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1 aprile 2015

I tre segreti del credito low-cost (of capital)

Da più di un anno mi sforzo di spiegare ai miei fedeli lettori che quei 100 miliardi di credito alle imprese -scomparsi tra la fine del 2011 e i primi mesi del 2015- non torneranno mai più. Se ci fosse un poco più di competenza nei media e maggiore trasparenza dalle file del settore bancario si dovrebbero leggere o sentire cose simili. Invece per finti pudori rimane tutto piuttosto generico e nebuloso, qualche banca conta i miliardi di crediti erogati nel 2014 senza mai spiegare bene a chi sono stati concessi, si alimentano speranze vane che ritardano ancora una volta le decisioni, magari dolorose e difficili, ma importanti da parte degli imprenditori.

Così giorno dopo giorno si illude che la liquidità immessa dalla BCE, con le aste TLTRO e gli acquisti di titoli del QE, sarà sinonimo di credito rapido per tutti, si fa pensare che i meccanismi messi a punto dal governo siano a disposizione per tutte le PMI. Lo ripeto ancora una volta: un’ampia fetta di piccole imprese e anche di medie non hanno speranza realistica di contare sul ritorno del credito.

Mi aiuto spesso con grafici o disegni per spiegare alcuni semplici concetti, che nel caso del credito alle imprese sono sostanzialmente tre:

1) le banche per guadagnare e per non bruciare il loro capitale possono/vogliono prestare solo a imprese a basso profilo di rischio. La batosta causata dal prestare un po’ a tutti fino al 2011 l’hanno presa e oggi devono fare i conti con circa 300 miliardi di crediti non recuperabili integralmente. Poiché il consumo di capitale è misurato dal rating attribuito al debitore il credito low-cost va solo alle classi migliori di rating;
2) la possibilità di ampliare il tubo digerente delle banche dipende da fattori mitiganti del rating e quindi è strettamente legata all’intervento dello Stato, il quale dovrebbe garantire il rischio che le banche non vogliono più accollarsi. Ma lo Stato ha limiti di bilancio e deve rispettare le regole della EU che vietano aiuti di stato alle imprese.
3) le poche alternative messe a punto dallo Stato per sostituire il credito bancario canalizzando parte del risparmio gestito verso le imprese riguardano una percentuale esigua di imprese, per lo più in condizione di avere credito bancario comunque.

Questa è la raffigurazione attuale della disponibilità di credito, suddivisa per dimensione d’impresa e per grado di rischio dal migliore (rating AAA) al peggiore (rating C) e comprendendo anche incagli e sofferenze. Come si può vedere la fascia di imprese che consumano capitale e quindi sono escluse dal nuovo credito è ampia e particolarmente popolata nelle fasce delle micro e piccole imprese, notoriamente molto indebitate.

Il credito low-cost arriva a domicilio

Praticamente tutte le banche si stanno concentrando e attrezzando per offrire credito alle imprese che consumano poco capitale, circa un 30% del totale. Le banche più grandi stanno affinando sistemi di puntamento che ribaltano completamente il rapporto domanda/offerta. E’ meglio offrire credito che farselo chiedere. Non fanno mistero di volere scegliere a priori i clienti ‘buoni’ a cui per la prima volta stanno andando a offrire finanza non richiesta e, qualche imprenditore racconta, con insistenza. Le altre banche impareranno presto, perciò è inevitabile che tutti vadano a offrire denaro agli stessi clienti, che sono quelli TARGET nelle aree con ombra blu.

Dove il rischio sale, sale il consumo di capitale. Quindi l’unica possibilità per dare credito è quella di agguantare una garanzia (50-80%) dello Stato (Fondo Centrale di Garanzia o SACE) e se proprio non ci si riesce va bene anche quella di un confidi (area con ombra bianca).  Tutti gli altri, sorry, ma non hanno possibilità di avere più credito di quanto siano già riusciti ad ottenere. Alle banche non conviene e anzi sono molto preoccupate che possa degenerare e finire a sofferenza.

Tante alternative, poco credito ai piccoli

Gli ultimi 3 governi hanno cercato di spezzare l’assedio del credit-crunch varando lodevolmente misure che potessero incentivare forme di credito alternativo. Tuttavia l’effetto è modesto se confrontato con quel numero di 1.500.000 imprese che cercano credito, questo va detto e spiegato con semplicità. Il secondo disegno mostra su una scala diversa (non più il numero di imprese, ma la quantità di credito) dove agiscono le forme alternative che si sono ipotizzate in questi mesi e fa capire che le tante imprese che sono state escluse dal credito non vengono beneficiate dalle novità di cui si parla sui giornali e nei convegni se non in modo marginale:

