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10 febbraio 2014

Quanta confusione sulla bad bank

Improvvisa esplosione di esperti e commentatori sull’ipotesi di creazione di una o più bad bank, veicoli in cui le banche italiane andrebbero a segregare i loro crediti deteriorati. Commenti, ipotesi, incoraggiamenti fiduciosi che saranno ancora più estesi ora che il governatore della Banca d’Italia parlando all’assemblea annuale dell’Assiom-Forex sabato ha dato il suo benestare così:

Le necessarie rettifiche a fronte del deterioramento della qualità dei prestiti incidono sulla profittabilità delle banche; nei primi nove mesi del 2013 hanno assorbito tre quarti della redditività operativa. Il rendimento del capitale e delle riserve è risultato particolarmente basso. In Italia il mercato privato degli attivi deteriorati rimane poco sviluppato. Alcune transazioni concluse di recente segnalano interesse da parte di investitori specializzati nella gestione di queste attività. Vanno nella giusta direzione interventi, quali quelli in corso presso alcune banche, volti a razionalizzare la gestione dei crediti deteriorati con la creazione di strutture dedicate in grado di aumentare l’efficienza delle procedure e la trasparenza di questi attivi. Interventi più ambiziosi, da valutare anche nella loro compatibilità con l’ordinamento europeo, non sono da escludere, possono consentire di liberare, a costi contenuti, risorse da utilizzare per il finanziamento dell’economia.

Ai commentatori superficiali sfuggono alcuni punti essenziali:

1) si debbono nutrire parecchi dubbi sulla correlazione diretta che esiste tra la cessione delle sofferenze all’ipotetica bad-bank e la ripresa immediata del credito alle imprese, come se si fosse sgorgato un lavandino da un cumulo di sporcizia. Come farebbe supporre ad esempio questo articolo di Panorama:

Grazie a una bad bank, infatti, gli asset tossici delle banche verrebbero trasferiti in una nuova società, che avrà il compito di liquidare questi asset attendendo che migliorino le condizioni di mercato, in modo da poter lasciare gli istituti liberi di funzionare regolarmente.

Sarebbe bello che bastasse questo per ‘funzionare regolarmente’, ma non è così.

E anche la cessione proposta da Alesina e Giavazzi senza fornire molte spiegazioni lascia perplessi: si tratta di sofferenze o di prestiti buoni? Perché questi ultimi sono già offerti alla BCE in garanzia con cartolarizzazioni sintetiche.

Nel dibattito intervengono subito banchieri, economisti, sindacalisti e consumatori. In un editoriale pubblicato dal Corriere della Sera gli economisti Alberto Alesina a Francesco Giavazzi, ipotizzano anche strade diverse. Si potrebbe – affermano – far acquistare dalle Bce un pò dei prestiti che le banche hanno fatto alle imprese: «in questo modo alleggerirebbe i loro bilanci e farebbe ripartire il credito» (fonte Sole24Ore.com)

2) la creazione di una bad bank di sistema si scontra probabilmente con il diverso impatto che la cessione delle sofferenze avrebbe sui bilanci delle banche che le hanno in pancia.

Cercando di dare qualche spiegazione sui due punti:

1) la cessione di 150 miliardi di sofferenze a terze parti (tipicamente investitori in portafogli di NPL) libererebbe poco capitale, se il risparmio di capitale sui crediti ad alto rischio sarà compensato da una perdita… in conto capitale derivante dalla minusvalenza nel prezzo di cessione rispetto al valore di libro (valore del finanziamento meno le rettifiche). C’è da considerare l’impatto fiscale positivo se la cessione crea perdite deducibili, ammesso che vi siano profitti da compensare.

2) se il valore di cessione è ampiamente inferiore al valore netto delle sofferenze la perdita potrebbe non essere sopportabile per qualche istituto.

3) l’ipotesi di creazione di un veicolo che lavori sulle ristrutturazioni aziendali, attualmente in cura con gli accordi sottoposti all’art.182 bis della legge fallimentare è parecchio più sensata se punta al recupero del valore bloccato o perso (vedi articolo di Carlo Festa sul Sole)

Personalmente non credo che la bad bank abbia effetti taumaturgici immediati al punto di sbloccare improvvisamente un sistema bancario atrofizzato nell’erogazione del credito e poi, trattandosi di sofferenze passate, di certo non risolve il problema dei nuovi ingressi di posizioni a incaglio o in bonis nella categoria sofferenze, che stanno continuando e continueranno.
Diciamo invece che ha un effetto di pulizia del bilancio, facendo emergere il reale valore del portafoglio crediti (cosa che interessa a molti analisti) e di liberare, questo sì che è importante, una massa enorme di energie interne alle banche oggi dedicate (forse ossessionate) al recupero crediti e disimpegnate dallo sviluppo degli affari. Come dicono alcune misurate parole del governatore Visco… ‘aumentare l’efficienza’.

