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11 febbraio 2015

Febbraio, cadono le foglie delle banche

No, non sono cambiate le stagioni per fortuna. Le foglie che cadono in febbraio sono quelle dei dati di bilancio delle banche che a partire da ieri sono usciti e raccontano una storia nuova, che non penso troverete nei titoli dei giornali concentrati su mini-aumenti dell’utile o sulle maxi-perdite.  Mi aiuto con un grafico per spiegare la storia delle foglie, che utilizza i dati pubblicati tra ieri e oggi da sette grandi banche. Gli altri dati che stanno uscendo confermeranno tutto.

1. fare banca così non conviene o conviene poco. Utili netti striminziti, qualche perdita rilevante, rendimento agli azionisti stiracchiato. Qualcosa deve cambiare, molto deve cambiare. Con regime di tassi bassi non basta la ripresa del PIL e maggiore apertura sui mutui casa per avere un business redditizio.

2. i risultati sono poveri perché le banche distruggono quasi tutto il margine operativo (ricavi – costi) con gli accantonamenti sui crediti deteriorati. Alcune banche hanno lavorato a vuoto nel 2014 (BPER), altre hanno pesantemente distrutto valore. Accantonare fortune sui crediti erogati non è solo sfortuna o incidente di percorso, è la prova che l’attività principale – l’intermediazione del denaro- non è stata svolta con la dovuta attenzione e perizia anno dopo anno . La controprova è che ci sono significative differenze tra le banche.

3. la differenza tra banche che fanno e sventolano utili e banche che piangono amaro è unicamente data dalla differenza negli accantonamenti. Crescita dei ricavi scarsa o negativa, costi del personale e amministrativi bloccati. Chi è riuscito ad accantonare di meno, per la capacità di controllare meglio il credito oggi ha risultati decenti. Gli altri no.  Da questo punto di vista le differenze si vedono nel grafico e da questo punto in poi si vedranno sempre di più. Aspettiamo a vedere i numeri di MPS e Carige.

4. i maxi accantonamenti che stanno facendo alcune banche, le famose popolari in primis, non sono casuali, anzi sembrano essere esplosi in extremis.
Perché a) la BCE continua a fare visite ispettive sui portafogli e b) solo avvicinando i valori dei crediti rettificati ai valori di mercato le banche potranno accedere alla Bad Bank senza dissanguarsi. Con l’accelerazione impressa dal MEF sulla Bad Bank nazional-popolare (Unicredit e Intesa si sono già chiamati fuori) aumentare gli accantonamenti 2014 era il biglietto per l’ultimo treno.

A questo punto Intesa e Unicredit hanno una storia a parte, pur con relative differenze, e anche relativa solidità. Le popolari si spaccano: alcune reggono meglio (BPM, Sondrio) altre sono nella bufera (questa sera è stata commissariato anche Banca Etruria in agonia da mesi).  E il dibattito sulla riforma prenderà un’altra piega. Poi c’è il capitolo delle piccole banche, le BCC su cui occorrerà ritornare in argomento.

 

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  1. Se è vero che nell’ottica delle Autorità gli accantonamenti hanno l’unico obiettivo di fronteggiare perdite attese sui crediti, è anche pacifico che siano spesso rimesse alla discrezionalità e/o al giudizio del Management che, nella gestione complessiva dell’Azienda bancaria, persegue obiettivi svariati.

    Parliamo di fenomeni noti in letteratura economico-finanziaria come “capital management”, “earnings management” e “signalling”.

    Si tratta sempre più di aspetti strategici nell’ottica di gestione di un’Istituto di credito, che possono essere raggiunti in molti modi differenti, uno dei quali è rappresentato dalla “manipolazione” delle cd. Loan Loss Provisions (LLPs: i.e., degli accantonamenti per le perdite su crediti), per perseguire di volta in volta scopi diversi.

    L’attenzione da parte degli “Operatori” e delle Autorità è giustificata dal fatto che per le Banche (“commerciali”) il portafoglio prestiti è tipicamente in media 10 o 15 volte più ampio del valore complessivo dell’equity, e la Sua gestione rappresenta pertanto un aspetto cruciale dell’attività della Banca.

    Oltre a questo, le LLPs sono meccanicamente legate al capitale tramite i fondi per rischi che alimentano ogni qualvolta vengono effettuati accantonamenti.

    Qui si entra pertanto in un territorio molto “delicato” – sensibile, sotto vari aspetti -, in cui la discrezionalità nell’operare da parte del Management richiama l’attenzione a vario livello delle Autorità, che indagano soprattutto sull’uso alternativo che può essere fatto delle LLPs, o forse più correttamente si può parlare di uso “ulteriore” rispetto a quello previsto dalle norme.

    Il portafoglio creditizio delle Banche, infatti, è un aspetto cruciale, la cui corretta valutazione ha impatti significativi non solo a livello contabile e per quanto riguarda il cd. “patrimonio di vigilanza” (i.e., il capitale che ogni Banca deve detenere per soddisfare i requisiti di vigilanza prudenziale), ma anche dal punto di vista fiscale e, da ultimo, manageriale.

    Come testé sottolineato, un ruolo fondamentale è giocato dagli accantonamenti per le perdite su crediti, una voce di conto economico che viene tenuta sotto stretto controllo da tutti gli Agenti operanti nel settore (Autorità fiscali, contabili, di vigilanza e Managers), la cui natura dipende in maniera cruciale dalle valutazioni della qualità degli assets creditizi che vengono operate dai Vertici bancari.

