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13 gennaio 2015

Gli artigiani non possono aspettare Darwin

Dei rapporti tra le imprese e le banche ho fatto spesso su queste pagine un mio punto d’osservazione, perché sono i rapporti che stanno al centro del piatto nella finanza d’impresa italiana. Non credo si debba mai smettere di osservare, imparare, ascoltare e leggere i commenti che arrivano da varie fonti. Una delle più recenti che mi è capitato di leggere è contenuta in un articolo pubblicato da formiche.net che potete leggere a questo link.

Tutte le opinioni meritano rispetto, anche se dopo quello che è successo in questi anni, dopo un credit-crunch da 100 miliardi un po’ di sensibilità accentuata è inevitabile. Soprattutto quando ci si trova a leggere la visione che esce da dentro la banca (perché l’autore dell’articolo lavora dentro un gruppo bancario o lo frequenta assiduamente nelle aule di formazione) e a valutare un castello di ragionamenti come quelli enunciati nell’articolo. Pronto ad ammettere di non avere capito nulla, ma istintivamente non posso evitare di chiedermi come la prenderebbe un piccolo imprenditore, un artigiano che ha subito, a torto o a ragione, quel razionamento del credito che oggi lo mette alle strette. Parlare con questo linguaggio ai piccoli imprenditori temo possa solo contribuire ad aumentare le distanze, anche quando i concetti sono in buona parte corretti.

Purtroppo l’evoluzione quasi darwiniana…. gli stadi anti-basileiani o post-basileiani, non appartengono al linguaggio dell’impresa, della piccola impresa. Siamo onesti, sono concetti che fanno incazzare chi deve lavorare con le banche e ha un rapporto conflittuale.

Dichiarare che:

In questa fase evolutiva, il rapporto di conoscenza tra banca ed impresa fa un salto di qualità e diventa fondamentale per evitare che i sistemi automatici di rating e scoring, abbandonati a se stessi, possano commettere grossolani errori interpretativi penalizzando così le aziende.”

e sorvolare sul dato che nei fatti sia avvenuto l’esatto opposto, che i sistemi di rating nel vissuto degli imprenditori siano diventati ossessivamente prevalenti nel giudizio e nella concessione  e che il credito sia stato interpretato malissimo dalle banche è una sconcertante dimostrazione che la banca non ha ancora capito. O non vuole capire. Perché in banca si continua a negare che la crescita delle sofferenze e degli incagli, nonostante la stretta creditizia attuata,  sia in gran parte legata a ‘grossolani errori interpretativi’ e all’uso cieco del rating?

Ancora più sconcertante affermare all’inizio del 2015 che

forse, ci vorrà tempo, ma per l’utilizzo più sistematico di questi flussi nell’analisi delle aziende corporate, la partenza è già stata data. Ad esempio, nel corso dell’AQR, la BCE ha preteso che, all’accendersi di determinati allarmi su specifiche posizioni, la banca utilizzasse indicatori come il DSCR (Debt Service Coverage Ratio) per valutare, su un orizzonte temporale fino a 5 anni, la capacità dei flussi di cassa generati annualmente dalla gestione di far fronte al servizio del debito.

Ma dire questo non equivale a confessare che le banche in questi anni non hanno analizzato i flussi di cassa e il DSCR pur avendo gli strumenti a disposizione per farlo? Cosa facevano analisti del credito e sistemi esperti costati una fortuna? Su cosa si basa la capacità di restituzione del debito se non sui flussi di cassa futuri? Occorreva aspettare la lezioncina della BCE?  Ci si sta ancora basando sul valore delle ipoteche che nel frattempo si sono rivelate per lo più esagerate e totalmente lontane dai valori di mercato?

