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11 maggio 2014

Ripresa debole senza costruzioni e credito

Se la dimensione delle nostre imprese e il crollo della domanda interna sono emersi, dalla lettura dei due post precedenti, come alcuni dei principali fattori di debolezza dell’economia italiana, gli stessi fattori -forse moltiplicati- sono alla base dell’andamento negativo nel settore dell’edilizia e delle costruzioni.  Non è più possibile capire dove cominci il problema e forse non è neppure utile: è una crisi di domanda, di prezzi o di credito? Probabilmente tutte e tre insieme, a cui però ha contribuito non poco una politica creditizia estremamente espansiva e incoraggiante verso i piccoli e grandi costruttori che è proseguita sino al 2011.  Di questo ci sono tracce molto evidenti che dovrebbero fare arrossire i banchieri a cominciare dal loro rappresentante di categoria, che quando racconta del credito dato generosamente fino al 2011 (per difendersi dalle accuse di credit-crunch) non si rende conto di quanto incautamente quel credito sia stato concesso.

Nel grafico la curva delle consistenze in impieghi verso il settore costruzioni da parte del sistema bancario. Prevalentemente finanziamenti per nuove costruzioni. Si vede benissimo come il dato sia cresciuto inerzialmente fino a settembre 2011 registrando una media incrementale pari a quasi 30 miliardi all’anno. Poi dal settembre 2011 il ciclo si inverte e diventa restrittivo, tutte le banche emanano istruzioni di grande cautela verso il settore e si finisce per calare impieghi al ritmo di quasi 6 miliardi all’anno.  Il calo è più lento perché i mutui in essere hanno vita media lunga, il blocco di nuove erogazioni porta a una riduzione graduale dello stock di impieghi al ritmo delle rate di rimborso concordate (per chi riesce a pagarle…)

Persi 100 miliardi ogni anno

La differenze tra i due cicli è dunque di circa 34,5 miliardi/anno. Mancano 35 miliardi di liquidità che prima finiva in circolo nell’economia domestica: dalle banche ai costruttori, dai costruttori agli impiantisti, ai produttori di serramenti e altri fornitori. Senza dimenticare che le nuove costruzioni innescano, anche grazie al circuito del credito ai privati, un volume di spesa pari a 3-4 volte il costo di costruzione dell’immobile (arredi, impianti, elettrodomestici…). Perciò le condizioni restrittive del mercato immobiliare italiano comportano più o meno un impatto di 100 miliardi ogni anno in meno sul mercato domestico. Su questo trend pesa molto la fiscalità penalizzante che ha riversato su case e capannoni tutta l’inefficienza della macchina pubblica per finanziare una spesa fuori controllo attraverso imposizioni locali e centrali crescenti.

Guardando a paesi che stanno ripartendo più velocemente dell’Italia come la Gran Bretagna si può vedere come anche là il settore bancario non sia stato tenero con i costruttori, penalizzati dal credit crunch più del settore manifatturiero (vedi grafico)

ma dal 2013 il trend si è invertito nella concessione di mutui casa per nuovi acquisti (barre blu nel grafico) pure con una frenata negli ultimi due mesi.

fonte: Bank of England, Money and Credit March 2014

e la fiducia nel settore immobiliare in Gran Bretagna sta tornando a segnalare bel tempo come mostrano gli indici PMI del settore costruzioni britannico:

fonte: Markit Economics

Conclusione ovvia: gli 80 euro ridati dal governo Renzi ai lavoratori -e l’aspra battaglia con i tecnici del Senato- hanno un senso e avranno sicuramente un effetto sulla domanda interna, ma senza una politica lungimirante sul settore delle nuove costruzioni e una politica fiscale meno penalizzante difficilmente il moltiplicatore di domanda interna potrà scattare come è successo in USA e sta succedendo in UK. Anche il credito dovrà fare la sua parte, pulire i bilanci è cosa buona e giusta ma respingere ogni qualsiasi richiesta proveniente dal settore costruzioni ha un effetto deprimente sulla domanda interna e probabilmente sui risultati delle stesse banche che dal settore casa direttamente (mutui) o indirettamente (polizze, credito al consumo…) ricavano molti utili.

