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18 aprile 2014

Quasi nemici (quando il credito divide)

Stanno soffiando venti pericolosi di guerra in Crimea tra Russia e Ucraina, con il probabile coinvolgimento del resto del mondo occidentale e con il rischio di una nuova destabilizzazione dei mercati finanziari internazionali che non amano il rischio e reagiscono velocemente alzando il prezzo.  Molto ma molto più in piccolo soffiano venti di guerra anche sul fronte del credito alle imprese alimentati da un senso di impotenza e frustrazione da parte delle piccole imprese.

Ha fatto scalpore la decisione della Confindustria siciliana di costituirsi parte civile contro il sistema bancario, reo presunto di respingere pretestuosamente buone richieste di credito, imbarazzando non poco il presidente Squinzi che si è dovuto rifugiare in un commento che circoscrive il focolaio di guerra a ‘vicende locali’. Non è esattamente così perché anche nella nordica Varese c’è stato un presidente di Confindustria (Giovanni Brugnoli alla testa di UNIVA) che si è espresso pubblicamente contro le banche con una dichiarazione formale:

“Tra tutti i dati che potevano arrivare sulle scrivanie degli imprenditori, quello della Banca d’Italia sull’ulteriore calo dei prestiti alle imprese è, di certo, il peggiore. Non adesso, è il primo commento spontaneo che viene da fare. Meno 5,1% è il trend comunicato. Ancora una volta un segno negativo. Ancora una volta un segnale di debolezza del mercato del credito. Non ci voleva. Sia perché viene dopo una lunga serie di flessioni consecutive che durano ormai da tempo. Sia per il momento. Oggi vediamo finalmente muoversi qualcosa su alcune voci dell’andamento economico. Intendiamoci, la ripresa non c’è ancora. I miglioramenti che registriamo anche sul nostro territorio sono ancora incostanti, poco certi nelle entità. La scia della svolta dobbiamo ancora agganciarla. Ma proprio per questo occorre rafforzare questi segnali. È questa l’occasione per ricercare con ogni sforzo uno shock positivo. E il primo deve riguardare il mondo del credito. Invece, a quanto pare, stando ad una fonte che più ufficiale non potrebbe essere, la situazione rimane critica, quando sarebbe proprio questo il momento di cambiare passo nel finanziamento delle imprese e, quindi, del rilancio. Chiediamo alle banche di fare la loro importante e fondamentale parte.

Perché calano gli impieghi, quando aumentano invece i depositi (+1,8%)? Perché nelle campagne di marketing e pubblicitarie gli istituti di credito puntano sul messaggio di credere nel Paese, di apertura al dialogo con le imprese, sull’importanza dell’ascolto delle esigenze e dei progetti, mentre come Unione Industriali registriamo tra i nostri associati un crescente disagio per una mancanza di possibilità di confronto? Una mancanza di informazione segnalata dall’81% delle imprese della nostra provincia stando ad una recente nostra indagine sul credito nel territorio. A cui dobbiamo affiancare anche quel 53% di casi a cui le banche non comunicano nemmeno i rating assegnati. Non solo, dunque, i prestiti vengono rifiutati. Ma al rifiuto spesso non segue nemmeno la motivazione. No. Punto.

È questo un freno alla ripresa delle nostre imprese che pesa allo stesso modo della mancanza di riforme.

Le imprese non hanno bisogno di aiuti, ma di credito. Non può esserci svolta nel ciclo economico, senza una ripresa dei finanziamenti. Che è importante tanto quanto la ripresa del mercato interno. Siamo tutti chiamati ad accettare la sfida dell’innovazione. La politica, certo. Le imprese, ovviamente. Ma anche le banche. Non possono chiamarsi fuori, pena continuare ad essere additate come freno allo sviluppo. Non possiamo permettercelo. Non ora che potremmo essere a un passo dal ritorno alla crescita. Un ritorno che non dobbiamo dare per scontato, soprattutto di fronte a questi andamenti nella concessione del credito.

*Giovanni Brugnoli
Presidente Unione degli Industriali della Provincia di Varese
(fonte LaBissa.com)

Occorre anche notare che nello stesso momento le Associazioni imprenditoriali si ribellano e poi proseguono nel mostrare un volto disponibile con le banche sottoscrivendo e pubblicizzando i soliti accordi sui soliti plafond creditizi. Anche UNIVA stessa lo ha fatto recentemente con Banca Popolare di Vicenza e Banca Popolare di Bergamo. Ma non è solo Varese a farsi tentare di queste ‘convenzioni’ che promettono credito: negli ultimi mesi c’è stata una fioritura di amichevoli promesse: BPM con Unindustria Como Confindustria Alto Milanese, Banco Desio con Unindustria Bologna, ancora Popolare Vicenza con Confapi Varese, ASCOM Genova sono solo gli esempi più recenti. Questa è vera confusione su una materia delicata.