E poi che dire del fatto che in banca si voglia adottare oggi un sistema di analisi strategica, che ha fatto il suo tempo come  “la “swot analysis” che, da una parte evidenzia l’attrattività di un settore attraverso lo studio delle minacce e delle opportunità e, dall’altra, mostra i punti di forza e di debolezza delle aziende che in quel settore operano.”  Un sistema molto datato che in banca sarà forse una novità, ma che l’evoluzione della dottrina strategica ha già modificato con modelli più sofisticati e che nella pratica dell’analisi delle piccole imprese è spesso inutilizzabile per mancanza di dati oggettivi.

Che le banche si stiano muovendo, finalmente, nella direzione di capire i meccanismi che presidiano la crescita o la crisi delle imprese, le filiere corte e lunghe, e più faticosamente anche i fattori intangibili come la proprietà intellettuale non c’è dubbio;  era ora dopo tante esitazioni e passi indietro rovinosi. Ma lo fanno ancora male e lentamente e non comunicano alle imprese come lo vogliono fare.  Forse dovrebbero spiegarci meglio cosa fanno nei ‘Laboratori’ e quanto rapidamente si stia diffondendo la cultura d’impresa dentro la banca, perché da fuori, ve lo garantisco, i giudizi sono ancora impietosi, persino esagerati: parlano di personale impreparato e demotivato, incapace di stabilire un dialogo aperto e comprensibile all’imprenditore soprattutto se piccolo, di senso di totale abbandono e distacco. Frasi raccolte proprio oggi attorno a un tavolo di imprenditori.

La banca può continuare a evolvere ‘darwinaniamente’ senza scordarsi però che quando questo processo di mutazione genetica -definizione scelta non a caso per i suoi tempi lunghi?- sarà terminato è possibile che molte imprese abbiano imparato nel frattempo a fare a meno delle banche, a sfruttare a pieno i nuovi fornitori (i mercati dei minibond, della commercial paper, delle nuove piattaforme finanziarie) che non odorano di vecchia banca. Oppure se le banche vogliono accorciare i tempi insieme ai professori mettano rapidamente qualche duro istruttore.

Nel frattempo, mentre le banche evolvono, le imprese vorrebbero capire come il credito sarà erogato quest’anno e a chi verrà dato, perché io ho una certa idea, ma gli artigiani non leggono tutti Imprese+Finanza e potrebbero averne una diversa.

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Pubblicato in: banche
to “Gli artigiani non possono aspettare Darwin”
  1. capita che una banca proponga telefonicamente ai suoi “migliori clienti” liquidità a 12 mesi per la “promozione” dell’iniziativa “riduzione termini di pagamento fornitori”
    capita che si aderisca avendo raccolto l’interesse dei fornitori che propongono sconto non trascurabile per un pagamento cash
    capita che si chieda alla banca proponente di aderire alla loro proposta per l’importo prospettato di € 200’000 equivalenti alle forniture di alcune materie prime per un paio di mesi di fabbisogno come documentato da fatture di acquisto all’uopo inviate al funzionario
    capita che rispondano che la delibera è sospesa perché non è chiaro come saranno reperite le risorse per restituire la somma nei 12 mesi e infine venga accordato un prestito pari a una piccola frazione di quanto inizialmente proposto perché “€ 200’000 è troppo”
    analisi raffinatissime.
    dietrofront con i fornitori ai quali si era prospettata l’interessante ipotesi.
    niente sconto sull’acquisto di un normale lotto di approvvigionamento delle materie prime.
    tanto rumore per nulla

  2. Non posso che confermare quanto espresso. In questo caso dalla posizione che avendo, fortunatamente, un buon rating non ci sono difficoltà ad avere crediti. Purtroppo solo una minoranza di imprese può avere un buon ottimo rating. La maggior parte è costituite da imprese normali, quindi oggi con enormi difficoltà di approvvigionamento. Io non credo la situazione possa essere cambiata dalle banche o dagli imprenditori. Il problema di fondo è un sistema italiano che privilegia particolarmente il debito anziché il capitale proprio. Fino a quando non si agisce sulla leva fiscale per consentire una significativa detassazione degli utili non distribuiti non vedo speranze. Purtroppo non c’è alcuna possibilità concreta che ci si possa muovere in tale direzione, anzi!

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