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  1. concordo su tutto, ma…mi chiedo….quando ormai è quasi costruito tutto…..quando ci sono tonnellate di cemento inutilizzate….cosa si vuol costruire?, o meglio se l’economia si basa fondamentalmente sollo sull’edilizia…..secondo il mio modesto parere….siamo messi molto molto male e ci sarà poco da ridere. A quel punto ci vuole una guerra (ma vera), io non ne vorrei fare l’esperienza, ma è probabilmente l’unica cosa che po come effetto finale ha ….la ricostruzione = edilizia/costruzioni.

  2. Ansa
    “Si annotano due trend significativi nei libri di Unicredit: in primo luogo migliora la qualità del credito erogato. “Per la prima volta dall’inizio della crisi nel 2008”, spiega la banca, si segnala “un calo dei crediti deteriorati lordi (-1,1 miliardi, ossia -1,3% trimestrale) e un tasso di copertura che si conferma pari al 52,4%, il più alto tra le banche italiane e tra i migliori in Europa”. Ancora, si ha una “forte ripresa delle nuove erogazioni a imprese e famiglie in Italia pari a 2,7 miliardi (+14,3% trimestrale, +63,2% annuo), con una crescita dei nuovi mutui del 31% trimestrale e del +153% annuo.”
    Sempre convinto che il 2014 sarà peggiore degli anni precedenti per la contrazione del credito? Sì ricorderà che non ero dello stesso avviso..
    Una rondine non fa primavera, ma Unicredit quantomeno è uno stormo di rondini..
    A presto!

  3. Le notizie dal fronte Unicredit sono positive e non mi sorprendono del tutto perché arrivano da una delle poche banche che ha preso da parecchi mesi contromisure sul credito problematico, non soltanto alzando considerevolmente i tassi di copertura, ma anche separando chiaramente (addirittura a livello organizzativo) il portafoglio ‘core’ (clienti buoni) da quello ‘problematico’.
    http://www.linkerblog.biz/2014/03/11/e-ora-che-unicredit-ha-alzato-lasta/

    Con questo nuovo assetto è ragionevole che si riducano i nuovi ingressi di crediti deteriorati e aumentino le nuove erogazioni, queste ultime rispondono alla volontà/necessità di aumentare rapidamente ricavi e margini nel 2014.
    Penso però che la situazione di Unicredit sia quasi unica (forse un paio di altre banche sono in fasi avanzate simili vedi (vedi http://www.linkerblog.biz/2014/04/01/2010-2013-il-conto-salato-della-crisi/ ), mentre il grosso del sistema bancario deve ancora cominciare (lo si evince benissimo dai piani industriali) e quindi si manterrà estremamente cauto nel 2014 oltre a dovere ancora ridurre gli impieghi per motivi di ratio patrimoniali.
    Quindi nel complesso credo che il credito si stabilizzerà o scenderà ancora, anche se qualcuno come Unicredit è ripartito e tornerà a spingere sull’acceleratore. Un discorso aggiuntivo va però fatto sulla destinazione del nuovo credito, non più a pioggia ma molto mirato.
    Le implicazioni di questa selettività sono intuibili: le imprese con difficoltà non saranno più finanziate, anzi dovranno restituire rata dopo rata dosi di credito e combattere con il rischio dell’insolvenza. Rimane molto importante il pagamento dei debiti arretrati della PA che per molte imprese ha comportato crisi di liquidità e peggioramento del rating.
    Siamo più d’accordo di prima?

  4. Sempre d’accordissimo!
    Il mio è un po una convinzione e molto un auspicio.. a volte le cose belle per realizzarsi dobbiamo anche desiderarle, e non vorrei apparire come uno stolto ottimista ma magari uno che spera che tra lo spread a 400 ed uno a 150 qualche spiraglio di luce arrivi anche per famiglie ed imprese..
    Grazie del suo grande lavoro.

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