    Le Aziende di credito (i.e., le Banche, Lo rammento sempre!) sono tenute a rispettare determinati livelli di solvibilità, che in termini pratici si traducono in vincoli sul capitale minimo da detenere.

    La mancata osservanza di questi parametri comporta sanzioni da parte delle competenti Autorità, sanzioni che rappresentano un costo talvolta anche consistente per le stesse Banche.

    Oltre alle sanzioni amministrative, i costi di regolazione che una Banca deve affrontare si classificano generalmente in tre tipologie:

    1- i costi diretti di monitoraggio;

    2- i costi risultanti da restrizioni nelle attività d’investimento e di erogazione di nuovi crediti;

    3- le limitazioni all’espansione mediante risposta alla domanda di nuovi depositi.

    Dal momento che è sull’utilizzo di dati contabili che si fondano le misurazioni del livello di capitale adeguato che le Autorità devono monitorare, il “capital management” rappresenta la gestione delle poste che compongono i coefficienti patrimoniali, ed il Loro utilizzo “artificiale” per raggiungere i livelli richiesti dalle normative.

    Il legame con le LLPs in questo caso è dovuto al fatto che esse possono essere utilizzate come strumento per rispettare i coefficienti minimi e, di conseguenza, evitare i costi legati alle eventuali sanzioni in cui si può incorrere e che possono far diminuire le prospettive di crescita della Banca.

    Prima dell’entrata in vigore della cd. “Basilea 1” (i.e., la prima serie di delibere – emanate dalle Banche Centrali di tutto il Mondo – sui requisiti patrimoniali minimi richiesti per gl’Istituti di credito; 1988-1992), le Banche sfruttavano la presenza nel capitale primario (Core Tier 1 o patrimonio di classe 1: i.e., la componente primaria del capitale di una Banca) dei fondi per i rischi su crediti, e pertanto utilizzavano gli accantonamenti per alimentare tali fondi ed accrescere i capital ratios, a meno di effetti sui “retained earnings” (i.e., sugli utili non distribuiti).

    Tramite il “write-off”, la Banca che giudica un credito non più recuperabile, Lo rimuove dal bilancio.

    Prima del 1989 la tendenza era quella di non sfruttare i “write-offs” per modificare i capital ratios, oppure di diminuirLi in caso di necessità. Questo perché il “write-off” di un Non Performing Loan (NPL: i cd. “prestiti non performanti”) andava a ridurre il capitale primario, tramite la riduzione delle Allowance for Loan and Lease Losses (ALLL: precedentemente noti/conosciuti come i “fondi svalutazioni crediti”).

    Tale effetto ovviamente sparisce nel momento in cui, dopo i cambiamenti regolamentari, i fondi per i rischi su crediti sono eliminati dal computo del Tier 1.

    Ora la situazione è differente, poiché la scomparsa degli stessi fondi dal Tier 1 fa si che ad un aumento di LLPs segua una diminuzione del capitale di primo livello a seguito della riduzione degli utili, mentre è il capitale supplementare a vedere un incremento nel suo ammontare, se le general loan losses reserve che esso include sono inferiori all’1.25% dell’attivo ponderato per il rischio.

    Di conseguenza l’effetto netto complessivo non è così chiaro a priori, e dipende dall’ammontare di fondi per rischi su crediti che già sono stati accantonati.

    Nel tempo si sono susseguiti numerosi studi empirici che hanno cercato di verificare l’effettivo utilizzo delle politiche di accantonamento per ragioni legate al capitale.

    Molti di questi studi sono rivolti principalmente al mondo Statunitense – per tanti motivi -, ma rappresentano un’importantissima fonte d’indicazioni operative per il contributo alla letteratura in generale, per le Autorità responsabili della supervisione bancaria.

    L’aspetto interessante è dovuto al fatto che le politiche di accantonamento risentono molto della discrezionalità di chi Le mette in atto, e peraltro il giudizio dei Managers è necessario nella stima che in ogni periodo viene fatta della probabilità di perdita del portafoglio creditizio.

    Per questa ragione certi aspetti decisionali sono difficili da sindacare, specialmente se si considera il fatto che le informazioni in possesso da parte della Banca riguardo il rischio di perdita – di cui accennato sopra – sono spesso non accessibili dall’esterno.

    !“NON ACCESSIBILI DALL’ESTERNO” – SpeSSo!

    Se a ciò si aggiunge che le LLPs sono la componente di conto economico che più facilmente può essere modificata a fine anno, appare chiaro che la verifica della validità delle decisioni manageriali a riguardo non è molto semplice da effettuare, e pertanto gli incentivi a sfruttare queste opportunità sono notevoli.

    Come ho detto poco sopra, copiosa è la letteratura economico-finanziaria che ha cercato la verifica empirica: i risultati non sono/stati quasi mai univoci.

    P.s: Consiglio la lettura di un VERO MUST di annata (in tutti i sensi)

    M. Cavallo, G. Majnoni (World Bank, Financial Sector Strategy and Policy Department, the), “Do banks provision for bad loans in good times? Empirical evidence and policy implications”, Policy Research Working Paper: WPS 2619, June 2001

    http://www-wds.worldbank.org/external/default/WDSContentServer/WDSP/IB/2001/07/27/000094946_01071204123124/Rendered/PDF/multi0page.pdf … occhio al grafico a pagina 4 (oppure 8 / 40).

    Saluti a Tutti.

    Surfer [Un abbraccio a Fabietto]

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