Manca la trasparenza tra Associazioni e banche

Nulla in contrario a questi accordi firmati e sbandierati sui giornali locali, ma è evidente che i plafond aumentano il caos sul tema dell’accesso al credito tra banche e associazioni. Sono anni che si firmano convenzioni e si annunciano plafond bancari anche miliardari, ma il risultato complessivo emerso dai dati ufficiali e dai bilanci delle banche è che sono scomparsi 100 miliardi dal tavolo del credito alle imprese, quindi i plafond non sono serviti a dare più credito ma a farsi solo un po’ di pubblicità. Sono praticamente inesistenti i casi in cui vengono resi disponibili dati sull’utilizzo di questi plafond a distanza di mesi o di un anno dal loro annuncio. Non è mai dato di sapere quanto è stato utilizzato, da quali tipologie di imprese, a quali tassi medi e per quali finanziamenti. Le banche cercano, rispetto al passato, di indirizzare il credito di questi finti impegni verso le migliori società (chi esporta) e verso i progetti di investimento, ignorando che in questo momento con una domanda di investimenti ai minimi il bisogno delle imprese è più rivolto a finanziare fornitori, erario, tredicesime. Poco lungimirante, è vero, ma maledettamente necessario.

Cosa manca o è mancato in questo rapporto in cui si gioca troppo a nascondersi? La trasparenza. Le Associazioni non hanno mai informato veramente e avvisato le imprese associate che il credito ha preso un corso preciso e inevitabile in questi ultimi due anni: disponibile e abbondante per le aziende con capitale e margini sufficienti a coprire gli oneri finanziari e avere fonti per la crescita, congelato o in riduzione per tutte le altre che sono progressivamente passate dal 20% al 50% del totale. I plafond vanno bene ma che si sappia subito che escludono imprese sottocapitalizzate e fragili per le quali ci sono ben poche strade alternative.
Le banche, dal canto loro, hanno troppo spesso cercato di vendere un prodotto, evitando di presentare verità scomode, di dare cattive notizie (cattive ma utili per le imprese). Sono state nascoste le vere linee di politica creditizia che invece compaiono qua e là nei piani industriali basate sulla riduzione del credito necessaria e sullo spostamento verso le imprese a basso rischio. Era inevitabile che in questa nebulosa incomprensione potessero nascere tensioni come quelle siciliane o varesine che poi generano un maggiore tasso di ostilità tra le due parti.

L’investimento da fare per le Associazioni, ancora oggi, è in buona comunicazione e poi in servizi concreti di avvicinamento come hanno deciso di fare, ad esempio, gli artigiani di Varese e Assolombarda. Spostare su cose pratiche un confronto che rimane sterile se i due campi sono lontani e si bombardano con statistiche, interviste e comunicati stampa.

Leggi anche:

Gli strani plafond delle banche – aprile 2012

Meno convenzioni più coerenza – giugno 2012

Dove finiscono i plafond delle banche? -novembre 2012

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  1. alcune domande:
    1. ma perché gli impenditori anziché tante parole non si confrontano davvero con il mercato e vedono sempre e solo le banche come unico finanziatore? non vogliono riconoscere il loro rating e quindi pagare i tassi che nel mondo pagherebbe un qualunque prenditore di fondi: https://www.fundingcircle.com/statistics (statistiche molto chiare!!!!)
    2. ma perchè le aziende non fanno dei business plan trasparenti e reali dichiarando dove vogliono andare e fare e come pensano di ripagare i debiti
    3. ma perchè le imprese non fanno sistema con delle proposte coordinate anziché lasciare che i politici (intendo confindustria o le associazioni con le loro inutili sovrastrutture) trattare per loro

    La continua polemica (da parte delle associazioni e delle imprese e non la cronaca che tu riporti) con il sistema bancario mi sembra sterile e inutile, come la guerra in crimea.
    Recentemente un ambasciatore di un paese rilevante in questi ambito mi ha detto: “un governo che ha bisogno del supporto dell’opinione pubblica e di ricompattare il proprio paese ha diversi strumenti, il più antico è quello di “dichiarare guerra” a un paese che sa benissimo si dall’inizio poter conquistare con poche perdite e poco sforzo”.

    Non distraiamo l’attenzione sui veri problemi: quelli interni di Putin e quelli interni degli imprenditori.

    Buona Pasqua

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