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30 agosto 2014

Pasticcio bancario alla marchigiana

E’ trascorso un anno dal commissariamento di Banca Marche disposto su richiesta di Banca d’Italia e molto più tempo dall’emersione di una delle peggiori crisi bancarie italiane, ma ancora non si capisce quale sia la soluzione per un salvataggio che si rivela piuttosto complicato. Ricordo che dall’ultimo bilancio disponibile, quello del 2012, Banca Marche aveva depositi di clientela per 8,5 miliardi e crediti a clienti per 17 miliardi. Negli ultimi 24 mesi è successo di tutto: annunci di cordate di salvataggio poi sfumate con imprenditori marchigiani, risse e accuse incrociate tra le tre fondazioni, indagini della magistratura penale sul comportamento degli ex-vertici, pesanti sanzioni comminate da CONSOB e da Banca d’Italia per l’aumento di capitale e la gestione dei crediti, la nomina di un terzo commissario nella persona del prof.Inzitari esperto di quasi-fallimenti bancari, il commissariamento della società di leasing MEDIOLEASING, polemiche da imprenditori immobiliari a cui sono stati tolti i vecchi generosi affidamenti, ma in tutto questo tempo non si è mai fatto avanti alcun istituto di credito interessato a subentrare rilevando una straordinaria quota di mercato in una delle regioni più interessanti dal punto di vista della piccola e media impresa. Semmai c’è stato chi ha fatto sapere, come Unicredit e Intesa, di non avere interesse mettendo le mani avanti. Ma a Banca Marche si dice che servirebbero almeno 800 milioni per stare in piedi.

Dopo due anni di crisi la soluzione ventilata per riportare alla normalità questa banca a pezzi è tutta italiana, lontanissima dalla prassi internazionale di intervento per i salvataggi bancari. Se da un lato il contribuente può fregarsi le mani perché lo Stato non sembra coinvolto con denaro pubblico, dall’altro ci si può interrogare sul perché certe situazioni non portino mai a fallimenti e pulizia.

In base alle ultime notizie il salvagente per fare sopravvivere Banca Marche sarebbe fornito dalla strana coppia Fondo Interbancario Tutela Depositi e FONSPA:

Solo dopo il completamente della due diligence da parte di Fonspa, previsto nei primi dieci giorni di settembre, si potrà valutare compiutamente il “piano di salvataggio” di Banca Marche, commissariata da Bankitalia poco più di un anno fa a causa di 3,4 miliardi di sofferenze e oggetto di attenzione da parte del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi. Il fallimento dell’istituto di credito marchigiano andrebbe a pesare proprio sul Fondo per 6-7 miliardi, a causa delle tutele obbligatorie per legge ai depositanti. Per evitare questo scenario, secondo il Sole 24 Ore, sarebbe pronto ad intervenire Fonspa, già Credito Fondiario, oggi nelle mani di Tages Group e pronto a diventare primo azionista della Banca risanata. Presieduta dall’ex Numero Uno di Enel Piero Gnudi, Fonspa è già impegnata in una due diligence, una radiografia economico-finanziaria dell’azienda per una partecipazione diretta nell’Istituto. Il progetto prevede lo scorporo delle sofferenze in una società-veicolo, una “bad bank”, con cartolarizzazione di queste ultime. Fonspa si occuperebbe della gestione della nuova società e nel contempo sottoscriverebbe insieme al Fondo Interbancario, ad una cordata di imprenditori locali e alle fondazioni azioniste, un aumento di capitale da 1 miliardo della nuova Banca Marche, ripulita da incagli e sofferenze, mentre l’ammontare dell’operazione complessiva sarebbe di circa 2 miliardi di euro, comprese le garanzie fra 700 e 900 milioni di euro da parte del Fondo Interbancario. La nuova Banca Marche manterrebbe marchio e autonomia, anche se con l’aumento di capitale il principale azionista diventerebbe Fonspa. Resta da capire quale sarebbe il ruolo e soprattutto il peso degli attuali azionisti. La Banca oggi è controllata dalle Fondazioni Cassa di risparmio di Pesaro e e di Macerata (22,51% ciascuna), dalla Fondazione Cassa di risparmio di Jesi (10,78%), da Intesa Sanpaolo (5,84%), dalla Fondazione Cassa di risparmio di Fano (3,35%) e da altri azionisti (32,12%). Dalle Marche oggi nessuno fa commenti, se non per ribadire – come il presidente della Fondazione jesina Alfio Bassotti – che bisogna attendere il completamento degli accertamenti sui dati dell’istituto di credito, “in particolare le criticità”. Da parte delle Fondazioni, comunque, non sarebbe visto male lo scorporo delle criticità dagli asset positivi, anche se qualunque ipotesi è prematura. E per qualcuno, questa situazione così articolata sarebbe addirittura imprescindibile, l’unico modo per condurre in salvo l’istituto di credito marchigiano, oggetto di censure della Consob e di un’inchiesta della Procura di Ancona. E’ possibile comunque che l’assemblea degli azionisti si riunisca tra la fine del 2014 e il primo trimestre del 2015 per decidere sull’aumento di capitale. E in attesa degli esiti della due diligence anche la cordata di imprenditori marchigiani, che dovrebbe incontrare Fonspa a settembre. In un altro disegno e con un altro istituto di credito, gli imprenditori locali avevano assicurato la disponibilità di 300 milioni di euro per la ricapitalizzazione. Ora tutto dipende dagli equilibri di governance e quindi tutto potrebbe essere ridefinito.(fonte ANSA 14/8).

