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6 febbraio 2015

Il credito è più sano ma potrebbe costare meno

Questa settimana il CEO di Unicredit Federico Ghizzoni ha dichiarato che dalla prospettiva della sua banca vede crescere la domanda di credito e la domanda ‘buona’, quella per investimenti e non in circolante.  Sul tema domanda buona-domanda cattiva mi sono già esercitato spiegando che la domanda di circolante è per molte imprese buon segno tanto quanto quella per nuovi investimenti, perché si può investire anche in circolante. Semmai la domanda meno buona è quella per ristrutturare vecchio debito o per pagare le imposte.
Le prime evidenze che emergono dal traffico su Workinvoice, la nuova piattaforma di trading dei crediti commerciali, mostrano una domanda ‘buona’ di capitale circolante da piccole imprese, che si riscontra anche nella crescita delle operazioni di factoring. Il problema è che la domanda di credito delle imprese italiane, anche se buona, si confronta con costi che rimangono elevati e meno competitivi rispetto ai costi del credito francesi, tedeschi, inglesi.  Il grafico della BCE, preso dall’ultimo bollettino economico, mostra un tasso medio per l’Italia in zona 3,5% contro una media europea del 2,75% e valori per Francia e Germania poco superiori al 2%.  Dati confermati dalle rilevazioni di Banca d’Italia (ultimo grafico in fondo al post) ma come sempre trattandosi di valori medi, ponderati sulla dimensione del credito utilizzato nascondono le forti differenze tra piccole e grandi imprese, che in Italia sono ancora nell’ordine di 4-5% (vedi grafico) sul credito a breve termine.

Le banche ora spiegano che il costo del credito rimane alto a causa del costo del capitale che devono accantonare a fronte di ogni nuovo finanziamento, a copertura del rischio di perdita (quando non è garantito dallo Stato, come viene spiegato nel post precedente) costo che è logicamente più elevato per le piccole imprese.  Hanno ovviamente cessato di usare come scusa lo spread BTP-Bund, che essendosi ridotto a meno dell’1% sulle durate medie, non offre più alibi per alzare o tenere alti i tassi di finanziamento. Più sommessamente dicono che dipende anche dalla copertura dei loro costi (persone, filiali, informatica, processi ridondanti…). La sostanza è che fare business con le PMI è costoso e rischioso per la banca e quindi i tassi di finanziamento restano alti -anche per compensare il mancato guadagno sulla raccolta di depositi. Però la discesa dei tassi sui mutui casa, che sta riaccendendo la competizione tra banche, starebbe a indicare che quando si vuole abbassare i listini è possibile farlo, in presenza della liquidità BCE a tasso quasi zero. Ne varrebbe la pena, soprattutto se aiuta la ripresa delle piccole imprese, le quali faticano a sostenere oneri finanziari e commissioni che tutto compreso si avvicinano al 10% e bruciano gran parte della redditività operativa. Il grafico BCE e le statistiche pubblicate da Banca d’Italia mostrano i segnali di un percorso di riduzione dei tassi in Italia, che ritengo possa continuare.

il rating è un freno al calo dei tassi

Tuttavia la discesa dei tassi, parametrati sul rischio delle imprese, si scontra e si scontrerà ancora con la rigidità del meccanismo del rating adottato da quasi tutte le banche. La gradazione di rating, oggi basata sul bilancio depositato 2013, determina con pochissimi margini di flessibilità il costo del debito applicato all’impresa. Difficilmente può catturare i miglioramenti del 2014, se ci sono stati, o tantomeno quelli previsti nel 2015. L’automatismo non solo induce maggiore razionamento in periodi di crisi (con ritardo), ma anche un ritardo nella riduzione dei tassi in fase di ripresa economica.  I tassi potrebbero rimanere alti a prescindere dai miglioramenti delle imprese. Il leggero calo che si è verificato a fine 2014 non è sufficiente a colmare il gap con gli altri paesi europei.

fonte: elaborazione su dati Banca d'Italia

 

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