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21 agosto 2014

Perché così poca innovazione nel credito?

A giudicare da qualche titolo di quotidiano ottimistico il sistema Italia si deve mettere interamente nelle mani di Draghi e della BCE per raddrizzare i flussi di credito alle imprese. Ora si guarda alle operazioni TLTRO per sistemare una barca cha fa acqua da oramai 4 anni. Purtroppo i pareri dei tecnici sono meno entusiastici sulla destinazione della liquidità che arriverà alle banche (da leggere quanto scrive Baglioni su LaVoce.info) e anche la mia sensazione resta di una soluzione destinata a portare acqua dove non c’è problema di liquidità (vedi Le banche europee e la paura delle imprese).

Allora la domanda che pongo è “perché non sono bastati 4 anni di crisi del credito, di crescita incontrollata dei crediti deteriorati (vedi grafico su incagli e sofferenze), per fare sì che Stato, banche e tutori delle imprese trovassero soluzioni più innovative per aggiustare un meccanismo palesemente inceppato e fallace? “.  La realtà è che il sistema in questi 4 anni ha prodotto poco o nulla in termini di nuove idee ed è persino riuscito a distorcere quelle esistenti. A cominciare dalla ripetizione sfiatata della MORATORIA, che per le imprese e per il rischio di credito si è dimostrata quasi sempre un’aspirina breve e inefficace, per proseguire con le maggiori dotazioni al FONDO COMUNE DI GARANZIA servite più ad abbattere il costo del capitale delle banche che a finanziare imprese in temporanea difficoltà, per arrivare all’ultima distorsione: la garanzia dello Stato sulle singole emissioni di MINIBOND di PMI, su cui si è espresso in modo chiaro con ampie riserve il duo Cherubini-Esposito su LaVoce.info di oggi.

Di vera, brillante innovazione strutturale da applicare al circuito del credito alle imprese si è visto uno zero assoluto. Eppure qualcuno ci ha provato -e non mi riferisco tanto alle proposte disperse negli articoli di questo blog- ma non è mai stato seriamente ascoltato. Il tavolo del credito non è mai esistito, non è partito e poi si è fermato come tutte le altre riforme, non è proprio partito.

Le proposte sono anche arrivate ma sono rimaste lettera morta. Mi riferisco per fare due esempi a lavori presentati da Action Institute nel luglio 2013 (“Migliorare l’accesso al Credito delle PMI attraverso un “Credit Enhancement” di sistema“) e più recentemente da The European House-Ambrosetti nella sua Lettera 58 di giugno (“Rafforzare le imprese italiane e attirare nuova finanza“). Vi suggerisco la lettura perché entrambe contengono idee fresche, articolate e ben strutturate, pronte per essere esaminate, discusse e modificate secondo il principio che dovrebbe guidare tutti: il salvataggio di una quota rilevante di piccole e medie imprese che stanno attraversando difficoltà finanziarie, ma che contengono ancora tutti i presupposti per una ripartenza. Là avrebbe dovuto collocarsi l’analisi del problema, anche e soprattutto da parte delle banche, le quali invece si sono preoccupate soprattutto di fare argine ai tassi spaventosi di ingresso di nuove sofferenze e incagli, prima chiudendo i rubinetti a tutti, poi andando negli armadi a ripulire scheletri e scheletrini. Le banche, va detto senza timore, per leccarsi le ferite e seguire i dettami della Banca d’Italia e della BCE sugli stress test, hanno ritardato una risposta strutturale all’inefficacia del sistema di rating di Basilea2 nel lungo inverno della crisi. Le curve di crescita di incagli e sofferenze del grafico sottostante sono un buon indizio dell’effetto di traslazione da incagli a sofferenze legato all’attività investigativa promossa sia spontaneamente che dalla vigilanza della Banca d’Italia.

C’è stata pulizia, a volte brutale come nei casi delle banche discusse, ma non c’è stata innovazione nel credito, né sul fronte delle nuove iniziative al di fuori del circuito bancario -come invece è avvenuto in UK– né sulla rivisitazione e ricostruzione di come fare credito in presenza di tante imprese in difficoltà.

Chi ha avuto idee è rimasto un predicatore nel deserto, le associazioni hanno fatto rattoppi non vestiti nuovi, l’ABI si è trincerata spesso dietro un dito mignolo non schierando risorse interne o esterne per sviluppare nuove soluzioni di sistema, scegliendo di lasciare alle singole banche come meglio ristrutturare i rispettivi processi del credito. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dopo più di 4 anni siamo ancora a parlare di credito che manca, a contare le nuove sofferenze, a creare le illusioni dei 52 miliardi, senza mai separare con decisione da chirurgo la parte moribonda e dannosa delle imprese, da quella viva anche se sofferente. Aspettiamo Draghi e i suoi 52 miliardi, adesso, ma senza coraggio e senza innovazione potrebbe non succedere nulla di buono per un altro lungo anno.

 

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to “Perché così poca innovazione nel credito?”
  1. Continuo un commento inziato su Twitter. La percezione è che quanto richiesto alle banche in questi 4 anni sarebbe stato almeno un adeguamento alla modifica del sistema delle PMI. Vi è stata infatti una minoranza virtuosa che è cresciuta in questo periodo, anche in modo importante, ma non vi è stato da parte degli Istituti di credito un’analisi del fenomeno e soprattutto la messa a punto di un metodo di valutazione che permettesse loro di misurare altre imprese su quei nuovi parametri di crescita (p.es. capitale intellettuale, Integrazione ICT a 360 gradi, approccio globale etc.). Credo che non sia innovazione per una banca operare l’analisi delle potenzialità del business e che il cambio dei parametri di analisi rientri invece in un semplice adeguamento al business, a maggior ragione ancor più colpevole perché non attuato.

    • Considerazioni giuste, ma rispetto all’attuale processo del credito utilizzato nelle banche e largamente basato su valutazioni quantitative che nascono dall’esame dei bilanci storici e dell’andamento dei conti correnti e su qualche (poca) valutazione qualitativa, il passaggio a quello che auspichi nel tuo commento sarebbe una grande innovazione e un grande salto.
      La differenza tra valutare le imprese su ciò che hanno fatto e su ciò che potranno ragionevolmente fare. La prima ha tratto in inganno in più di un caso, la seconda richiede competenze diverse, quindi innovazione anche nei metodi formativi e di crescita del personale.

  2. Provate a leggere questo articolo pubblicato il 25/8 da Prometeia e mettetelo a confronto con il contenuto del post.
    Non appare forse evidente la povertà del dibattito, anche quando viene affrontato da ‘esperti’? Dove sarebbero le ‘nuove’ soluzioni per la reversibilità del rapporto?

    http://www.prometeia.it/it-it/l-atlante/le-imprese/impresa-e-banca-storia-di-una-relazione-in-crisi-reversibile-.aspx?idC=64654&idO=32998&LN=it-IT

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