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10 gennaio 2015

I coccodrilli che piangono ancora sul credito

Anno nuovo, cattive abitudini vecchie. Ricomincia il piagnisteo sulla ‘BCE-cattiva‘ che impone regole severe alle povere banche italiane. Un profumo pervasivo nell’articolo del Sole24Ore contenuto in alcune interviste imbronciate, ripreso e amplificato immediatamente da chi segue poco da vicino i numeri delle banche italiane, come ad esempio Rete Imprese Italia che paventa un’iniqua riduzione del credito dovuta ai nuovi criteri di copertura dei rischi con capitale (“la Banca centrale europea non può ulteriormente inasprire i requisiti del capitale degli istituti creditizi senza considerare con attenzione gli impatti“). Non condivido queste conclusioni, prima di tutto perché l’inasprimento dei capital ratio non sembra essere uguale per tutte le banche e questo conferma che c’è una notevole differenza tra banca e banca quanto a grado di rischio (lo sottolinea anche il Sole facendo confronti tra UBI e Popolare di Vicenza). In secondo luogo perché la richiesta della BCE è avanzata in funzione di un giudizio sul grado di rischio contenuto nei bilanci delle banche italiane, che è oggettivamente misurato dalla quota di crediti deteriorati e dal loro tasso di crescita.

L’innalzamento (probabile) dei requisiti di capitale che la BCE avrebbe richiesto ad alcune banche italiane non sarebbe una punizione ingiustificata, ma un’ulteriore richiamo a prendere atto che il portafoglio crediti è tragicamente avariato e va coperto adeguatamente. Che questo comporti un’ulteriore stretta creditizia è tutto da dimostrare: per qualche banca debole sicuramente, per altre ben patrimonializzate non sarà un problema.

Del resto i numeri parlano molto chiaro, così come i fatti. Le grandi crisi bancarie non sono state risolte nemmeno nel 2014, pur essendo iniziate chi nel 2012, chi nel 2013: MPS, CARIGE, Banca Etruria, Banca Marche e CARIFE (queste ultime due commissariate da più di un anno) non hanno trovato una soluzione accettabile. Perché la soluzione è complessa e rappresenta un grattacapo per la Banca d’Italia, per i soci, per le fondazioni e per i tanti advisor che si sono alternati al letto d’ospedale. Tante soluzioni annunciate, tanti cavalieri bianchi che si sono sbiancati o vaporizzati, tanto interesse per comprare il portafoglio delle sofferenze, tante riduzioni di personale.  Queste crisi italiane non sono da bolle speculative, da derivati, bensì da una semplice inguardabile gestione del business tradizionale che ha prodotto anno dopo anno l’esplosione del portafoglio dei crediti deteriorati. Crediti concessi male e superficialmente fino al 2011 e gestiti anche peggio dopo, spesso con la presunzione di nascondere briciole sotto il tappeto in attesa di riprese economiche e tempi migliori.

Se prendiamo il quadro delle 5 più grandi banche in crisi le prove della colpevolezza sono molto evidenti (vedi grafico)

elaborazione grafica LINKER

Crescite delle sofferenze dal 100% (MPS) al 380% (Banca Etruria) in 4 anni non sono spiegabili solo con la crisi economica. Quando si raggiungono valori di portafoglio deteriorato del 20% sul totale dei crediti alla clientela (MPS, Banca Etruria e CARIFE o Banca Marche sul bilancio 2012 prima del commissariamento) non ci sono troppi dubbi, ma si dovrebbe spiegare pubblicamente come si sia potuto arrivare a quei livelli, cosa non abbia funzionato nella scatola nera del credito, quella che rimane oscura e misteriosa al 99% delle imprese che frequentano le banche. Le percentuali di copertura di questo pezzo ingente di crediti -che forse non saranno ripagati- si sono quasi sempre rivelate insufficienti alla prova del nove del recupero o delle cessioni di sofferenze. Tant’è che la Borsa penalizza da anni i titoli ritenendo che il valore di libro non sia corretto e poi ce la prendiamo con la BCE se tira le sue conclusioni.

fonte: MilanoFinanza.it

Fortunatamente non tutte le banche italiane sono in questa situazione, ma praticamente tutte hanno dovuto subire danni similari e ricorrere ad ingenti svalutazioni del portafoglio crediti coprendo il rischio. Questo è il principale motivo della rigidità della BCE, che va meno per il sottile della Banca d’Italia, la quale -pur consapevole dei problemi- ha concesso tempi più lunghi per la sistemazione, ben sapendo che il capitale italiano è scarso per la maggior parte delle banche e che i grandi istituti non intendono più farsi carico dei problemi dei colleghi. Esaurito il poco fattibile (TERCAS a Banca Popolare Bari e Banco Popolare Spoleto a Banco Desio) il resto resta sul tavolo e fioccano smentite di fusioni come quelle di ieri di Santander e Compagnia SanPaolo che erano sospettati di voglie su MPS e Carige.

Questa volta non c’è soluzione da scorciatoia: ristrutturare la banca malata, ripulire e ricominciare a produrre ricavi sani in modo molto più efficiente. Se questo significa fermarsi nella concessione del credito come è successo nelle Marche, ci sarà spazio per le altre banche che vogliono conquistare quote di mercato. Ma il mercato del credito non sarà più quello di prima, incosciente e permissivo. Anche il sondaggio di Imprese+Finanza rivela che il credito arriverà a chi ha buoni numeri e buoni rating, anche se è piccolo.

Chi piange o strilla oggi contro le inique regole della supervisione bancaria europea dovrebbe spiegarci oggi cosa faceva o diceva quando il credito nostrano veniva erogato a tutti e in abbondanza, se si sia mai preoccupato di chiedere alle banche e alla vigilanza una verifica dei possibili effetti in uno scenario di crisi. Perché con tutto quanto si potrebbe dire dell’opaca situazione delle piccole banche tedesche, la storia delle sofferenze sui crediti è una storia tutta italiana e spagnola. Ma gli spagnoli, che di tori se ne intendono, hanno preso il toro per le corna, hanno ristrutturato e fuso le banche, hanno creato senza indugi la loro Bad Bank. Mentre noi, da bravi italiani aspettavamo che ‘passasse la nottata’.

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