La struttura ipotizzata riporta in auge l’idea di una Bad Bank, in cui confluiranno sofferenze e crediti immobiliari erogati allegramente dal duo Bianconi-Vallesi per miliardi di euro. Il mucchio di sofferenze fa gola a Fonspa, società di proprietà dall’ottobre 2013 di gruppi finanziari specializzati nella finanza ‘ad alto rendimento’ Tages e Harvip, con alle spalle noti investment banker (Panfilo Tarantelli, Andrea Munari e Guido Lombardo). Il fatto che FONSPA -che dalla sua crisi e vendita a Tages si è trasformata in una scatola di gestione di sofferenze per entrare nell’immenso business dei crediti deteriorati italiani- voglia acquisire il pacchetto ‘marcio’ di Banca Marche a condizioni di super-saldo è comprensibile:  è il suo business da stocchista gestire e comprare a stracciamercato e recuperare nel tempo molto di più . Molto meno comprensibile che la ‘good bank’ -che rimarrà e dovrebbe produrre il rilancio del marchio e dei servizi bancari- finisca ad essere posseduta in parte dallo stesso FONSPA, in assenza di altri investitori, configurando quantomeno un conflitto di interessi in fase iniziale di fissazione dei valori tra chi vende e chi compra (o gestisce il veicolo, poco cambia) e anche successivamente un discreto pasticcio. E che dire delle garanzie prestate dal Fondo Tutela Depositi a FONSPA e per sostenere l’aumento di capitale necessario alla ripartenza? Anch’esse comprensibili visto che il Fondo già intaccato da TERCAS deve proprio evitare di pagare 7 miliardi di depositi garantiti in caso di fallimento. Ma un conto è garantire depositi, un conto è garantire sofferenze a FONSPA per fare in modo che il valore di cessione si alzi e gravi meno sulla ‘good bank’ che rimane. E sulla consistenza patrimoniale di Tages Holding-FONSPA (pari a 57 milioni di € secondo le informazioni pubbliche al 31.12.2013) rispetto ai valori in gioco dell’aumento di capitale (800-1000 milioni di euro)  qualche considerazione in più andrebbe fatta, oltre che sulle condizioni di vendita-gestione delle sofferenze.

A prima vista e salvo errori di interpretazione delle fonti giornalistiche sembra di assistere a un groviglio di fili che tutto assomiglia tranne a un’operazione trasparente, contribuendo a non fare capire all’uomo della strada se anche una banca che ha fatto errori colossali ed è stata gestita in modo personalizzato e censurato da un gruppetto di persone non deve fallire, proprio mentre tutte le altre migliaia di imprese con errori molto meno commensurabili vanno ogni giorno nel tritacarne dei tribunali fallimentari.

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