Postato:

17 giugno 2015

Se la banca scopre la supply chain…

Nel numero sempre più ampio di giornalisti e esperti che commentano le difficili vicende del credito alle imprese Dario Di Vico si distingue per la pacatezza dei toni e per la personale frequentazione degli attori: imprese, banche e soprattutto associazioni. Per questo nel commentare il rumoroso annuncio di Intesa SanPaolo (’15 miliardi alle filiere produttive’) mi appoggio alle osservazioni che ha pubblicato sul suo scarno ma interessante blog e affianco il mio commento:

Nella politica del credito alle piccole e medie imprese l’iniziativa con la quale il gruppo Intesa Sanpaolo ieri ha annunciato di privilegiare le filiere produttive è una novità che non va sottovalutata.

Non va sottovalutata, perché è assolutamente nella direzione corretta. Tardiva, ma pur sempre corretta. Prende atto finalmente del peso specifico del terzismo italiano e offre una sponda che potrebbe veramente aiutare anche i piccoli fornitori, sin qui triturati dal sistema di rating spesso per effetto della loro drammatica debolezza finanziaria. Non è una novità, tuttavia, perché molto più silenziosamente un’altra banca, il bistrattato Banco Popolare, aveva avviato questa sperimentazione nell’ottobre del 2014 parlando più realisticamente di milioni di euro e non di miliardi.

Innanzitutto perché la banca ribadisce il suo impegno a favore dell’economia reale e perché lo fa accompagnando il tutto con una lettura attenta e “moderna” dei processi in atto. Nel lessico economico di oggi porre l’accento sulla parola “filiere” significa riconoscere i mutamenti che sono avvenuti (la verticalizzazione del ciclo produttivo e la sua specializzazione in ogni singolo segmento) e tentare di adeguare le politiche di accompagnamento e crescita. Dei tanti spunti che la novità di ieri fornisce ne coglierò solo alcuni.

Porre l’accento sulle filiere significa in qualche misura ritornare ai vecchi metodi con cui i direttori delle filiali (quando non erano ancora stati privati delle deleghe decisionali) facevano sviluppo di nuovi clienti e nuovi finanziamenti, seguendo la traccia dei rapporti clienti-fornitori. Certo le filiere, più modernamente chiamate Supply Chain, oggi sono meno concentrate geograficamente, alcune si sviluppano su assi che coinvolgono più paesi e siti produttivi. Il credito è una componente importante della Supply Chain perché lungo le filiere italiane (caso unico in Europa) si praticano condizioni di pagamento poco amichevoli, come spiega il mio post precedente, diciamolo chiaramente, alla faccia della collaborazione tra fornitori e clienti, dove vige la legge del più grande e del più forte.

1. Dal punto di vista della banca gestire una relazione che comprende l’azienda capofila ma anche il sistema di fornitura equivale a sfidare la propria capacità di seguire i processi reali sul territorio. Di riformulare lo scambio con l’impresa togliendo automatismi o discrezionalità consolidate e introducendo qualità nella relazione. Non è ancora la banca-consulente (e non solo erogatrice) ma si tratta di un passo in quella direzione tanto che la domanda da porre a Intesa è: “Avete gli uomini per gestire questo cambiamento di pelle?”. Carlo Messina, Ceo di Intesa, ieri ha risposto sì e fino a prova contraria gli si deve credere.

Già gli uomini… e le regole organizzative interne magari a cavallo tra divisioni con responsabili diversi. Una sfida, ha ragione Di Vico, che troverà una risposta solo dopo, non prima di averci provato.  La vecchia filastrocca del ‘supporto al territorio‘ si declina finalmente in un modo più concreto e forse istruttivo per gli stessi uomini e donne di banca che frequentando gli uffici acquisti dei clienti scopriranno cose nuove e diverse da Basilea, dalle circolari e dalle garanzie che devono sempre arraffare per concedere fidi. Forse qualcuno scoprirà anche che i 90 capo-filiera potrebbero più facilmente accorciare i tempi di pagamento ed evitare di sottoporre i fornitori alla tortura del credito, ma questo non sta bene dirlo in presenza della capo filiera e della banca.  Il rischio non sono soltanto gli uomini, ma le procedure che governano gli uomini e che non sempre si adattano velocemente alle innovazioni. Il rischio sono sempre i tempi di risposta contro cui si sono infrante altre buone idee.

2. Dal lato dei Piccoli significa accettare la logica della verticalizzazione. Per carità nessuno rifiuterà le reti di impresa che si costituiranno nei prossimi mesi ma dobbiamo dire la verità ovvero che anche quella strategia “dolce” per le aggregazioni non è riuscita a conquistare il cuore degli imprenditori. Le reti sono rimaste un’esperienza minoritaria e no solo diventate pane quotidiano, servono ad affrontare casi particolari ma non sono un passepartout. Meglio puntare sulle relazioni “vere” di mercato e quindi sul rapporto tra aziende madri e fornitori laddove si è visto che spesso l’innovazione può venire anche dal basso e anzi in alcuni settori (vedi elettrodomestici) è più facile che accada così. Naturalmente siccome niente è gratis la nuova tendenza implica per il mondo della fornitura un salto in avanti di cultura industriale e di responsabilità, se ciò avverrà invece di una selezione solo affidata al Darwin dell’Industria potremo avere anche un processo meritocratico e in qualche maniera guidato. Perché se la relazione banca-impresamadre-fornitori si rafforza sarà come costruire un’autostrada sulla quale poi poter far correre anche altri fattori come una politica di investimenti non dispersivi e scelte di formazione condivise.

Commento ineccepibile. E’ un salto in avanti. Non per essere sempre esterofili, ma il nostro salto è comunque sempre 10 anni indietro a quello che sta avvenendo nelle Supply Chain delle imprese USA.

3. Dal punto di vista della rappresentanza la verticalizzazione delle policy per i Piccoli dovrebbe indurre a molte riflessioni. Ieri alla presentazione del piano Intesa c’erano due vice-presidenti della Confindustria e e nessun rappresentante di Rete Imprese Italia. Niente è casuale. E l’amara verità è che l’esperimento di mettere assieme le organizzazioni del commercio e dell’artigianato risulta travolto dalla burocrazia e la bandiera dei Piccoli è tornata a Confindustria. Non era scontato.

In effetti Di Vico è sempre attento a queste dinamiche associative. Rete Imprese Italia è sempre più chiaramente un progetto abortito e le piccole imprese trovano sponde di . Confartigianato e Confindustria non devono sgomitare e competere sempre, possono copiare o unire le progettualità migliori perché in fondo è l’intero paese, l’intero sistema imprese che ne ha bisogno. Seguendo la regola ‘meno annunci, più fatti’.

Per quanto riguarda la mia opinione sul credito alle filiere, è datata 2010, ma se vi interessa rileggerla…

Finanziare il parco fornitori (Supply Chain Finance) 

La frontiera inesplorata della Supply Chain 

 

 

immagine del post da Shutterstock

more

Ti potrebbe interessare anche :


Leave a Reply

Twitter Users
Enter your personal information in the form or sign in with your Twitter account by clicking the button below.