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1 aprile 2014

2010-2013: il conto salato della crisi

Dalla fine del 2009 alla fine del 2013 le sofferenze delle banche sono salite di 95 miliardi di euro e gli incagli di altri 50 miliardi. A fine 2013 i crediti che le banche stimano di non riuscire a recuperare al 100% sono oltre 250 miliardi di euro secondo il bollettino statistico della Banca d’Italia.

Nell’arco di 4 anni le banche sono state costrette a fare importanti accantonamenti per fare fronte alla massa crescente di crediti deteriorati. Se prendiamo i bilanci appena licenziati dai CdA delle principali banche (ne manca ancora qualcuna alla conta) dalla tabella che segue è possibile fare un primo conto della distruzione di profitti causata dalla crisi. Le rettifiche appostate in bilancio dalle 13 banche esaminate  in questo periodo di esplosione della crisi arrivano a superare 80 miliardi di euro.
Riserve che sono già state bruciate o che lo saranno quando si potrà contabilizzare la perdita, spesso dopo parecchi anni.

La tabella mostra anche in quale anno le singole banche hanno deciso di aumentare, a volte più che raddoppiando, lo stanziamento annuo per coprire i crediti deteriorati. La prima a farlo nel 2011 la BPM, seguita da un altro gruppo nel 2012, mentre le recenti decisioni drastiche di Unicredit e subito dopo di Intesa stanno costringendo anche altre banche a seguire politiche prudenziali che stanno portando in rosso i bilanci 2013 di molte banche. Il gruppo delle 13 banche ha messo a riserva per le perdite su crediti oltre 30 miliardi nel 2013.

Le perdite delle banche e quelle delle imprese

Ma il conto della crisi non finisce qui. Se le banche stimano di perdere oltre 80 miliardi da quando la crisi è esplosa nel 2009, al netto del recupero che potrà derivare dall’escussione di garanzie reali e personali, al conto dobbiamo aggiungere le perdite del sistema imprese, molto più difficile da rendicontare perché deriva dai crediti verso altre imprese coinvolte in fallimenti o procedure concorsuali.  Possibile fare una stima molto grezza, usando alcune ipotesi:

1) circa il 70% delle sofferenze bancarie e degli accantonamenti sono riferite a posizioni verso imprese;

2) la percentuale di accantonamento delle banche su incagli e sofferenze è pari a circa il 40% mediamente (ipotesi di recupero 60%)

3) ipotizzando a spanne che un’impresa in procedura fallimentare o concordataria abbia debiti verso altre imprese fornitrici pari alla metà del debito bancario e che il recupero di questi crediti -raramente garantiti- sia inferiore rispetto alle banche (che vantano sempre ipoteche sui mutui), diciamo del 30%, si arriva al conteggio della tabella a fianco.

Se le imprese avessero seguito l’esempio delle banche in questi 4 anni avrebbero dovuto accantonare a fondi per perdite su crediti all’incirca 50 miliardi di euro. Che lo abbiano fatto (ne dubito) o meno, queste perdite o si sono già manifestate in questi 4 anni o stanno per arrivare nei prossimi bilanci.

Perciò tra sistema bancario e sistema imprese il conto dei crediti bruciati dovrebbe essere attorno ai 110 miliardi o superiore, come racconta il grafico sottostante.

100 o 150 miliardi di crediti andati in fumo sono una cifra incredibile, che può solo fare felice avvocati e recuperatori di crediti, ma non tiene nemmeno in conto quanti posti di lavoro sono stati distrutti e supportati artificialmente dalla Cassa Integrazione Guadagni normale e speciale.  Un problema non da poco è che se quasi tutte le banche avevano patrimonio sufficiente o accesso a nuovo capitale (tantissimi gli aumenti di capitale che sono stati varati) la maggior parte delle piccole imprese non aveva né l’uno né l’altro e quindi sono finite a loro volta in crisi, alimentando il vulcano che brucia crediti.

Era davvero tutto inevitabile?

La domanda che ritorna davanti a queste cifre da guerra mondiale è sempre la stessa: era proprio tutto inevitabile? Quante sofferenze e crisi d’impresa si potevano evitare con una gestione più attenta da parte di imprenditori e banche?

Perché in ogni crisi d’impresa incontrata sul mio cammino la sensazione di un certo grado di incompetenza è più che una sensazione. La conferma potrebbe anche essere contenuta in questa tavola del piano industriale di Intesa, che parla di ‘nuove’ iniziative per la gestione dedicata dei clienti con segnali iniziali di anomalia (traduzione per chi non parla il banchese: imprese con segnali di crisi finanziaria).

Nel 2014, con un ritardo di 4 o forse 5 anni, vengono create strutture, strumenti e processi che sarebbero stati utili 5 anni fa. Non è mai troppo tardi, brava Intesa, ora tocca agli altri copiare.

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