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21 novembre 2014

Sofferenze e incagli: in banca piove ancora

Alle imprese serve capire come mai in banca vengono accolte con una certa diffidenza quando parlano di avere nuovo credito. Agli analisti finanziari può aiutare per capire che lo stato di salute delle banche italiane è ancora sul malaticcio per colpa del tasso di ingresso delle nuove sofferenze, anche se le performance delle singole banche stanno cominciando a cambiare e premiare chi ha assunto prima contromisure efficaci per il controllo del credito.  La sostanza è però che mentre i prestiti alle imprese calano meno rispetto al passato, il numero di posizioni di credito verso le imprese che vengono classificate a sofferenza o a incaglio non sta calando granché.

I grafici predisposti sono tratti dai dati di Banca d’Italia sulle Economie Regionali e lo sfondo nero è appropriato. La prima serie mostra le nuove sofferenze, in % del credito totale erogato. Con 4 rilevazioni nel periodo Dicembre 2012- Giugno 2014:

Da notare come:
1) i tassi di ingresso di nuove sofferenze stiano calando ma molto lentamente e non ovunque (es.Piemonte)
2) le nuove sofferenze che arrivano da PMI e Grandi Imprese siano sempre superiori a quelle delle micro e piccole imprese con meno di 20 addetti, tranne in Campania
3) i tassi di ingresso siano nettamente superiori al Centro-Sud
4) accumulare nuove sofferenze al ritmo annuo del 3-6% sul totale dei crediti (sofferenze incluse) sia un valore ancora in zona pericolosa.

La seconda serie mostra invece la % di crediti deteriorati per 4 regioni sul totale dei crediti erogati.

Numeri abbastanza impressionanti. In 4 delle principali regioni che determinano l’andamento della nostra economia la quota di prestiti alle imprese che ha problemi seri o molto seri di rimborso oscilla tra il 23% e il 33%.  Ancora una volta la percentuale del credito deteriorato verso piccole e micro imprese è inferiore a quella delle medie e grandi, con la sola eccezione della Lombardia dove viaggiano abbastanza appaiate.

Il significato pratico di questi numeri non è limitato al fatto che da questo 25-30% di prestiti ‘malati’ scaturiranno miliardi di nuove rettifiche sui bilanci futuri (gli incagli con rettifiche al 20% o tornano in bonis o richiedono un altro 30% di rettifiche). Significa che in banca il personale si sta affannando e gestire i buchi sul tetto da dove piove, dedicando proporzionalmente meno tempo a quel 75% di clienti abbastanza (speriamo…) tranquilli.  Significa temere a ogni telefonata le cattive notizie di qualche nuovo concordato. Negli ultimi casi che ho ascoltato le percentuali offerte alle banche nel concordato variavano tra l’1% e l’8%, non grande cosa se hai accantonato il 20% sull’incaglio oppure il 50-60% sulla posizione a sofferenza.

Tutto questo è abbastanza ovvio e logico, manca la liquidità, le imprese diventano insolventi in tempi anche inaspettatamente brevi. Alcune volte proprio a causa di un mancato rinnovo di fidi con richiesta di rientro (questo non significa che sia sempre colpa delle banche come a volte in TV si vuole fare credere).

Si poteva evitare questo tracollo? Ragionevolmente no, l’effetto combinato di crisi economica e di crisi di liquidità è stato potentissimo sulle imprese, ma dopo 7 anni sarebbe stato ragionevole vedere i numeri flettere, andare sotto controllo e così non è. Si poteva sicuramente ridurre l’effetto se non si fosse continuato a erogare finanziamenti un po’ a capocchia fino al 2011. Adesso continua ad arrivare il conto.

 

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  1. Finalmente vedo che ha cambiato il suo approccio al cosiddetto credit crunch. La leggo da anni e la invito a rivedere quello che diceva due o tre anni fa.
    Non le posso dare la soluzione alla questione in quanto estremamente complessa. quello che potrebbe aiutare è una fiscalità più favorevole agli istituti di credito per il trattamento delle perdite su crediti, ma soprattutto una maggiore correttezza nel rapporto tra imprenditore e banca, così come tra gli imprenditori stessi.

    • Non mi è chiaro in cosa sia cambiato il mio approccio al cosiddetto credit-crunch, che tanto cosiddetto non è.
      Un approccio basato su alcuni elementi che sono rimasti abbastanza costanti nel tempo
      1) il credit-crunch c’è stato dal 2011, è stato tra i più pesanti in Europa e non andava negato dai banchieri come hanno sempre fatto, andava spiegato per aiutare le imprese a ridurre la dipendenza dal credito (una dipendenza peraltro voluta dalle stesse banche sino al 2011)
      2) il credit-crunch ha ragioni buone (costo e consumo del capitale su prestiti a imprese troppo indebitate) e ragioni cattive (incapacità di distinguere imprese con prospettive da imprese senza, inefficienza dei sistemi di controllo del credito…)
      3) il credit-crunch non è finito nel 2012, nel 2013 e nemmeno nel 2014, fatto che si è puntualmente verificato
      4) il credit-crunch è asimmetrico, non colpisce tutte le imprese, ma solo quelle con rating debole e soprattutto le piccole imprese
      5) il credit-crunch è molte volte autolesionistico per le banche, perché -quando fatto in modo superficiale e brutale- accelera processi di crisi finanziaria che culminano inesorabilmente in procedure fallimentari nelle quali il conto più salato è pagato proprio dalle banche con percentuali di recupero irrisorie.

      Quanto alla fiscalità sulle sofferenze bancarie non c’è dubbio che sia penalizzante (lo è anche sui crediti bloccati nelle imprese) e che aiuterebbe le banche dedurre fiscalmente subito le perdite probabili, ma non giustifica certamente rettifiche troppo indulgenti verso gli azionisti come è stato dimostrato da AQR e Comprehensive Assessment e più che dimostrato dai casi (non pochi di banche in crisi).
      Per il rapporto di correttezza tra imprenditore e banca le pagine di Imprese+Finanza sono piene di critiche e suggerimenti, ma le colpe dell’opacità sono equamente ripartite se si considera che ancora oggi il rating non viene dichiarato e spiegato nella maggioranza dei casi. E non solo

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