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13 luglio 2015

Credito trasparente e imbarazzi italiani

Secondo quanto scrive il prof. Andrea Ferretti dell’Università di Verona su formiche.net, l’applicazione delle nuove norme di vigilanza europea sui crediti deteriorati finirebbe per danneggiare ulteriormente il credito disponibile per le imprese italiane. (Nuove norme di vigilanza bancaria: un altro shock per le nostre Pmi?). La spiegazione è squisitamente tecnica, ma la sua rilettura lascia più di un dubbio sul nuovo “allarme credito”  e sui ‘fattori subdoli’ guarniti da una vena di tipico vittimismo italiano:

In sostanza i Regulators hanno imposto alle banche di prestare particolare attenzione sia alle domande di rinnovo dei prestiti, sia alle richieste di rivisitazione delle condizioni provenienti da soggetti in difficoltà finanziaria. Qui il problema deriva dal rischio che alcune posizioni, magari anche catalogate in “bonis” (ossia prive di anomalie), in realtà siano artificialmente tenute in vita solo grazie ai continui rinnovi degli affidamenti concessi nonostante la evidente difficoltà finanziaria del prenditore. Secondo le nuove norme, gli Istituti sono ora tenuti a verificare sia l’esistenza di una difficoltà finanziaria in capo al cliente, sia la presenza di una richiesta di intervento configurabile come misura di tolleranza (rinnovo del fido in scadenza, riduzione dei tassi, allungamento dei tempi etc). In presenza di ambedue i fattori (in prospettiva si terrà conto nell’esame anche dell’adeguatezza dei flussi di cassa previsionali) la banca dovrà evidenziare la linea di credito “incriminata” e marchiarla come credito forborne. (fonte formiche.net)

In pratica si dice che se c’è un’azienda in difficoltà e il suo credito sta andando verso la sofferenza e richiede (come per la Grecia di questi terribili giorni) una rinegoziazione basata su concessioni di qualsiasi tipo, la banca deve evidenziare il credito in una categoria speciale. Una seconda modifica imposta dalle nuove norme di classificazione dei crediti influenza la valutazione degli accantonamenti che le banche devono fare a fronte di crediti deteriorati:

In buona sostanza gli istituti, per quanto riguarda le posizioni deteriorate, non potranno più basarsi semplicemente su tabelle di accantonamenti percentuali standard più o meno accettate dalla vigilanza, ma dovranno stimare, con maggiore aderenza alla realtà, la perdita effettivamente attesa sulla posizione esaminata. Ed è proprio su questa perdita attesa (calcolata anche sulla scorta di modelli già validati da Banca d’Italia) che gli istituti dovranno poi effettuare accantonamenti adeguati che, in molti casi, si riveleranno decisamente più pesanti rispetto al passato.

Ora entrambe richieste sembrano più che logiche e ci sarebbe semmai da chiedersi come in passato le banche abbiano potuto ignorarle e comportarsi diversamente. Se un credito è cattivo o rischioso, qual’è lo scopo di continuare a fingere che non lo sia lasciandogli l’etichetta ‘bonis’? E per quale motivo le banche non dovrebbero stimare le perdite con maggiore precisione, facendo anche riferimento alle garanzie sottostanti evitando il distacco tra valori reali e valori di libro evidenziatisi nel problema sulla cessione delle sofferenze?

Questo lamento sul trattamento punitivo delle banche italiane e l’uso del credito all’economia e agli imprenditori come pretesto delle banche per protestare (‘meno credito alle imprese’) non hanno sempre fondamento a mio avviso. Del resto per capire bene come il tradimento della trasparenza possa nuocere a una banca nel lungo periodo basta esaminare la storia e i numeri della Popolare di Vicenza:

Le rettifiche su crediti operate dalla Popolare di Vicenza sono state relativamente stabili e moderate nel periodo 2008-2010 e hanno avuto un incremento più marcato nel 2010 (+21%) fino a esplodere nel 2013-2014 raddoppiando per due anni di fila, sotto la pressione esterna di Banca d’Italia e BCE. Appare probabile che la politica di accantonamento a riserva sia stata condizionata per 5 anni dal tentativo di chiudere il bilancio con utili stabili attorno a 100 milioni e giustificare dividendi ai soci e un valore del titolo non quotato sul livello congelato di circa €60. Dal 2013 è cambiato tutto, sono arrivate ingenti perdite e una prima svalutazione del valore del titolo del 23% a cui potrebbe seguirne una seconda in fase di prevista quotazione in Borsa, recentemente annunciata dal nuovo management.

Che la politica di accantonamento sia stata troppo leggera lo dimostra il confronto tra la crescita annua delle sofferenze del sistema bancario e la crescita delle rettifiche della banca:

Quale sia stato il motivo che ha indotto la banca a mantenere le rettifiche invariate nel 2009 quando il sistema bancario subiva aggravio di sofferenze del 43% non è dato sapere, ma la differenza si ripete nel 2010 e nel 2011. Il fatto che le rettifiche esplodano nel 2013 e 2014 fa oggi supporre che la Popolare di Vicenza non beneficiasse di un sistema di filtro del credito migliore delle altre banche, ma che più semplicemente sia stata indulgente nella classificazione. Salvo poi trovarsi in un brutto pasticcio che ha costretto la banca a varare di corsa aumenti di capitale abbastanza controversi e persino a un cambio di management tra le polemiche degli azionisti. Azionisti che nel frattempo sono raddoppiati (da 55.000 a 117.000) ma non hanno raddoppiato la loro felicità.

In conclusione: il credito e le sue valutazioni sono un fatto di grande trasparenza verso i soci e anche verso i clienti a cui si è chiesto di fidarsi e in tanti casi di diventare soci. E’ un impegno anche verso i buoni clienti che non devono mai pensare di pagare per i cattivi e per i cosiddetti ‘amici’.  Biasimare regole troppo penalizzanti sulla classificazione dei crediti in arrivo dalla BCE andrebbe fatto solo in presenza di motivi solidi e dopo avere riflettuto su quanto è avvenuto nei bilanci di molte banche.
La trasparenza ha un costo, certo, ma nel lungo periodo è un investimento che sui mercati finanziari ha un ottimo ritorno.

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