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26 ottobre 2014

Lo stress non è finito, i test neppure

A circa tre ore dalla pubblicazione dei tanto attesi risultati sullo stress test e la comprehensive review delle banche europee da parte della BCE il caos delle interpretazioni è scattato come un Gran Premio di F1. L’esito ufficiale dei test dice che il gruppo delle banche italiane rappresenta la pattuglia in Europa con il maggior numero di problemi: ben 9 banche nella lista delle 25 che hanno mostrato problemi sui dati a fine 2013 (vedi tabella della BCE). I commenti della stampa estera sono molto severi a cominciare da The Economist e dai cronisti del WSJ su twitter, mentre in Italia si va dall’euforia delle singole banche che celebrano il passaggio del turno, alle esternazioni soddisfatte del presidente dell’ABI Patuelli (“emerge un mondo bancario italiano complessivamente solido“”) a quelle decisamente più caute di Panetta della Banca d’Italia, preoccupato non poco di come sistemare i due grandi bocciati (MPS e Carige).

La sola verità tra i due estremi è che gli aumenti di capitale lanciati precipitosamente dall’inizio dell’anno (e fortunatamente in un momento di Borsa favorevole) hanno consentito a 7 delle banche italiane di passare test ai tempi supplementari, vale a dire superare i ratio minimi di capitale previsti con le manovre correttive 2014. Senza i capitali raccolti da Banco Popolare, Popolare Vicenza, BPM, BPER, Veneto Banca e Popolare Sondrio l’esito sarebbe stato una sonora bocciatura per il sistema bancario italiano. Aumenti lanciati proprio dopo avere fatto in extremis i conti sui criteri adottati dalla BCE per i suoi stress-test. E comunque insufficienti per MPS e CARIGE a dimostrazione dei gravi problemi che le precedenti cattive gestioni del vertice hanno provocato in due istituti di credito tra i più storici.

Ugualmente evidente che la principale motivazione alla base della debolezza di così tante banche italiane è la combinazione tra un portafoglio crediti devastato dalle sofferenze e la prospettiva che il portafoglio crediti possa ancora peggiorare a causa del protrarsi della crisi economica. Quest’ultimo scenario è al momento il più probabile se si considera da un lato il calo del PIL e dall’altro i risultati di ulteriore crescita delle sofferenze a giugno 2014 proprio per le banche sotto esame della BCE (Intesa e Unicredit non sembrano avere problemi di capitale corto).

All’erosione del capitale bancario hanno contribuito, soprattutto per Unicredit, Intesa e MPS le maxi-svalutazioni degli avviamenti, che sono però state ampiamente compensate da ricavi sul trading dei titoli di stato e dalle plusvalenze sul riacquisto di obbligazioni subordinate. Pertanto le sofferenze e gli incagli sono il vero lato debole del sistema economico e bancario italiano. La tabella successiva mostra la progressione delle sofferenze dal 2009, con un tasso cumulativo di crescita che è sempre stato sopra il 20%. Da paura.

La sequenza di crescita delle sofferenze per ciascuna banca mostra che nessuno è stato più capace di evitare l’ingresso continuo di prestiti deteriorati, anche perché tutti adottano lo stesso modello di valutazione, di gestione del cliente, di processo del credito con lievissime differenze. Banche-fotocopia hanno avuto il medesimo effetto sulla qualità del credito.

Il rallentamento della crescita di sofferenze nel 1° semestre e le dichiarazioni da parte di varie banche sul maggiore grado di controllo sul portafoglio crediti possono fornire uno spiraglio di speranza, tenendo sempre presente che parlando di percentuali i portafogli crediti in questi ultimi mesi stanno ancora calando al ritmo del 3-4%, mentre le sofferenze crescono al 15-25%. La sfida del capitale è stata superata per un soffio, ma si tratta di una fotografia, mentre il film prosegue e con il film lo stress.

 

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Pubblicato in: banche, credito
to “Lo stress non è finito, i test neppure”
  1. Articolo di grande lucidità: complimenti!
    Quanto al prosieguo, immagino siano un po’ dappertutto necessari radicali ripensamenti in termini di strategie aziendali.
    In taluni casi, anche dei decisi processi di downsizing, o – almeno – dei pesanti alleggerimenti dei costi gestionali (fissi e variabili); in ciò prendendo doverosamente atto che il paese non offre più le prospettive prefigurate dieci anni orsono.

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