche :


TAGS: , , ,
Pubblicato in: economia
to “Export: il segreto della Germania che vince sempre”
  1. Con il rispetto dovuto al Bruegel Institute la spiegazione che viene data del successo tedesco nell’export a partire dal 2000 è quanto di più comico ci possa essere. Forse più di uno sketch dei Fratelli Derege. Una supercazzola prematurata con scappellamento a destra come se fosse Antani. Ovviamente il fatto che dal 1999 la Germania condivida con Italia & C. la moneta è una banalissima ed insignificantissima coincidenza.

    • Con tutto il rispetto per qualsiasi opinione, il fatto che la Germania e l’Italia condividano la stessa valuta dal 1999 secondo lei spiegherebbe perché il loro export è andato al doppio della velocità del nostro? A me sembra solo un dato di fatto, non una spiegazione…
      A meno che si voglia sostenere (come è stato per decenni) che la competitività delle nostre aziende e dei nostri prodotti non era nella qualità o nelle aziende delocalizzate, ma era al 50% o più nella libertà di svalutare quando volevamo. Se ha avuto modo di leggere lo studio può vedere che non si parla solo di Italia, ma anche di UK che è ben stato fuori dall’euro.
      Indipendentemente dal fatto che l’Italia abbia sbagliato o meno nell’entrare nel sistema monetario (chissà cosa ne pensava lei nel 1999….) a parità di valuta con base anno 2000 perché il loro export è qualitativamente migliore del nostro?
      Lei ha diritto di pensarla come vuole sull’euro, ma non si sbilanci troppo nel dare la patente da comici a uno dei migliori centri studi europei, senza avere portato alcuna argomentazione alla tesi che sottintende.

      • 1. “liberta’ di svalutare”: il tasso di cambio lo decide il mercato. Se tutti comprano le mercedes tutti acquistano marchi e vendono lire dollari sterline. Il marco si e’ sempre rivalutato con tutte le monete per il semplice motivo che la germania e’ meglio organizzata efficiente ed ha la migliore manifattura al mondo da sempre (ora ce lo dice anche Bruegel, che scoperta). Sarebbe bello con la bacchetta magica diventare efficienti come loro, alti biondi ed “incorrutibili”. Forse un giorno lo diventeremo ma sara’ fra qualche generazione. Oggi siamo quel che siamo e dovremmo cercare di competere sui mercati con i mezzi/aziende/competenze che abbiamo e senza palle al piede (leggasi euro) che favoriscono solo e soltanto i piu’ bravi e belli e “incorruttibili”.
        2. Vedo che dal 2005 l’export tedesco verso la cina ha avuto un impulso: nel 2005 e’ entrata in vigore la riforma hartz che ha abbassato il costo del lavoro in germania (mini job a 400 euro al mese). Puo’ darsi che questo abbia avuto un impatto.
        3. Dal 2009 le esportazioni tedesche hanno avuto un’ulteriore impennata. Guarda caso il tasso di cambio euro yuan dal 2009 ha visto l’euro svalutarsi. Forse il tasso di cambio conta.
        4. Sarebbe interessante vedere cosa accadeva negli scambi tra paesi europei (grafico uno) prima del 2000. Bruegel non ce lo dice. Sarebbe interessante soprattutto vedere come si comportavano i principali concorrenti tedeschi: noi italiani.

        Cordiali saluti

  2. A mio parere quello che dice Bruegel può essere vero ma rimane decontestualizzato rispetto il nostro reale tessuto imprenditoriale: le aziende tedesche sono diverse dalle italiane. La maggior parte sono medio-grandi. Le nostre sono PMI. Il decentramento decisionale è una soluzione interessante per le nostre medie aziende ma anche qui c’è una svista di fondo: i nostri imprenditori hanno ancora una certa mentalità “padronale” dunque, prima di andare all’estero, bisognerebbe svolgere tanto lavoro all’interno e poi procedere per gradi …altrimenti le nostre aziende andrebbero incontro ad un progetto fallimentare.

    • Grazie,
      penso che questo sia un punto importante, la piccola dimensione (in media) delle nostre imprese export-oriented non aiuta a decentrare efficacemente anche se poi vi sono buoni casi in cui veniva fatto.
      I top 10% exporter sono sicuramente grandi imprese, forse anche nel caso italiano.
      Ricordiamo sempre però che lo studio non è nato come Germania vs. Italia, ma copre anche altri paesi. Sono io nel post ad avere proposto dei confronti.

  3. Inoltre (scusate ma devo includere una piccola polemica che ritengo sia dovuta) Bruegel non ha scoperto nulla e mi sembra assurdo che uno studio così superficiale sia stato pubblicato e sia addirittura arrivato in Italia con la bandiera di “panacea di tutti i mali”: già nel 2012 studiavo dei diversi assetti organizzativi e la professoressa Puricelli ci insegnava che devono essere trattati all’interno di una più complessa ed articolata stategia di internazionalizzazione e comunque con riferimento a due variabili misurabili: l’una inerente i rapporti tra l’azienda e il suo sistema competitivo di riferimento, l’altra riguardante la dotazione di risorse umane identificabile all’interno dell’organizzazione considerata. Insomma, a questo punto anche io potrei scrivere e farmi pubblicare qualunque cosa che magari vado a pescare a “random”.

Leave a Reply

Twitter Users
Enter your personal information in the form or sign in with your Twitter account by clicking the button below.