Uno degli articoli migliori sull’argomento è stato scritto da Luigi Dell’Olio su Monitor di Venezie Post.

«A fronte di questo scenario si è capito che occorre isolare le sofferenze dalle attività in bonis per evitare di incartarsi in una lunga crisi» spiega un analista. «Non che il tema non fosse ben presente ai massimi livelli delle banche italiane già in precedenza, ma finora in tanti sono stati prudenti nelle svalutazioni pur di limitare il rosso di bilancio».
Una posizione netta, che trova d’accordo molti operatori, anche se nessuno finora è venuto allo scoperto su questo versante. Vuoi perché quello italiano è un mercato del credito molto piccolo (e pertanto intriso di conflitti d’interesse), vuoi perché la convinzione a lungo diffusa è stata che occorresse non drammatizzare la situazione nella speranza di agganciare la ripresa internazionale. Strategie (o forse sarebbe stato meglio dire auspici) che si sono rivelate fallaci. «Al punto in cui siamo arrivati, non c’è più spazio per temporeggiare», aggiunge l’analista. «A breve partiranno gli esami europei prima con l’asset quality review e poi con una nuova tornata di stress test, che potrebbero portare a una bocciatura di molti istituti italiani»

Proprio così, le banche hanno temporeggiato sperando che la tempesta finisse presto e hanno sbagliato anche in questo caso. La situazione è andata fuori controllo.

Quanto alle differenze tra banche i grafici che ho elaborato servono a capire perché Intesa e Unicredit stanno ragionando insieme di creare qualche veicolo, mentre altre banche stanno alla finestra cercando soluzioni diverse:

 

 

I grafici mostrano bene in tutti i tre casi la crescita fortissima dei crediti deteriorati dal 31/12/2009 al 30/9/2013: +61% per Intesa, +45% per Unicredit e +94% per UBI Banca. Nello stesso periodo le 3 banche hanno faticato a mantenere la percentuale di accantonamenti su quegli stessi crediti deteriorati, percentuale salita grazie a enormi accantonamenti per Intesa dal 40,6% al 44,6%, scesa per Unicredit da 51,5% a 47,8% e anche per UBI Banca che partiva da un valore basso di sofferenze ma anche di accantonamenti (29%) scesi ora a 26%.  Tra 45-48% e 26% c’è una grandissima differenza che dovrebbe essere giustificata da una dotazione di garanzie molto più solide e di valore più elevato, tali da consentire percentuali di recupero assai più alte per UBI rispetto a Intesa. Sono queste le differenze che hanno reso e rendono difficile un’operazione di sistema. La Banca d’Italia ha cercato di livellarle, ma in diversi casi spingere su maggiori accantonamenti era un’operazione che ha incontrato forte resistenza perché avrebbe contribuito ad esasperare i rapporti tra management e azionisti più o meno come è successo a Siena.

 

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  1. Caro Fabietto,

    la qualità è di pochiSSimi.

    Scrivo non per Te – visto che sai come La “penso” al riguardo -, ma per chi ha la fortuna di leggerTi. Spero che siano molti (SALUTI A VOI!).

    L’affaire (yOyO) italico “bad bank sì, bad bank no” è il classico esempio di cosa sia diventata la cosiddetta “divulgazione scientifica” economico-finanziaria in Italia: solo mera paCCottiglia – spesso, ad usum di “convenienze di vario genere” (anche clientelari e/o parentali).

    I classici “soloni” nostrANI, si son rivelati tali anche stavolta: delle sole! Solo.

    Il problema è alla fonte: ossia, di chi gLi da “voce/penna”. Lo spartito, ahimè, è sempre lo stesso.

    Basta SOLO leggerLi – in particolare – quando “propinano” il modello della “bad bank” spagnola; questo Li classifica tra gli ASINI.

    SUBITISSIMAMENTE: SIETE ASINI!

    Alors …

    la maggior differenza che possiamo trovare in Spagna rispetto all’Italia sul fronte caldo del trattamento delle sofferenze bancarie è che le banche spagnole hanno avuto la possibilità di trasferire gli attivi deteriorati attraverso il cosiddetto programma “Sareb” ad un FONDO SIMILE ad una “bad bank” di sistema- OSSIA, NON E’ UNA BAD BANK! -, il cui compito è stato quello di ricollocare sul mercato gli attivi associati ai crediti deteriorati.