(1) l’apertura del mercato minibond -investimento ora permesso anche ad assicurazioni e fondi pensione- riguarda un numero esiguo di medie imprese (target ideale con fatturato tra 30 e 150 milioni, mai micro o piccole), che per piacere a investitori istituzionali devono avere eccellenti prospettive e un profilo di rischio mediamente basso. Quindi imprese che hanno comunque accesso al credito. Questo vale anche per i Private Placement, sui quali basta leggere il recente accordo stipulato da Intesa con GSO/Blackstone per comprendere il target che non è di piccole imprese.
(2) ci sono interessanti iniziative in cui capitali esteri di fondi specializzati nel turnaround di aziende in crisi si sono dichiarati interessati ad acquistare i crediti delle banche, aggiungere capitale fresco, cambiare il management, espropriare i soci in crisi e rilanciare imprese oggi in ristrutturazione. Ottimo, ma parliamo solo di imprese medio grandi, con almeno 20 milioni di debiti bancari.
(3) della Bad bank si è scritto di tutto e di più. Per ora non è decollata e comunque riguarda posizioni a sofferenza, imprese virtualmente morte. Sulle micro-imprese con micro-sofferenze le banche stanno decidendo di affidare il recupero giudiziale e stragiudiziale a specialisti, a società di recupero crediti nella speranza di incassare più di quel misero 1-5% che arriva dai concordati oggi e dalle pratiche gestite dall’ufficio legale interno affogato di situazioni a sofferenza.
(4) restano infine le famose cartolarizzazioni di prestiti alle PMI (SME-ABS). Se ne discute da 2 anni e non si vedono ancora operazioni corpose per l’Italia. Sono sostenute a spada tratta dal think tank Action Institute e lo stesso Draghi sarebbe ben intenzionato a comprarle, ma di certo non intende presentarsi agli amici tedeschi con la carta che contiene i rischi elevati delle piccole imprese italiane  e quindi, anche in questo caso, occorrerà uno strato di garanzia dello Stato italiano.

Altro non c’è e come vedete dal disegno chi è in zona arancione o rossa è inutile che si faccia strane idee sull’automatismo liquidità-credito. Se va bene può solo contare su un direttore di filiale coraggioso e più comprensivo, sulle piccole banche che nei giorni di mercato spengono la macchina del rating  e usano il buon senso. Nulla di più.
Al grande popolo degli esclusi ribadisco i consigli: raddrizzate le vostre aziende, fate profitti e metteteli a capitale e soprattutto curate ossessivamente la cassa, evitando di investirla in titoli da dare in garanzia per avere fidi a revoca.

 

 

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  1. Salve, l’analisi è condivisibile come al solito.
    Mi permetto di aggiungere però qualche “sfumatura” non di grigio bensì di “rosa”.. nel senso che pur nella indiscutibilità del quadro evidenziato alcune note positive possono riscontrarsi:
    1- anche le aziende nell’area “verde” fino a due anni fa hanno patito restrizioni del credito, o quantomeno un peggioramento delle condizioni.
    Il fatto che adesso tocchi “respingere” i commerciali bancari quasi come dei procacciatori di contratti telefonici mi pare un’ottima notizia: le condizioni stanno sensibilmente migliorando, questo migliora i margini e la salute già buona di molte aziende.
    2- il credito che inizialmente si accumulerà sui soggetti “virtuosi” che verosimilmente saranno invogliati ad accendere finanziamenti a tassi “mai visti” lentamente con un sistema di cerchi concentrici dovrebbe diffondersi ad una platea più ampia tramite il meccanismo della crescita economica:
    se io impresa sana A prendo a prestito 1 mln di euro per ammodernare impianti ed attrezzature si rivolgerà all’impresa edile B e a fornitori di macchinari C e D probabilmente con bilanci in sofferenza da qualche anno. Questa ripresa degli ordinativi e dei fatturati non può che portare un beneficio anche alle imprese di medio-bassa “classifica”.
    Ecco perchè dico non di stappare uno spumante, ma che almeno una buona sorsata di acqua fresca dopo tanta siccità forse possiamo aspettarcela.
    Buona giornata e buone festività!

  2. Concordo pienamente con l’analisi di Fabio Bolognini.
    Invece non vorrei fare l’uccello del malaugurio ma le “speranze” di Marco devono fare i conti con i seguenti punti o obiezioni:
    1) molte aziende, essendo per la maggior parte di piccole dimensioni e con basso potere contrattuale, per poter lavorare su commessa devono comunque poter contare su un (anche) importante accesso al credito per poter fare “magazzino” e eventualmente “dare il giro” alle attrezzature e agli impianti che magari sono sstati investimenti finora accantonati in attesa di tempi migliori. E così torniamo al problema del razionamento del credito per quelle in area giallo-rossa.
    2) Non illudiamoci che molto spesso o abbastanza spesso valga o sia sufficiente l’idea di presentarsi in b anca c”con un progetto valido”a supporto della domanda di fido: per quanto dovrebbe essere logico dare fiducia ad una azienda con rating penalizzato ma buone e fondate aspettative di lavoro e (quindi) di miglioramento del rating, tuttavia molte direzioni crediti ormai sembrano fossilizzate su due tipi di risposta: la priima è “no” per mancanza di rating adeguato mentre l’assorbimento di capitale è immediato a fronte di una futurao (i override del ratingn genere il rating migliora di qualche notch a partire dal quinto/sesto mese dopo un evento positivo); oppure la risposta è “sì, ma” solo a fronte di una garanzia collaterale che migliori EAD e LGD e quindi permetta di abbattere un pò l’assorbimento del capitale pur senza miglorie del rating attuale e prospettico.
    3) l’esperienza mostra che i sistemi di gestione del rischio e

  3. 3) l’esperienza mostra che i sistemi di gestione e misurazione del rischio di credito diano maggior peso, per le micro e piccole imprese, ali indici di indebitamento, alla rotazione di cassa, alla presenza di sconfini (continuativi, oppure frequenti eccetera): il rating dipende da questi parametri molto di più che dal bilancio o dalla presenza di “dati qualitativi” o ulteriori fornibili dal direttore di filiale (il famoso “valido progetto” di cui sopra). Perciò finchè le aziende saranno sovraindebitate rispetto al patrimonio dei soci investitoci, e non ci sarà attenzione ai flussi di cassa, come giustamente dice Fabio, cioè finchè non cambierà la mentalità dell’80% degli imprenditori, allora le cose nel rapporto banca/imprese non miglioreranno e sarà sempre muro contro muro.

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