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26 luglio 2014

La speranza delle cartolarizzazioni per le PMI

Ne avrete sicuramente sentito parlare o letto nei tanti articoli che diffondono speranza sugli interventi dalla BCE per rianimare il circuito del credito alle imprese, le cartolarizzazioni di prestiti alle PMI sono considerate uno degli strumenti che dovrebbe sbloccare la difficoltà delle banche nel prestare denaro alle imprese. Il concetto semplificato al minimo ruota intorno alla possibilità data alle banche di vendere pacchi di finanziamenti (già in essere) alle PMI a veicoli appositamente creati e strutturati in modo da emettere obbligazioni che vengono poi acquistate da investitori non bancari sui mercati dei capitali internazionali, un mercato che dalla crisi del 2008 si è inaridito e che la BCE vuole resuscitare.(vedi figura 1)

L’argomento a favore delle cartolarizzazioni di crediti alle PMI come fonte di espansione del credito non è del tutto convincente. Ancora semplificando al massimo, l’effetto sperato per le banche italiane è duplice: 1) generare liquidità con la vendita di miliardi di impieghi verso le PMI e 2) risparmiare capitale allocato a fronte di questi prestiti, per poterlo destinare a nuove operazioni.
Sul primo obiettivo non ci sono dubbi sugli effetti positivi, perché già oggi le banche ricorrono a questa pratica per presentare titoli stanziabili in BCE a garanzia della liquidità, quindi cambierebbe poco. Molte banche non hanno più problemi di liquidità, altre ne hanno eccome.
Sul secondo punto occorre immaginare che il capitale risparmiato dalle banche che si ‘disfano’ dei vecchi prestiti sia superiore a quello impiegato nei nuovi prestiti alle PMI e non generi perdite sulla compravendita. Questo effetto di svuotamento del magazzino può avvenire in due modi: nel primo i mercati dovrebbero accettare rendimenti sulle obbligazioni che sono superiori a quanto introitato dalle banche (spread) al netto del costo del rischio applicato in base ai criteri di Basilea2 o 3.  Non sembra un effetto scontato tenendo conto che i rendimenti netti (dai costi di strutturazione e garanzie varie) richiesti dagli investitori su questa tipologia di rischio saranno comunque elevati e che la valutazione fatta dalle banche del rischio verso i debitori-PMI sembra essere largamente sottovalutato (vedi la crescita del credito deteriorato) e prezzato male (si veda ad esempio la differenza tra quanto richiesto dagli investitori sui minibond e quanto offerto dalle banche sullo stesso tipo di rischio). Il secondo effetto positivo si potrebbe generare solo se le banche si liberassero di crediti rischiosi (rating elevati) per creare capitale da destinare a prestiti meno rischiosi (con rating più bassi). In questo caso i problemi del credit-crunch non sarebbero affatto risolti per le PMI più fragili, escluse dalle nuove erogazioni, esattamente come sta avvenendo oggi.

Infine provate a chiedervi cosa succederà dei finanziamenti ceduti e impacchettati quando per qualsiasi motivo si dovrà fare qualche variazione o chiederne la ristrutturazione, circostanza alquanto frequente anche solo guardando i dati distribuiti dall’ABI sulla moratoria.

Con queste perplessità sulla ripresa del mercato delle cartolarizzazioni, chiunque voglia capire meglio il potenziale del mercato di ABS (Asset-backed Securities) per l’Italia può leggere l’ottimo articolo pubblicato dal think tank Bruegel (“Asset-backed securities: The key to unlocking Europe’s credit markets?”) di Carlo Altomonte e Patrizia Bussoli dal quale ho estratto i grafici che spiegano il mercato attuale e quello potenziale, secondo il ragionamento fatto dagli autori.

Come si vede nel primo grafico la quota di cartolarizzazioni europee su prestiti alle PMI è piuttosto ridotta e minoritaria rispetto alle operazioni basate sui mutui.

Nel 2013 c’è stata effettivamente una ripresa delle emissioni su prestiti alle PMI collocate sul mercato -e non date in garanzia alla BCE- ma siamo sotto il valore del 20%

Il totale delle cartolarizzazioni su prestiti alle PMI italiane in essere al 1° trimestre 2014 è di 27,7 miliardi, pari a circa 1/4 del totale europeo. La stima fatta dagli autori del mercato potenziale sulle PMI europee è di 325 miliardi, una cifra comunque importante.

La quota destinabile all’Italia viene stimata nel 14%, quindi circa 48 miliardi di euro.  Tenendo conto che le PMI consumano oggi circa il 20% degli impieghi bancari alle imprese, in totale poco superiori a 800 miliardi, e quindi 160 miliardi circa, i 48 miliardi previsti da Altomonte-Bussoli sarebbero pari a un rinnovo del 30% del parco impieghi alle PMI, una cifra di tutto rispetto.

Ci si deve fermare qui, perché questa è pura teoria per ora. Per passare alla pratica dobbiamo aspettare a vedere quali provvedimenti adotterà la BCE per favorire la ripartenza di questo mercato e se lo Stato italiano generosamente metterà a disposizione anche degli investitori esteri le consuete garanzie statali, che già oggi fornisce con il Fondo Centrale di Garanzia alle banche.  La macchina degli advisor che vede nelle cartolarizzazioni una fonte di guadagno è già pronta con i motori accesi e l’acquolina in bocca. Ora tocca alle banche decidere.

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