    Il “Sareb”, che nasce a giugno del 2012, aveva un capitale iniziale di €100B circa, immediatamente utilizzati per €54B circa.

    I benefici del programma utilizzato dalle autorità spagnole sono stati:

    1- fornire liquidità alle banche, attraverso la vendita di sofferenze;

    2- ridurre il fabbisogno di capitale delle banche stesse, riducendo i cosiddetti “Risk Weighted Asset” (ossia, il totale delle attività ponderate per il rischio).

    Ma non basta.

    Le banche spagnole avevano già beneficiato del programma “FROB” nel 2009 (per circa €100B), che aveva visto un significativo supporto di capitale, nelle Casse di Risparmio Regionali (le famose – e FUMOSE – Cajas), in evidente difficoltà, da parte del governo spagnolo.

    Per informazione “politica”: il “Frob” Lo aveva predisposto l’ex premier socialista Zapatero; invece, il “Sareb” Lo ha varato il premier conservatore Rajoy.

    Insomma, una continuità d’intenti tra destra e sinistra sugli aiuti al sistema bancario spagnolo che si sta FORSE gradualmente riprendendo dopo essere caduto in ginocchio a causa della bolla immobiliare.

    Sì, la bolla immobiliare.

    Veniamo alla ciccia, ora.

    Il tema dei crediti “dubbi” è tipico di Italia e Spagna, dove l’economia peggiora maggiormente: da fine 2011 a fine 2012 – prima dell’accensione fattiva-pratica del “Sareb” – erano saliti nel nostro Paese del 16.5% e in quello spagnolo del 18.3%.

    Ma il Banco Santander con crediti dubbi lordi pari a €36.1B nel 2012 – ultimi dati comparabili a regime ed interconnettendoli tra i due sistemi – ha un tasso di copertura del 72.6% come pure BBVA con €20.287B di sofferenze ha il 71.4% di copertura, mentre Intesa-Sanpaolo con €49.6B di crediti dubbi lordi ha un tasso di copertura del 47.9%, e Unicredit con €79.787B di crediti dubbi raggiunge un tasso di copertura del 48.3%; segnale questo EVIDENTE di una legislazione spagnola più favorevole rispetto a quella italiana sul tema.

    Chi non conosce i sistemi bancari e le “tecniche” (contabili), perché scrive o pontifica sulla “carta”?

    PERCHE’?

    PERCHE’?

    PERCHE’?

    A-S-I-N-I!

    Ci sono però ancora due frecce all’arco degli spagnoli che NOI NON ABBIAMO e NON AVREMO MAI: i criteri del computo dei crediti in sofferenza sono molto più stringenti in Italia e questo pesa MOLTISSIMO sui bilanci della banche italiane.

    Sul tema c’è un pregevole studio della Bank of Austria che ha messo in luce la severità italiana rispetto ai nostri partner.

    Inoltre la deducibilità fiscale degli accantonamenti a copertura delle sofferenze che in Italia è consentita nell’arco molto lungo di diciotto anni (nell’ultima legge di stabilità 2013 è stata prevista una deducibilità ridotta a 5 anni), in Spagna sono meno severi.

    Naturalmente anche in Spagna Vi sono dei limiti alla deducibilità delle rettifiche di valore, in particolare, le rettifiche di valore su crediti che superano una certa soglia stabilita nella Circular 4/2004 non sono fiscalmente deducibili.

    In generale spiega poi un report di PWC ci sono tre Paesi in Europa che pongono limiti alla deducibilità delle sofferenze bancarie: Italia, Francia e Spagna, mentre gli altri differiscono tra “provision” (deducibili con limiti) e “write-off” (solitamente deducibili completamente).

    In teoria le sofferenze del sistema bancario spagnolo sono al 10% del totale crediti, ma il dato va ben “pesato” dato che la Banca di Spagna non conteggia tra i crediti problematici gli incagli ed i prestiti ristrutturati e scaduti come invece impone Bank_Italia.

    Se si adottasse lo stesso metro, il tasso dei crediti spagnoli a rischio salirebbe tra il 19-25%.

    Un bel vantaggio, che dire!

    SOLONI: STUDIATE o CAMBIATE LAVORO; forse è meglio.

    Un abbraccio, Fabio.

    _s_U_r_f_E_r_

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