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15 novembre 2014

L’attesa del credito si prolunga

Con la pubblicazione del Rapporto sulla stabilità finanziaria la Banca d’Italia ha avvisato le imprese che se si aspettano il ritorno del credito devono avere pazienza, nemmeno il 2015 sarà l’anno buono.

“L’incertezza sulle prospettive economiche condiziona la ripresa del credito alle imprese.  Sulla base di uno scenario macroeconomico ricavato aggiornando il quadro previsivo pubblicato in luglio (cfr. Bollettino economico, n. 3, 2014) con gli ultimi dati congiunturali e in linea con le previsioni di consenso più recenti, i prestiti alle società non finanziarie riprenderebbero a crescere solo alla fine del 2015” si legge a pag.34 del rapporto.

Non so quanti si facessero illusioni (non i lettori di Imprese+Finanza spero) ma qualche piccola speranza incoraggiata dalle recenti pubblicità delle banche è stata subito infranta.  Il credito alle imprese non crescerà (aggiungo sempre non crescerà per quasi tutti) perché l’economia va male, perché le banche hanno hanno ancora tanti problemi nello scansare nuove sofferenze e tutto sommato si sentono più tranquille con quasi 400 miliardi di titoli di stato in portafoglio (vedi grafico) che con 100 miliardi di crediti verso le piccole imprese.

Di credito alle imprese ne è stato tolto molto, quasi 100 miliardi dal 2011, e continua a venirne tolto. Magari un po’ di meno, ma i tassi di crescita restano negativi per le imprese. Dopo il meno 5-6% del 2013 si viaggia ora al ritmo del -3% annuo mentre sono migliorate le condizioni per il credito ai privati. La vendita di mutui riprende perché attira rischi inferiori e vendita obbligatoria di ricchi prodotti assicurativi.

Il credito viene tolto alle imprese su tutti i fronti e continua a impattare anche sul capitale circolante.

I finanziamenti alle imprese per anticipare le fatture e scontare le ricevute bancarie sono calati anche nei primi 6 mesi del 2014.

Se si considerano i dati pubblicati sempre dalla Banca d’Italia nei bollettini periodici delle Economie Regionali usciti in questi giorni il fenomeno emerge chiaramente.

 

Si va dal -3% della Lombardia al 14% della Campania e questi dati si aggiungono a quanto era già stato tolto o non più utilizzato dalle imprese nel corso del 2012 e 2013.  L’effetto cumulato è stimato e mostrato nel prossimo grafico.

Nell’arco di due anni e mezzo le imprese del Nord hanno perso tra il 15% (Lombardia) e il 23% (Piemonte) del credito commerciale a breve termine, quello che finanzia il capitale circolante. In Campania il calo è stato doppio: 33%.

E’ sempre possibile per qualcuno pensare che il calo sia dovuto al calo della domanda di credito e non al taglio degli affidamenti, ma su queste ampie dimensioni percentuali è più difficile pensarlo. Tanto più che nel frattempo lo Stato non ha pagato i suoi debiti e le imprese hanno allungato di 10-15 giorni mediamente i tempi di pagamento facendo sì che anche chi ha fatturati fermi si ritrovi con crediti commerciali più elevati da finanziare e anticipare.

Un’ipotesi che si può intuire anche in un altro grafico prelevato dal rapporto sulla stabilità finanziaria, che mostra come il livello d’indebitamento delle imprese sia effettivamente sceso da metà 2011 da 1.310 miliardi a 1.240 miliardi ma la quota di debito bancario sul totale sia tornata a salire dalla fine del 2013. Se le imprese avessero effettivamente meno crediti e meno fatture non dovrebbero fare ricorso alle banche e la domanda di finanziamento bancario calerebbe in proporzione ad altre fonti, sempre tenuto conto che la componente per investimenti è ancora risibile.

L’opinione equilibrata della Banca Centrale è stata ripresa e rilanciata da tutti i media creando ulteriore sconforto. Adesso è un po’ meno facile credere alle pubblicità, ma negli stessi ragionamenti della Banca Centrale c’è la spiegazione:

Il persistere di bassi livelli di attività economica accentua le differenze tra le imprese in relazione a prospettive di crescita, redditività e condizioni di accesso al credito. Le aziende di maggiore dimensione stanno aumentando fatturato e redditività, mentre tra quelle più piccole le condizioni economiche e finanziarie restano difficili pur in presenza di una graduale riduzione del debito.
Le condizioni di accesso al credito restano tuttavia difficili, soprattutto tra le aziende più piccole: nel terzo trimestre l’incidenza delle imprese razionate tra quelle con meno di 50 addetti era del 15,4 per cento, superiore di oltre un terzo rispetto a quella delle imprese di maggiore dimensione.

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Pubblicato in: banche, credito
  1. Buonasera dott Bolognini, è da un pò che non scrivo.
    Ci siamo brevemente confrontati ad inizio anno sul tema del credit crunch e di una ripresa prossima ventura, siamo ormai a fine anno e mi piacerebbe fare un piccolo rendiconto prendendo spunto proprio dal suo post.
    Si ricorderà che personalmente ero più fiducioso di vedere un allentamento della stretta creditizia magari verso fine anno; pensavo che questa avrebbe portato con se anche la fine della caduta dell’economia e magari una piccola ripresa.
    Erano ancora i tempi del governo Letta e del +0.1 di Pil che fece quasi gridare al miracolo!
    Beh, a conti fatti lei non manca di ricordare che il credito continua a contrarsi, anche se soprattutto si comincia soprattutto a notare una divaricazione tra aziende più strutturate e chi non ha le forze (interne o di settore di mercato) per reagire alla terribile congiuntura degli ultimi tre anni.
    In realtà, pur essendo immersi nelle difficoltà che vediamo direi nelle nostre strade e nelle nostre comunità con gli esercizi che chiudono e le molte aziende che stentano, mi vine da pensare che questo sia già un primo importantissimo segnale:
    due anni fa anche le aziende migliori videro triplicare i propri oneri finanziari, e semplicemente il credito “sparì” da un mese all’altro, o cominciò a costare un prezzo improponibile.
    In fondo affidare il credito alle aziende “buone” che dimostrano saperlo utilizzare non è una selezione che andava forse avviata anche in precedenza? Certo, ci sarà una forza attrattiva dal piccolo al grande, tra chi può spendere e chi no; questo forse cambierà anche a livello sociale la nostra economia finora ultraframmentata ma con una grande ricchezza diffusa. Penso che però in qualche modo i tassi al 2% stuzzicheranno l’acquolina di chi ha voglia di intraprendere, cominciando a rimettere in circolo la liquidità che manca.
    Sul pil poi non posso che fare ammenda, anche se mancano ancora due mesi per tracciare bilanci definitivi. In questo caso però penso che le tensioni geopolitiche abbiano tolto smalto alle imprese esportatrici (Iraq, Ucraina, Israele.. quanti conflitti aihmé nel 2014!), se pensiamo che la Germania ha perso due punti di Pil per le sanzioni alla Russia forse anche l’Italia poteva avere un risultato meno deprimente.
    Insomma, anche a fine anno guarderei il bicchiere mezzo pieno, esprimendo comunque la mia solidarietà alle tante realtà che ancora e probabilmente non per breve tempo continueranno a soffrire.
    Cordiali saluti.

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